Corriere della Sera, 15 aprile 2026
Libano-Israele, al via i colloqui mediati da Rubio
Un’«opportunità storica» per gli Stati Uniti, un’occasione per il Libano e per Israele e un tradimento per Hezbollah. Ma soprattutto un barlume di speranza per i civili sotto il fuoco, dopo che in Libano si contano almeno 2.124 persone morte dal 2 marzo, tra cui 168 bambini e almeno 88 operatori sanitari.
Si è concluso a Washington il primo round di colloqui tra l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Yechiel Leiter e l’ambasciatrice libanese Nada Hamadeh Mouawad. Dopo decenni di silenzio diplomatico, le parti hanno concordato di avviare negoziati diretti, i primi dal 1993. Ad aprire il colloquio, durato due ore, il segretario di Stato Marco Rubio. Se gli Usa «sostengono i piani del governo libanese per ripristinare il monopolio delle armi e porre fine all’influenza iraniana interna, nonché il diritto di Israele a difendersi», da parte israeliana si parla di «un’equazione che vede tutti gli attori impegnati per liberare il Libano da Hezbollah», mentre da quella libanese viene «ribadita l’urgente necessità della piena attuazione dell’accordo del novembre 2024». Al centro del tavolo, secondo Axios, le garanzie di sicurezza per Israele sul proprio confine settentrionale e il rispetto della piena sovranità territoriale libanese.
Tanti i nodi rimasti irrisolti. In primis il ruolo di Hezbollah che, ben lontano dal cedere le armi già dichiara battaglia, mette in chiaro che «non rispetterà» alcun accordo che possa derivare dai colloqui e rivendica attacchi contro 13 città di confine nel nord d’Israele. Ma non solo. Se la Casa Bianca prova a sganciare il tavolo libanese da quello iraniano, è chiaro che Teheran debba decidere quale linea tenere di fronte al suo proxy libanese. Ed è proprio sul sostegno alle milizie del partito di Dio che si sarebbe spaccata la delegazione iraniana in Pakistan. Da un lato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ha mostrato segni di flessibilità su alcune delle sue posizioni, in particolare per quanto riguarda la riduzione o l’interruzione del sostegno finanziario e militare al cosiddetto Asse della Resistenza, che comprende Hezbollah in Libano. Dall’altro la forte reazione da parte di Mohammad Bagher Zolghadr, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale di Teheran, che invece non considera sacrificabile l’alleato libanese.
Israele, dal canto suo, prova ad aumentare la pressione militare sul Sud del Libano. Centro della battaglia, Bint Jbeil, cittadina che l’Idf dichiara accerchiata. La posizione elevata sopra la Linea Blu l’ha resa un punto strategico per Hezbollah. Presa Bint Jbeil, l’Idf avrebbe gioco facile nel procedere verso nord e la Bekaa. Ma se proprio qui, nel 2006, Hezbollah riuscì a respingere l’assalto, la «figlia della montagna» resta tutt’altro che un obiettivo semplice per i militari dello Stato ebraico. Inoltre la milizia sciita continua a rispondere. In contemporanea con i colloqui a Washington, Hezbollah ha rivendicato raid su Kiryat Shmona, Metula e altre 11 città del nord di Israele.
Se le armi non tacciono, i ministri di 17 Paesi europei e non, raccolti intorno al Regno Unito, hanno chiesto alle parti di cogliere l’opportunità di un negoziato che potrebbe tenersi a Cipro, mentre a proporsi come sede negoziale sono anche il Cairo e Roma. Ma, per dirla con Rubio, per vedere la pace «ci vorrà tempo».