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 2026  aprile 11 Sabato calendario

Brian Evenson parla della sua produzione letteraria

Tra gli autori più radicali della narrativa americana contemporanea, Brian Evenson possiede la rara abilità di fondere l’immaginario di grana weird alla cosiddetta letteratura “alta” in storie di perturbante precisione morale. Canzone per il disfarsi del mondo, antologia di racconti appena sbarcata in Italia per i tipi di Nottetempo, raccoglie una serie di componimenti brevi in cui realtà e identità sdrucciolano senza preavviso: sono piccole ma urticanti detonazioni narrative che mettono alla prova il lettore per sottrazione piuttosto che per puro spettacolo pirotecnico.
Nel tuo primo romanzo tradotto da noi, “La colpa”, descrivi in modo frontale un ambiente religioso rigido, e ciò è stato spesso letto in relazione alla tua esperienza nel mormonismo. Nei lavori successivi, l’esplorazione del weird diventa sempre più marcata e originale. In quel romanzo era già presente l’orizzonte narrativo che poi ha caratterizzato tutta la tua opera?
«Credo che l’interesse per il weird sia sempre stato presente, ma che emergesse più spesso nella mia narrativa breve. Col tempo questo aspetto si è rafforzato. La colpa contiene diversi momenti che possono essere letti come allucinazioni o eventi soprannaturali, e il suo narratore è profondamente inaffidabile, anche se parla in modo così chiaro e diretto da rendere difficile capire dove inizi e finisca questa inaffidabilità».
Le etichette di genere hanno avuto un peso?
«Penso di far parte di un gruppo di scrittori americani – insieme a Kelly Link, George Saunders e Carmen Maria Machado – che stanno deliberatamente sfumando il confine tra ciò che viene comunemente chiamato “genere” e ciò che consideriamo letteratura. Col tempo ho smesso di vedere genere e letteratura come opposti. Le etichette avevano un peso quand’ero più giovane. Oggi li considero piuttosto come lievi differenze di postura, che possono convivere all’interno della stessa storia, senza sentire il bisogno di stabilire gerarchie».
Come riesci a mantenere viva l’immaginazione senza perdere di vista la dimensione profondamente umana delle storie che racconti, anche quando compaiono zombie o creature d’un qualche altrove ?
«Trovo gli esseri umani infinitamente affascinanti, anche perché siamo imperfetti, moralmente ambigui e spesso finiamo per giustificare cose che non dovremmo. Credo che anche nelle storie più fantastiche le tensioni fondamentali della condizione umana possano emergere con chiarezza. Anzi, in situazioni estreme una parte della patina della civiltà tende a cadere, e le persone rivelano ciò che sono davvero. La scrittura può servire proprio a creare nuovi contesti in cui mettere l’umanità sotto stress».
Pur avendo scritto romanzi lunghi di grande forza, la forma breve sembra occupare un posto centrale.
«Sì, mi considero più uno scrittore di racconti che un romanziere, anche se quando ho un’idea che richiede la lunghezza di un romanzo mi impegno pienamente in quella forma. Il racconto può essere letto in una sola seduta, e questo permette una concentrazione molto più intensa: il lettore può cogliere connessioni sottili tra l’inizio e la fine, anche a livello ritmico o inconscio. Un’altra cosa che amo dei racconti è la possibilità di creare un mondo, mostrarne un frammento e poi passare subito a un altro. È come un’esplosione di energia che rivela un’idea e le sue possibilità».
La tua narrativa si muove spesso in territori oscuri e instabili. C’è un “prezzo” da pagare, sul piano personale o creativo?
«La madre di un’amica d’infanzia era una scrittrice di romanzi rosa. Aveva avuto una vita folle, interessante e difficile. Una volta le chiesi perché non scrivesse di tutto questo, e lei mi rispose che non sarebbe riuscita a sopportarlo: sarebbe stato come riviverlo. Ho avuto la fortuna di un’infanzia stabile, con genitori amorevoli, e credo che questo mi abbia dato le fondamenta per esplorare territori oscuri senza esserne travolto. Detto questo, alcune opere sono state difficili da scrivere: La colpa, per esempio, lo è stato per via dell’immoralità del protagonista e della sua distanza da me. Nel momento della scrittura, però, concentrarsi su linguaggio, suoni e ritmo offre una forma di protezione. Ci sono comunque momenti in cui è necessario mettere giù la penna e allontanarsi».
Hai dichiarato più volte di non amare spiegare fino in fondo ciò che accade nei tuoi testi, lasciando zone d’ombra e ambiguità irrisolte. Il lettore deve restare disorientato?
«Mi viene spesso chiesto se io sappia cose che il lettore non sa, se ci siano elementi che tengo fuori dalla pagina. Ci sono probabilmente alcune cose che conosco, ma non poi così tante: quelle aree di ambiguità spesso esistono anche per me. Quel disorientamento è essenziale per l’esperienza del lettore, ma lo è anche per me come scrittore. Preferisco chiudere una storia prima di aver capito tutto e prima di spiegarla fino in fondo. Amo le storie che continuano a risuonare dopo la lettura, che aprono una porta senza chiuderla del tutto. Cerco di far sentire al lettore che il terreno sotto i suoi piedi diventa instabile, ma non per infliggergli qualcosa: piuttosto per condividere un’esperienza che vivo anch’io mentre scrivo».
In questi racconti ritorna con insistenza una sensazione di perdita di orientamento: identità instabili, corpi che tradiscono, realtà che slittano senza preavviso. È un punto di partenza consapevole?
«Trovo queste zone di instabilità esaltanti, sia come lettore sia come scrittore. Credo siano legate alla mia visione del mondo come qualcosa che possiamo percepire solo in modo incompleto. Come suggerisce il filosofo Thomas Metzinger, interagiamo più con un’immagine mentale della realtà che con la realtà stessa, e questo genera inevitabilmente slittamenti e fraintendimenti. Nella narrativa porto tutto questo in primo piano, offrendo al lettore un’esperienza di spaesamento all’interno di un ambiente controllato, quello della finzione».
In molti tuoi racconti la violenza non è laterale, trattenuta. È importante lasciare che sia il lettore a “sentire” l’orrore più che a vederlo?
«Se riesci a far sentire al lettore ciò che sta accadendo, e persino a metterlo nella posizione di dover estrapolare, di partecipare attivamente, l’effetto diventa più potente. L’immaginazione del lettore genererà qualcosa di molto più intenso di qualunque descrizione dettagliata io possa mettere sulla pagina. Allo stesso modo, un mostro in un film è quasi sempre più spaventoso se lo si intravede soltanto, piuttosto che quando lo si vede completamente. Per me, come scrittore, si tratta quindi di dare al lettore abbastanza elementi per guidarlo e incoraggiarlo a immaginare qualcosa di forte».