Robinson, 13 aprile 2026
Intervista a Guy Delise
È uno sguardo preciso che attraversa tutte le opere di Guy Delisle: un misto di disincanto, ironia e acutissima osservazione antropologica. L’autore canadese ci ha abituati infatti a viaggiare nei luoghi più inaccessibili del pianeta, dalla Corea del Nord di Pyongyang alla Cina di Shenzenalle terribili Cronache di Gerusalemme. Il suo segreto è farci scoprire questi luoghi attraverso il filtro della quotidianità. Fino all’ultima opera dedicata a Eadweard Muybridge, il geniale pioniere della fotografia che fu anche anche un assassino.
Partirei dall’inizio e cioè da “Cronache di gioventù”, in cui racconta che cosa faceva prima di diventare un disegnatore lavorando per pagarsi gli studi. Come è nata l’idea di raccontare i suoi inizi?
«In realtà, quando ero più giovane, pensavo fosse troppo presto per raccontare i miei ricordi, così per farlo ho aspettato di avere più di cinquant’anni. L’idea di questo fumetto che parla della cartiera in cui lavorava mio padre mi sembrava buona, perché questa fabbrica è un po’ come un paese, che in realtà non si può visitare. E io volevo far vedere ai lettori quale fosse la vita degli operai che lavoravano lì. Lavorare in fabbrica quando hai 16 o 18 anni forma il carattere. Io lavoravo d’estate, ma vedevo chi invece lavorava lì per tutto l’anno. Era una possibile vita che ho capito di non volere che diventasse la mia: non è male avere questa consapevolezza».
Per fortuna c’era la biblioteca all’angolo della strada.
«Lì ho scoperto autori come Corto Maltese, Hugo Pratt e Moebius. Ho capito che il fumetto non era solo per bambini, c’erano storie adulte. Penso si possa dire che è un po’ quello l’inizio della mia carriera. Dopodiché ho fatto studi di animazione e lì ho veramente intrapreso la mia strada».
Prima l’animazione del fumetto.
«Mentre lavoravo come animatore, ho cominciato a creare alcune storie brevi. Quando fui mandato a Pyongyang pensai che sarebbe stato interessante farci un libro perché è un posto piuttosto folle. Poi mia moglie stava iniziando a lavorare con delle ong. Così la seguii in Etiopia e vivemmo per un anno ad Addis Abeba. Ed è lì in realtà che disegnai tutto Pyongyang. Volevo provare a vivere facendo solo fumetti e il caso ha voluto che avessi successo abbastanza rapidamente, così non sono più tornato all’animazione. Poi mia moglie mi disse che aveva un progetto in Birmania e ci andammo per un anno: lì scrissi Cronache birmane e in seguito passammo un altro anno a Gerusalemme. Lavoro sempre allo stesso modo: prendo appunti mentre sono sul posto e poi, alla fine, metto tutto insieme».
Qual è stato il posto peggiore?
«Non c’è stato un posto peggiore, ma Pyongyang era molto strano perché lì non hanno contatti con il mondo esterno. È folle pensarci. Quando esci da un posto così e saluti i traduttori, in realtà è un addio perché sai che probabilmente non li rivedrai mai più. Poi torni in un Paese europeo e pensi: la quantità di libertà che abbiamo è una cosa straordinaria, preziosissima. Non va data per scontata. Così è sempre stato un tema nei miei libri, come nella storia di Christophe André in Fuggire, storia di un ostaggio, amministratore di una ong che viene rapito, in cui si parla proprio di perdere la libertà, la cosa peggiore che possa capitare».
Sono cambiate le cose rispetto a quando era a Gerusalemme?
«Non molto. Il grande problema è Netanyahu, che per restare al suo posto è pronto ad allearsi con la destra più estrema: non c’è più limite alle uccisioni e alla distruzione. L’immagine che il governo israeliano si porterà dietro dopo tutto questo sarà devastante: Gaza, giornalisti, ospedali, tutto. Sembra che la Convenzione di Ginevra non esista».
Passiamo all’ultimo libro: perché Eadweard Muybridge?
«Lo avevo studiato quando lavoravo nell’animazione. Avevo il suo libro, quindi tutto ciò che sapevo di lui veniva da quelle sequenze fotografiche del movimento. Poi ho letto la storia della sua vita: era stato un fotografo famoso ingaggiato dal magnate Lelan Stanford, era diventato ricco e... aveva ucciso un uomo. Ho pensato: wow, qui c’è tantissima materia interessante! Più entravo nella sua storia, più capivo che era davvero affascinante. E poi non è molto conosciuto. L’unica biografia è in inglese. Così mi sono detto che per il pubblico sarebbe stato interessante scoprire chi fosse».
Nel raccontarlo viene descritto anche tutto un mondo incredibile.
«Attraverso di lui si racconta la nascita della fotografia: la prima volta che la gente vide un’immagine “congelata”. In quell’epoca speciale, in una sola generazione, arrivano il vapore, il motore, l’elettricità, il grammofono e il cinema. Volevo mostrare questo e l’impatto cheMuybridge ha avuto su tutto ciò che è venuto dopo: il cinema, naturalmente la fotografia, ma anche la pittura. Grazie alle foto, gli artisti erano diventati molto precisi nel ritrarre la realtà. Ma poi sono arrivati gli impressionisti e, boom, è cambiato tutto! I pittori che hanno cercato di competere con la fotografia sono andati nella direzione sbagliata. Mentre quelli che si sono detti “noi faremo semplicemente la nostra arte” sono gli stessi che oggi ricordiamo davvero».
E il “Manuale del cattivo papà”?
«Le storie arrivavano dalla mia vita in casa con i bambini. Facevo qualcosa, pensavo: “Oh no, non avrei dovuto farlo!": sono quasi tutte storie vere. Adesso però i miei figli sono diventati grandi e non ho più ispirazione: devo aspettare di diventare nonno».