Corriere della Sera, 15 aprile 2026
Nuovo appello del Papa contro la guerra
Leone XIV si ferma davanti alle rovine della città romana di Ippona e guarda davanti a sé in silenzio, cade una pioggia obliqua, fra poco pianterà un ulivo di pace. Prega e pensa a quell’uomo che aveva appena trentaquattro anni, quando tornò a casa, eppure era come se avesse già vissuto più di una vita. Gli studi di retorica, il fascino oscuro dei manichei, la lunga relazione con una ragazza, un figlio, la traversata da Cartagine a Roma. Finché a Milano aveva conosciuto il vescovo Ambrogio e sperimentato, in un giardino, la più celebre esperienza di conversione al cristianesimo dopo Saulo sulla via di Damasco, «tolle lege», prendi e leggi, la voce di un bambino lo aveva convinto ad aprire le lettere di San Paolo, Ambrogio lo aveva battezzato la notte di Pasqua del 24 aprile 387.
Il giovane uomo di etnia berbera che un anno più tardi tornava nella sua Tagaste si chiamava Agostino, sarebbe divenuto presto vescovo della vicina Ippona ed è qui che per 34 anni avrebbe scritto, uno dopo l’altro, Le confessioni, il trattato Sulla Trinità, La Città di Dio, insomma tutti i capolavori sui quali si è formato Robert Francis Prevost. Come padre generale del suo ordine c’era già stato due volte, ma ieri il Papa che si è presentato al mondo come «figlio di Agostino» ha preso un aereo da Algeri per raggiungere questa cittadina prossima al confine con la Tunisia e ci è tornato da vescovo di Roma, in un momento drammatico della storia. «Il cuore di Dio è straziato dalle guerre, le violenze, le ingiustizie e le menzogne», dice più tardi mentre visita la casa di accoglienza per anziani delle Piccole sorelle dei poveri: «Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, i prepotenti, i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli e gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno».
Dopo l’attacco inaudito del presidente americano, il suo vice J.D. Vance è arrivato a dire che «il Vaticano dovrebbe attenersi alle questioni morali», ma Prevost lo aveva detto subito: «Non ho paura dell’amministrazione Trump né di proclamare a voce alta il messaggio del Vangelo, “beati gli operatori di pace”, ciò di cui ha bisogno il mondo oggi». Agostino «è molto amato nella sua terra» e la sua figura può rappresentare «un ponte di pace e di riconciliazione».
Non ho paura dell’ammi-nistrazione Trump né di proclamare il messaggio del Vangelo, «beati gli operatori di pace»
Nello stemma papale di Leone XIV c’è un libro chiuso sul quale vi è un cuore trafitto da una freccia. L’immagine richiama proprio la conversione nel giardino milanese, il momento decisivo del quale Agostino diceva: «Vulnerasti cor meum verbo tuo», ovvero «hai trafitto il mio cuore con la tua parola». Al pomeriggio, Prevost celebra la messa nella basilica dedicata al genio nordafricano, «prima ancora che per la sua sapienza, guardiamo a lui per la sua conversione», cita le Confessioni per dire che è Dio a dare la forza di «rinascere dall’alto» e andare avanti, anche quando sembra impossibile: «Da’, o Signore, quel che comandi e comanda quello che vuoi». Anche un «futuro di giustizia e pace» è possibile: «Ma davvero la nostra storia può cambiare? Sì».
Oggi Leone volerà da Algeri a Yaoundé, in Camerun, prima di raggiungere sabato l’Angola e infine, da martedì, la Guinea Equatoriale. Le parole nella messa di Annaba dicono tutta la sua determinazione: «Il primo compito dei pastori, ministri del Vangelo, è dare testimonianza di Dio al mondo con un cuore solo e un’anima sola, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso».