Corriere della Sera, 15 aprile 2026
Il pm accusa: «Così fu insabbiata l’indagine su mafia e appalti»
Altre tre ore di audizione per ribadire e rafforzare le accuse lanciate quattro mesi fa: «La gestione del rapporto mafia-appalti, e in generale il tema mafia-appalti, è una delle concause della strage di via D’Amelio», l’autobomba che il 19 luglio 1992 uccise il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino e 5 agenti di scorta; e il procuratore dell’epoca Pietro Giammanco (morto nel 2018), spalleggiato dagli allora sostituti procuratori Giuseppe Pignatone che era uno dei suoi principali collaboratori e Gioacchino Natoli che ne trasse vantaggi nella carriera in magistratura, insabbiarono l’inchiesta che invece stava tanto a cuore a Borsellino. Così il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca ha completato ieri l’audizione davanti alla commissione parlamentare Antimafia, sostanziando la tesi dei carabinieri del Ros (che nel 1991 avevano stilato il rapporto mafia-appalti) divenuta uno dei cavalli di battaglia politica della maggioranza.
L’archiviazione
Stavolta il procuratore s’è fatto precedere dal deposito di una richiesta di archiviazione del procedimento contro ignoti legato proprio a questo filone d’indagine, lunga 386 pagine, in cui sono illustrati gli stessi argomenti completi della trascrizione di alcune intercettazioni tra Natoli e l’ex pm oggi senatore dei Cinque Stelle e componente della stessa Antimafia Roberto Scarpinato, anch’esse già anticipate nei mesi scorsi. Sono quelle in cui i due ex colleghi discutono della strategia della commissione, a trazione centrodestra, di voler cavalcare il filone prediletto dai carabinieri, e pianificano una replica attraverso l’audizione di Natoli e altri testimoni, nelle quali il senatore dice fra l’altro: «Io ti faccio una domanda», e Natoli risponde: «Mi devi alzare la palla». Conversazioni che secondo De Luca dimostrano «l’assoluta inattendibilità di Natoli, le sue affermazioni sono tutte concordate con Scarpinato». Il quale a sua volta replica: «In Antimafia si fanno processi paralleli senza contraddittorio».
La storia del presunto insabbiamento dell’indagine mafia-appalti si trascina da un trentennio tra i veleni che hanno creato una rottura mai sanata tra la Procura di Palermo e il Ros dell’Arma, è stata oggetto di ripetute indagini e archiviazioni, e ora la Procura nissena annuncia di volerne mandare in soffitta un’altra sostenendo però di avere trovato nuove prove dell’insabbiamento; per il quale resta aperto un procedimento separato a carico di Pignatone e Natoli, indagati di favoreggiamento aggravato della mafia per fatti risalenti al 1992 e dunque – reclamano le difese – ampiamente prescritti.
Davanti all’Antimafia De Luca ripercorre quasi tre anni di indagine sulle inchieste di 34 anni fa, riassumendo la strategia dell’insabbiamento attraverso «anomalie, perdite di tempo e ingiustificabili errori procedurali che hanno garantito l’impunità agli imprenditori mafiosi Buscemi e Bonura» oltre che ai rappresentanti del Gruppo Ferruzzi.
Le scelte nel 1991
La gestione del procedimento arrivato dalla Procura di Massa Carrara e affidato a Natoli, nel 1991, portò, oltre all’archiviazione, all’ordine di distruggere bobine e brogliacci delle (poche e per periodi brevi) intercettazioni degli indagati. Secondo De Luca l’insabbiamento fu programmato dall’inzio, quando si creò un fascicolo separato rispetto a quello sul rapporto del Ros, e si affidarono le indagini alla Guardia di finanza che aveva pochi uomini e mezzi a disposizione, anziché ai carabinieri. «Un’indagine doppione e apparente», la chiama il procuratore di Caltanissetta, richiamando «gravi e concreti indizi di «un patto implicito» tra inquirenti e investigatori «a non farla proprio». L’ordine di distruzione di nastri e brogliacci fu anch’esso un’anomalia, ma non venne mai eseguito: particolare rivendicato dalle difese di Natoli e Pignatone a riprova che non ci fu volontà di insabbiare, altrimenti loro stessi si sarebbero assicurati che tutto finisse al macero.
Le bobine e le trascrizioni sommarie, invece, sono state recuperate, ascoltate e analizzate dalla nuova Procura nissena, che ne ha tratto ulteriori elementi d’accusa: pur se fatte in fretta e su pochi telefoni, dalle conversazioni registrate emergevano accordi tra un politico democristiano locale e Bonura per l’«aggiustamento» di un processo, ma nessuno se ne occupò.
Nella richiesta di archiviazione i pm esaminano anche altri aspetti collegati alla strage: dall’accelerazione dell’eliminazione di Borsellino alla sparizione della sua agenda rossa, sostenendo che tutto è «coerente» con la «concausa mafia-appalti», che rimane «un crocevia di interessi mafiosi, politici, imprenditoriali e presumibilmente massonici, accomunati dalla volontà di impedire al dottor Borsellino di rivelare quanto a sua conoscenza in proposito».