Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 15 Mercoledì calendario

La reazione di Meloni alle parole di Trump

Sono le tre del pomeriggio. Giorgia Meloni riceve una telefonata. Si è appena seduta sulle poltrone del salottino dell’aereo della presidenza del Consiglio, che la riporta a Roma. È stata al Vinitaly, a Verona. Prima del decollo l’avvertono, da Palazzo Chigi, dell’intervista di Trump al Corriere. La premier legge le parole che il presidente americano ha rilasciato al nostro quotidiano. Accanto a sé ha l’inseparabile Patrizia Scurti, capo della segreteria particolare. Sulle altre poltrone il neo ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, il presidente dell’Ice, l’imprenditore Matteo Zoppas.
Ci vogliono alcuni minuti per digerire le parole dell’inquilino della Casa Bianca. Meloni si aspettava una risposta del suo alleato. Forse non così dura, ma una reazione di Trump alla sua difesa del Papa era messa nel conto. La premier scambia alcune battute con i suoi ospiti, prima di atterrare a Ciampino. Ripete i concetti che ha rimarcato in pubblico, alla fiera del vino, «essere alleati non significa che non ci siano delle linee rosse, di sicuro non significa essere vassalli o sudditi». Di sicuro, non accade tutti i giorni essere attaccata dal presidente americano, che sino a qualche mese fa era il suo principale riferimento sulla scacchiera internazionale, ma non se ne può fare un dramma: è già successo a Macron, a Starmer, al cancelliere tedesco, era solo questione di tempo in fondo.
Poco dopo le quattro del pomeriggio Meloni rientra a Palazzo Chigi. Non c’è aria di allarme, piuttosto, a sangue freddo, vengono veicolati dei messaggi di risposta che i ministri degli Esteri e della Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto, quasi in fotocopia, postano sui social. Si rivendica l’interesse nazionale, la dignità di una posizione che verrà riconosciuta anche da Schlein: si mette nero su bianco che essere alleati non può significare sacrificare la tutela degli obiettivi strategici dell’Italia. Del resto, appena poche ore prima, nonostante i rapporti storici con Israele, Meloni ha compiuto un altro strappo, ha sospeso gli accordi di cooperazione militare con Tel Aviv.
Qualcuno maligna, anche nel governo, «è l’onda lunga della perdita del referendum sulla giustizia». Ma nel governo parlano in tanti, e sembrano più credibili coloro che a Palazzo Chigi la mettono in questo modo: «Siamo dispiaciuti, ma siamo e restiamo filoamericani, non c’è alcun tipo di cambiamento della politica estera di questo governo, ci sarà tempo per recuperare». Del resto è la stessa Meloni, in aereo, a lasciar intendere un dato che appare obiettivo, e cioè che «gli americani non capiscono che il Papa non è solo il capo della Chiesa cattolica, ma ha anche un ruolo che per gli italiani è particolare, e che il governo italiano non può che difendere».
Alle 19 e 30 Meloni lascia Palazzo Chigi, le viene segnalato che fra i tanti attestati di solidarietà, a cominciare dalla segretaria del Pd, non è arrivato quello del segretario della Lega e vicepremier, Matteo Salvini. Ma l’elaborazione delle parole di Trump suscita nel frattempo altre riflessioni nel suo staff. Parole in cui risuonano le regole della realpolitik: «Meloni dice quello che pensa, da sempre, a tutti e anche a Trump, e ovviamente deve anche occuparsi del consenso interno, ci sono alcuni posizionamenti politici che sono necessari, non esiste solo la politica internazionale e questo è un dato tanto scontato quanto di buon senso», sussurrano nel suo entourage.
Arrivano a Palazzo Chigi le telefonate di decine di corrispondenti esteri, tutti vogliono una reazione, la risposta è sempre la stessa: «Non è la fine del mondo e non è un dramma, abbiamo solo detto quello che pensiamo». Del resto prima ancora delle parole incendiarie di Trump, a margine del Vinitaly, Meloni aveva detto in pubblico una cosa simile: «Non è la politica estera di Giorgia Meloni, è la politica estera italiana da 80 anni, non penso che le alleanze tra nazioni cambino in base a chi guida o governa i Paesi. Quando uno non è d’accordo, e io non sono d’accordo spesso, lo devo dire. La nostra collocazione storica geopolitica, lo ha ribadito anche il presidente Mattarella nel discorso di fine anno, è europea e occidentale: io mi attengo a quella, che condivido pienamente». E aveva aggiunto: «Non so quanti leader abbiano espresso parole così chiare, questo per quanti dicono che ci sarebbe una sudditanza».