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 2026  aprile 15 Mercoledì calendario

Nello Stretto la sfida tra dollaro e yuan

Esiste probabilmente una ragione del blocco americano di Hormuz che Donald Trump preferisce omettere. Perché ogni giorno che passa, la guerra del Golfo sembra avere come posta in gioco non solo il flusso del petrolio o il futuro del regime di Teheran, ma principalmente il dollaro; soprattutto, il suo ruolo incontrastato quale moneta dominante nelle transazioni internazionali.
Quel ruolo non tramonterà presto. Il biglietto verde continua a rappresentare poco meno dell’80% dei volumi di pagamento negli scambi fra Paesi. Eppure l’esito della guerra e l’assetto che produrrà possono erodere il dominio della valuta americana. Il blocco al passaggio delle navi dell’Iran, della Cina o di quelle che accettano di versare un pedaggio alla Guardia rivoluzionaria ha, in particolare, un significato per il sistema valutario. Il regime di Teheran ha pensato quel dazio in modo che costituisse una sfida al biglietto verde: i pagamenti vengono – o venivano – accettati in yuan cinesi digitali o in Bitcoin. Non però in stablecoin, ai quali corrispondono riserve in dollari. Inoltre il Genius Act, approvato dall’amministrazione Trump, contiene misure che permettono (in teoria, in alcuni casi) un certo livello di vigilanza sui detentori di quelle criptovalute il cui valore resta legato al biglietto verde.
Invece il pedaggio iraniano, per l’equivalente di circa due milioni di dollari per nave, è pensato proprio per incrinare simbolicamente la supremazia del dollaro ed accrescere la credibilità dello yuan digitale. Come ricorda un recente rapporto di Brightside Capital, un fondo di Lugano, anche una nave francese del gruppo CMA CGM ha accettato di pagare all’Iran il dazio. Lo ha fatto nel giorno in cui Parigi votava in Consiglio di sicurezza delle Nazioni Uniche – con Pechino e Mosca – contro una risoluzione che giustificava la riapertura di Hormuz con la forza. A conferma dell’incrinarsi della fiducia negli Stati Uniti quali garanti dell’ordine finanziario globale, negli ultimi mesi peraltro è arrivata anche un’altra mossa francese: lo spostamento di 129 tonnellate delle riserve auree della Banque de France dal caveau della Federal Reserve di New York a Parigi (anche se la modalità è servita anche all’istituto centrale transalpino per registrare una plusvalenza).
Di certo il blocco totale dello stretto, imposto ora dagli Stati Uniti, impedisce anche il pedaggio che sfida la supremazia del dollaro. Trump interrompe l’esazione del dazio (almeno per ora) e previene dunque l’affronto, ma non è detto che basti a fermare i dubbi sull’erosione del ruolo del biglietto verde. La valuta cinese quale strumento di pagamento internazionale sembra comunque beneficiare della terza guerra del Golfo. I volumi di transazioni commerciali transfrontalieri su Cips – la piattaforma di pagamenti creata da Pechino in alternativa all’occidentale Swift – salgono da 619,7 miliardi di yuan (91 milioni di dollari) al giorno in febbraio, a 920,4 in marzo a 1.220 miliardi di yuan (178 milioni di dollari) questo mese. È un raddoppio in poche settimane. E coincide con un conflitto nel quale gli Stati Uniti non riescono a garantire la sicurezza dei loro alleati nel Golfo, mentre la Cina si profila – apparentemente – come la superpotenza razionale che può pilotare Teheran verso la risoluzione della crisi. Certo la Repubblica popolare riesce a imporre ai suoi fornitori in Asia, in America Latina, in Africa e in Russia sempre più contratti in yuan.
Se poi diverrà garante dell’apertura di Hormuz, cercherà di imporre contratti petroliferi in yuan non solo all’Iran, ma anche agli altri Paesi del Golfo. George Saravelos e Mallika Sachdeva di Deutsche Bank si sono già spinti a prevedere una crisi del petrodollaro e un’ascesa del «petroyuan», benché non tutti siano convinti. Non lo è Eswar Prasad di Cornwell University, ex capo del desk Cina del Fondo monetario internazionale: secondo lui, lo yuan digitale resterà lontanissimo da un ruolo dominante. Brunello Rosa, della Rosa & Roubini Associates, sospetta che la sfida della Cina al dollaro sia soprattutto tecnologica: lo yuan digitale permette pagamenti internazionali istantanei e senza costi come solo le criptovalute possono assicurare e – dice Rosa – «è così che la Cina progetta di vincere la corsa al futuro del denaro».