D di Repubblica, 11 aprile 2026
La felicità di non esserci
(…) In alcune puntate precedenti ho parlato della gioia di stabilirsi in hotel senza mettere il becco fuori in strada. O di quella di darsi alla macchia, almeno potenzialmente, e far perdere le proprie tracce. In questo momento vi sto scrivendo da un tranquillo albergo di Firenze. Tecnicamente dovrei essere a Milano. Ufficialmente sono a Roma. E invece eccomi qui, dove la mia presenza corporea dovrà per forza palesarsi da domani sera, maledizione. Certo non sono nuovo a questi numeri. È accaduto per esempio moltissime volte aRoma. città dove (anche) abito. Si saluta la domenica, si parte realmente il mercoledì. Ovviamente il rischio è molto alto: occorre fare uscite rapidissime in taxi, la spesa in delivery o quasi. Sempre si viene beccati da qualcuno che si conosce: al cinema (“Ma lo sapevi che era una cazzata, la proiezione delle otto e mezza di sera”, mi dico, dopo, da solo). O vieni pinzato mentre tenti una velocissima uscita, da gente che non si fa i fatti suoi (“Mi sembrava di aver visto Carlo...” vaffa va). Non è mai una cosa sessuale, non è questo il punto.La peggiore grezza mi accadde anni fa. Vogliono a tutti i costi togliermi il piacere di pranzare con un mio amico che vedo ogni tot e ci facciamo le confidenze. Gli do appuntamento apposta alle 12.30 al nostro ristorante di quartiere preferito. Mentre mi siedo un po’ prima, mi rendo conto di aver dimenticato una riunione di lavoro in remoto: tento l’ingresso nel link. arriva il mio amico, gli abbozzo la situazione, dopo un po’ stupidamente mi parte una polemica coi colleghi di cui mi pento, dico che sono sul treno per Milano (destinazione dichiarata il giorno prima, nell’ufficialità), poi – imbarazzato con chi mi sta di fronte – butto giù dopo quaranta minuti, con la scusa che non prende lalinea. Immediatamente dopo arriva il cameriere con una ridda bestiale di specialità romane e accento ancor più marcato. Dopo 5 minuti arriva una telefonata del mio amministratore delegato che mi fa un mazzo così, dandomi per 20 minuti del cazzaro (contapalle, in italiano). M’ero dimenticato di chiudere la call. Se ne sta ancora ridendo, da allora. Rimango per altri due giorni, un pelo acciaccato. Non si tratta di rifiuto del lavoro, mi faccio un paiolo tanto. Ma di altro. Il tempo che si guadagna – rubandolo – dentro quella che l’immen-so filosofo del Novecento Gilles Deleuze chiamava “la piega” è un tempo che non appartiene al calendario numerico, ma che si dipana dentro i giorni del quotidiano aprendoli come una fisarmonica, scoprendo altre zone da abitare. Esiste eccome nell’età adulta e corrisponde alla gioia di non-esserci nello spazio pubblico. La gioia di non-esistere “al di fuori”, e per questo vivendo a pieno. La felicità con la quale si poggia sulla sedia per un po’ quel pesante abito che qualche saggio ha chiamato “la fatica di essere sé stessi sempre e comunque”. Non sentite le spalle già improvvisamente leggere, pensandoci? Ecco, quel lusso lì.