Corriere della Sera, 15 aprile 2026
Ritratto di Enrico Costa
Enrico è persona garbata, gentile al limite del soave. Poi è probabile che, al pari di tutti i politici, non abbia il pelo sullo stomaco, ma addirittura una moquette. E ce ne vuole per quello che lo aspetta, come nuovo capogruppo di Forza Italia alla Camera al posto di Paolo Barelli. Dovrà essere pacificatore e soprattutto rivoluzionario. Insomma, serve sì un partito unito, ma non è certo stato eletto perché, gattopardescamente, nulla cambi.
Lo stile
Costa Enrico, classe 1969, da Cuneo, la più meridionale delle province del nordico Piemonte. Liberale e garantista nell’animo, non solo perché, e non è poco, figlio di Raffaele. Lo sa bene che quella del garantista è una vita scomoda, ogni due per tre ti accusano di fare il giannizzero del bandito o del potente di turno. E quindi la sconfitta del referendum gli pesa più che ad altri, che magari segretamente hanno gioito per lo schiaffone a Giorgia Meloni. Convinto com’è che sul merito si poteva vincere, ma che tanti fattori esterni hanno pesato molto, comprese le improvvisazioni del Trump d’oltreoceano. E non è un mistero che la sua Forza Italia la immagini come quella dipinta nel Manifesto delle Libertà: con una forte identità liberale, che sia di carattere sociale e non elitaria, contraddistinta da grande lealtà verso la maggioranza di centrodestra, ma arcigna nel difendere uno «stile», che diventa sostanza se condito con lo studio e la competenza.
La carriera
Esordio in politica nel Pli, poi con il Polo delle Libertà, attraverso l’Unione di centro. Quindi l’ingresso in Forza Italia, dove come capogruppo in commissione Giustizia diventa relatore del «Lodo Alfano», che blocca i processi nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato, poi abrogato dalla Corte costituzionale. Protagonista sul «legittimo impedimento», che sospendeva i processi, fino al mantenimento della carica elettiva, contro il presidente del Consiglio, che allora era Silvio Berlusconi, e contro i ministri. Viceministro e poi ministro nei governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, e ancora nel centrodestra, con il Noi per l’Italia di Maurizio Lupi. Di nuovo con il Cavaliere, poi ridiventa deputato con Azione di Carlo Calenda alleato con Italia viva di Renzi. Infine, nel 2024, il ritorno nel gruppo parlamentare di Forza Italia. Quante gliene hanno dette, soprattutto i suoi amici di adesso, in vista della sua elezione a capogruppo. Non che Enrico si scomponga, certo che la sua identità liberale, negli anni, non sia mai cambiata.
Il nuovo corso
Insomma, alla fine tutti lo votano, ma non tutti lo applaudono. Sicuramente non Paolo Barelli, costretto al sacrificio, che comunque una gomitata l’ha data, dicendo: «I partiti vanno guidati dall’interno». Un attacco diretto e inedito a Marina e a Pier Silvio, accusati di manovrare dall’esterno la creatura del padre, che però ci aveva messo la faccia. Un’esposizione arrischiata e insolita, quella di Barelli, che dà il segno di quanto il cerchio magico di Antonio Tajani si senta ormai senza protezione. Anche se la gratitudine e la fiducia della famiglia e del nuovo capogruppo nei confronti del segretario resta immutata e imperitura, vista la tenacia e l’abilità con la quale ha condotto il partito fuori dal pantano e dalle mire di annessione dopo la morte del fondatore, Silvio Berlusconi. E non si pensa nemmeno di smontargli la macchina già in moto dei congressi, che tanti mal di pancia stanno suscitando. Anche se, ed è un anche se di un certo peso, la fretta è cattiva consigliera, e si raccomanda equilibrio. Insomma, se qualche rinvio dovrà per forza esserci, per non far fibrillare la baracca, non andrà vissuto come una bocciatura.
Poi però c’è la domanda delle cento pistole, quella da un miliardo di euro. Che faranno Marina e Pier Silvio? Resteranno nella buca dell’amorevole suggeritore o, sulle orme del padre, decideranno di gettare il cuore oltre l’ostacolo e in vista delle elezioni politiche prossime venture si prepareranno a scendere in campo? Nessuno in Forza Italia, a cominciare dal nuovo capogruppo, si azzarda a fare previsioni o tanto meno pressioni. Ma se ci si sforza, neanche troppo, di scrutare nell’animo del nuovo corso del partito, si capisce che la prospettiva sarebbe vissuta come un sogno che si realizza e fa guardare al futuro con felicità e fiducia.
Tempo al tempo. Se proprio si vuole cercare una cartina di tornasole bisogna guardare alla nuova, possibile, legge elettorale. Senza fretta, perché non siamo che agli inizi, le norme vanno studiate, approfondite, ragionate e confrontate. Per mettersi d’accordo e decidere poi a suon di voti di maggioranza? La strada maestra che immagina il nuovo corso è quella di coinvolgere il più possibile l’intero Parlamento. Questione di stile.