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 2026  aprile 15 Mercoledì calendario

Crescita, l’allarme del Fmi: choc energetico come nel ’74

L’aggiornamento del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale, diffuso ieri a Washington in occasione del tradizionale appuntamento primaverile congiunto con la Banca mondiale, formalizza il passaggio dell’economia globale da una fase di faticosa ripresa a un’altra di estrema incertezza, dominata dal «rischio della più grande crisi energetica dei tempi moderni».
Pierre-Olivier Gourinchas, il capo economista del Fmi, ha spiegato con estrema franchezza la gravità del momento: «Stavamo per alzare le previsioni di crescita globale al 3,4%. La guerra ce lo ha impedito». Una dichiarazione che segnala come la geopolitica abbia bruciato mesi di progressi economici. Il Fmi ha fissato la crescita mondiale per il 2026 al 3,1%, tagliando lo slancio positivo che si era creato all’inizio dell’anno. Sebbene il «quadro di riferimento» ipotizzi ancora una tenuta, Gourinchas avverte che si tratta di una fotografia scattata un attimo prima dell’escalation. Su scala globale, il rincaro delle materie prime energetiche è stimato al 19% per l’intero anno, una fiammata che sta già trascinando il mondo verso lo «scenario avverso»: Pil mondiale al 2% e inflazione oltre il 6%.
L’analisi di Gourinchas evoca uno choc energetico comparabile a quello del 1974. Anche se la guerra finisse oggi, il «trascinamento» dei problemi alle forniture peserebbe per tutto l’anno. Rispetto agli anni Settanta, però, il Fondo individua due paracadute: un’economia meno dipendente dal greggio grazie a fonti alternative e banche centrali che oggi non sostengono la produzione a ogni costo, ma hanno come priorità il raffreddamento dei prezzi.
Le grandi potenze si muovono su traiettorie opposte. Gli Stati Uniti crescono ancora al 2,3%, ma è un dato ambiguo: Washington beneficia dei prezzi energetici alti, mentre il consumatore paga la benzina ai massimi storici. La Cina rallenta invece al 4,4%, zavorrata da una domanda interna stagnante dalla crisi immobiliare. L’Europa resta il grande malato. L’intera Eurozona scende allo 0,7%, con la Germania che arranca allo 0,8% (con un taglio dello 0,3% rispetto alle stime di gennaio), frenata dalla dipendenza dal gas e dalla debolezza della domanda cinese. Anche la Francia subisce una limatura, scendendo allo 0,9%, mentre la Gran Bretagna perde mezzo punto frenando allo 0,8%. Solo la Spagna mantiene un ritmo superiore (+2,1%), pur risentendo del calo dei flussi turistici per l’aumento dei costi dei trasporti. Per l’Italia il Fmi taglia la crescita allo 0,5% per il biennio 2026-2027, perché la manifattura nazionale, fortemente energivora, è tra le più colpite dal balzo dei costi energetici globali.
Nonostante il rischio di recessione, da Washington arriva un «no» secco a qualunque allentamento fiscale. Il Fondo ha chiuso la porta alla sospensione del Patto di Stabilità, chiedendo ai governi europei – Italia in testa – di non deviare dalla rotta del rigore. La strada resta il riallineamento dei conti entro il 2031.
Troppo pessimismo? Il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, ha accusato il Fondo di «eccessivo allarmismo», e di sovrastimare i rischi di breve termine. Ma, almeno per ora, lo Stretto di Hormuz è il simbolo di una crisi strutturale che va oltre le oscillazioni quotidiane del barile: poco importa che ieri il greggio sia sceso a 91,88 dollari (-7,2%). Finché la sicurezza energetica resterà un’incognita geopolitica, l’illusione di un atterraggio morbido per l’economia mondiale rimarrà tale.