Tuttolibri, 11 aprile 2026
Intervista a Posy Simmonds
Una signora elegante e sorridente, che parla con gentilezza e poi ti fulmina con il suo british humor. Così si presenta Posy Simmonds, autrice che ha fatto la storia del fumetto, non solo britannico. Collaboratrice storica del Guardian, nel corso della sua carriera ha disegnato innumerevoli strisce a fumetti in cui, raccogliendo l’eredità della grande tradizione satirica inglese, ha messo in evidenza le debolezze e le contraddizioni della middle class. Quando ha scelto di creare storie di ampio respiro, è stata tra le prime autrici inglesi a sperimentare il formato graphic novel, raggiungendo il successo con volumi sofisticati come Gemma Bovery, che cita Madame Bovary di Flaubert, Tamara Drewe, che riecheggia Via dalla pazza folla di Hardy e Cassandra Darke, ispirato al Canto di Natale di Dickens.
L’occasione per incontrare questa straordinaria artista è stata la nuova edizione di uno dei suoi lavori per bambini e bambine, Fred, un albo a fumetti in cui due fratellini scoprono che il loro amatissimo gatto appena morto ha avuto una vita segreta.
Dall’alto di una carriera lunga e ricca di riconoscimenti, che effetto fa vedere “Fred”, il suo primo titolo per bambini, pronto a incontrare una nuova generazione di lettrici e lettori italiani?
«Ho scritto Fred circa 45 anni fa ed è meraviglioso vedere come un gatto morto possa vivere ancora».
Raccontare un funerale, per quanto quello di un gatto, non è uno spunto consueto per un libro per bambini.
«Beh, non è che mi sia messa a sedere pensando “Oggi scriverò un libro per bambini che parla di morte”. Stavo cercando un’idea per una storia, quando un mio amico morì e io andai al funerale. Ero in campagna, e il giardino di casa era decisamente troppo frequentato dai gatti del vicinato. Così misi insieme funerali e gatti, disegnai dei gatti vestiti da becchini e cominciai a farmi delle domande. Di chi era il funerale cui partecipavano? Ovviamente di un altro gatto. Come si chiamava? A chi apparteneva? Pensai potesse essere il gatto domestico di due bambini e che fosse, come tutti i gatti, estremamente pigro. Poi pensai che doveva avere un’altra vita, in cui magari era l’Elvis Presley del mondo felino. Fred è stato il mio primo libro per bambini ed è stato anche il mio primo lavoro a colori. È stato un esperimento».
Perché è importante raccontare anche ai più piccoli le amarezze e le asperità della realtà invece che edulcorarla?
«I bambini fanno esperienza della morte fin da piccolissimi, vedono morire le mosche o il gatto o i nonni, e quando succede fanno domande dirette, vogliono sapere dove va a finire chi muore. È nei libri moderni che la morte viene edulcorata – i libri che leggevo da piccola, appartenuti a mia nonna e del periodo vittoriano, erano pieni di bambini morenti. Ma comunque, non era mia intenzione parlare della morte. Mi sembrava divertente disegnare gatti che cantano e fanno un gran baccano».
In una sua intervista qualche anno fa ha detto una cosa che mi ha colpito: “Il disegno è la cosa che da bambina mi distingueva dai miei fratelli e che più mi rappresenta”.
«I miei fratelli volevano sempre giocare a Monopoli, cosa che io non sopportavo, e appena li sentivo tirar fuori il tabellone correvo via. A quei tempi, erano i primi anni ’50, se eri una femmina eri davvero convinta di valere meno dei maschi. Disegnare mi dava una sorta di potere, potevo inventare storie e far fare ai personaggi quello che volevo. E poi il disegno ti insegna a guardare e a capire. Può abbellire, registrare quello che accade, darne un’interpretazione. Disegnare è fantastico».
È vero che da bambina leggeva Punch, la celebre rivista satirica inglese? È quella la lettura che ha influenzato la sua idea di fumetto?
«Ho avuto la fortuna di crescere in una casa piena di libri e, in fondo a una grande libreria, c’erano delle copie rilegate di Punch, la rivista satirica nata nel XIX secolo e attiva fino agli anni ‘90. Erano volumi molto pesanti, tirarli fuori e sfogliarli era piuttosto difficile, ma quando ero molto piccola mi piaceva guardare le illustrazioni, tutte vignette con sotto un testo scritto. C’erano numeri dell’epoca vittoriana e altri degli anni ’30, nei testi c’erano riferimenti alla politica e battute che il più delle volte non capivo. Ma quando mi mettevo a disegnare, sotto il disegno scrivevo sempre una storia, come avevo visto fare su Punch. Tra le mie letture ci sono stati però anche i fumetti americani. Ce li prestavano i figli dei soldati dell’aeronautica che venivano a scuola con noi – non era passato molto tempo dalla fine della guerra. Ogni sabato dalla base americana ci portavano la Coca Cola, le barrette di cioccolato Hershey e i fumetti. È stato così che ho letto Superman, Spider-Man, Paperino, Casper, Sad Sack e Nancy. A volte c’erano anche fumetti horror, decisamente inadatti alla mia età, che facevano inorridire persino mia madre – ricordo ancora la sua espressione mentre mi sorprese a leggere una storia in cui un uomo moriva schiacciato in un frantoio».
Che formazione ha avuto come artista?
«Ho studiato storia dell’arte, ho amato il Rinascimento italiano anche se i miei preferiti erano Giotto e Masaccio. Mi piacevano anche i vignettisti satirici britannici del XVIII e XIX secolo, Hogarth, Cruikshank, Rowlandson. A 17 anni andai a Parigi per imparare il francese e acquisire un po’ di raffinatezza francese. All’epoca lessi molti romanzi francesi del XIX secolo, come Madame Bovary, e autori contemporanei, come Sartre e Camus. Di bande dessinée non sapevo molto, non avevo soldi per comprare le riviste di fumetti. Ho approfondito dopo».
Come vignettista, è stata una pioniera in un campo in cui le donne non erano poi così numerose. Com’è stata la sua esperienza?
«La stampa britannica era una sorta di club dei ragazzi, ma il Guardian era un giornale liberale e all’epoca la pagina dedicata alle donne aveva assunto una connotazione femminista ed era curata da alcune redattrici, sebbene ci fosse un caporedattore. Non mi sentivo quindi “speciale”. Certo, c’era sempre qualcuno che insinuava che avessi ottenuto il lavoro sbattendo le ciglia. E dire che quando finii il college, mi misi a fare la babysitter, portavo a spasso due cagnolini piuttosto insopportabili e facevo anche le pulizie per una coppia benestante che usciva tutte le sere a teatro. Il mio primo lavoro da illustratrice fu per il Times: un giorno mi chiamarono per riempire un buco in una pagina, servivano alcune illustrazioni per un articolo abbastanza noioso che parlava di come isolare il sottotetto. Così feci tre o quattro orribili disegnini in fretta e furia, e il giorno dopo erano sul Times. E mi pagarono cinque sterline. È iniziata così. Al Guardian mi proposi io, mi presentai in redazione con il portfolio e il responsabile della sezione articoli mi commissionò un’illustrazione da fare in poche ore. Per circa tre anni ho fatto tutti i disegni che mi chiedevano, ero una sorta di tuttofare dei disegni, un ottimo allenamento per imparare a lavorare velocemente. Poi un giorno l’autore della striscia a fumetti si trasferì negli Stati Uniti e il caporedattore mi chiese di riempire quella mezza pagina ogni settimana. Le idee non so proprio come mi venissero in mente ogni volta. La deadline era di giovedì, e il giovedì pomeriggio e il venerdì erano giorni meravigliosi. Sabato e domenica un po’ meno, e il lunedì… Oh, speravo mi venisse un’idea entro il lunedì, così martedì, mercoledì e giovedì mattina potevo disegnare. Non riuscivo proprio a lavorare in anticipo, avevo bisogno di una scadenza. Che brutta abitudine!».
Sul Guardian ha costruito un affresco ironico della middle class inglese attraverso alcuni personaggi ricorrenti, come Wendy Weber. Le va di parlarcene?
«L’unica indicazione che mi diedero era creare una striscia che in qualche modo rispecchiasse il pubblico del Guardian. E, anche se non si dovrebbe generalizzare, si trattava di gente che era andata all’università e, se non era borghese, era quasi certamente di sinistra, era cresciuta negli anni ’60 e quindi era un po’ hippie. Wendy Weber, ex infermiera, autrice di libri per bambini e madre di sei figli, è come quelle persone che si impegnano a salvare le balene, raccolgono la spazzatura per strada e mandano i figli alla scuola pubblica, anche se poi pagano qualcuno che dia loro ripetizioni private. Vuole fare la cosa giusta ma non le manca un pizzico di ipocrisia».
Per fare satira serve un po’ di cattiveria o basta solo l’onestà?
«Oddio, credo servano entrambe, un po’ di cattiveria certo non guasta. Quando disegni hai la possibilità di rappresentare la vita così com’è, piena di cose orribili oltre che meravigliose, oppure come vorresti che fosse. A me piace disegnare la vita con i suoi pregi e difetti – con tutte le sue verruche, come si dice in inglese».
Secondo lei c’è ancora spazio per la satira in un momento storico come questo, in cui c’è soprattutto un forte senso di impotenza?
«Di certe cose bisogna continuare a parlare. Che poi questo riesca a cambiare le cose, non lo so. So però che alla gente fa bene ridere di certe situazioni, e ai leader dispotici fa bene esser messi in ridicolo. Chi fa satira, come i miei colleghi che si occupano di politica, mette in evidenza l’ipocrisia, la superficialità e la crudeltà. Spetta a noi dare la nostra interpretazione».
Le protagoniste dei suoi graphic novel più noti, Tamara Drewe, Gemma Bovery e Cassandra Darke, sono antieroine imperfette, a volte antipatiche anche se mai del tutto sgradevoli. Se fossero riunite in una stanza, che cosa si direbbero?
«Beh, Gemma Bovery muore a pagina uno, non so che cosa potrebbe fare. Forse le altre due le chiederebbero che cosa c’è dopo la morte. Oppure parlerebbero degli errori che hanno commesso, e darebbero la colpa a me che le ho disegnate così».
La letteratura è un elemento centrale nel suo lavoro, e in molte sue strisce ha messo a nudo le mancanze di chi gravita intorno al mondo dell’editoria. Che la cultura possa essere un punto di riferimento della società è una possibilità effettiva secondo lei o solo un’utopia?
«Anche se, con l’avvento dei telefoni cellulari e dei social media, è cambiato il modo che abbiamo di fruirla, la cultura resta sempre importante. La cultura può ispirarci, sia che parli dell’orrore e della bruttezza della guerra sia che tratti della bellezza e delle meraviglie della vita».