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 2026  aprile 13 Lunedì calendario

Geoff Dyer racconta la sua infanzia

Tratto da “Compiti a casa"
Abbiamo vissuto qui – mia madre, mio padre e io – dal 1958, anno della mia nascita, fino al 1970, quando avevo undici anni. Mia madre andava fiera del fatto che la nostra fosse l’ultima di una fila di case a schiera, praticamente una bifamiliare in solitamente estesa. Anche senza questo incremento di status, era un edificio ricco di fascino. I mattoni delle facciate di tutta la schiera, rivolte a est, avevano un rivestimento di smalto segnato qua e là da crepe a ragnatela: erano i danni provocati dal fuoco nemico durante la Seconda guerra mondiale. I tedeschi non solo avevano attraversato la Manica, ma in qualche modo erano riusciti ad arrivare nel Gloucestershire, risalendo Fairhaven Street fino alla prima linea di Fairfield Walk. Pur essendo storicamente inesatta, questa nostra convinzione di mostrava quanto la guerra fosse ancora vicina, per i ragazzi cresciuti negli anni Sessanta. Sul retro delle case c’era un vicolo con un’ampia striscia d’erba al centro ed erbacce che crescevano a destra e sinistra. A metà strada, questo passaggio sterrato ne incontrava un altro, perpendicolare e in ugual modo pieno di pozzanghere, che correva tra Fairfield Avenue e Fairfield Park Road. Era qui che giocavano i bambini di tutti i vari Fairfield. 
Se davanti alle case il conflitto era giunto al termine, nei vicoli, sul lato più lontano della storia, i combattimenti continuavano senza sosta. Tutti i nostri giochi, non sorvegliati dagli adulti, avevano a che fare con la guerra. Benché si ispirassero in gran parte alla Seconda guerra mondiale, le armi che impiegavamo erano astoriche, provenienti dal selvaggio West dei cowboy (pistole a tamburo, dotate di fondine) e dei pellerossa (archi e frecce, con ventose al posto delle punte acuminate), dalle Crociate (spade, scudi, un assortimento di armature di plastica) e dallo spionaggio con temporaneo: James Bond, Organizzazione Uncle. Tutto ciò che in tempo di guerra era stato di metallo, nella nostra versione era rimodellato in plastica. Io possedevo sia una Tommy Gun di plastica nera sia, come molti miei amici, un elmetto di plastica verde. Dato che la funzione di questi elmetti era proteggerci, diventava accettabile colpire Keith Williams in testa – sull’elmetto di plastica – con la mia Tommy Gun. L’elmetto fece il suo dovere, lui non riportò lesioni, ma la canna della mia pistola si staccò e restò appesa alla cinghia di plastica color cachi che la univa al calcio di finto legno. Un’arma preziosa era stata ridotta in pezzi di plastica tutti storti. 
Io, fisicamente illeso, dovetti tornare con la mia pistola mortalmente ferita al posto di soccorso che rispondeva al nome di casa. Quella sera mio padre provvide a incollare i pezzi, però l’arma rimase fragile – più di quanto fosse prima della rottura – e dopo di allora dovette essere maneggiata con una cautela inadatta alle esigenze della battaglia. La guerra continuò a infuriare, con una determinazione che applicò il discorso di Churchill sui combattimenti sulle spiagge e sulle zone di sbarco prima all’arena dei cibi conservati e poi a quella della vegetazione spontanea. Quando non avevamo più munizioni per le nostre pistole Sekiden, al posto dei pallini color argento usavamo piselli surgelati. Se le armi si inceppavano perché scongelandosi i piselli diventavano mollicci, ci arrangiavamo con dardi in grado di perforare i maglioni: erano forasacchi, le spighe di orzo selvatico che crescevano in ciuffi ondeggianti ai margini del vicolo. Quel vicolo era una sorta di Terra di nessuno, nel senso che era appannaggio quasi esclusivo di noi bambini, e l’unico conflitto che non trovava posto nei nostri giochi era la Prima guerra mondiale. Sempre presente nel regno della memoria e del parentado – il nonno di Gary Hunt non mancava mai di calarsi le braghe per mostrarci le rosee cicatrici delle ferite da schegge dei proiettili d’artiglieria della Somme – era del tutto assente dal nostro terreno di gioco, la trincea del vicolo. Più che una guerra con obiettivi e schieramenti ben definiti, lo scontro senza vincitori in cui ci impegnavamo era un vortice di alleanze mutevoli dove i prigionieri venivano rilasciati senza preavviso, i feriti si riprendevano all’istante e i morti tornavano in vita nel giro di pochi minuti, spesso riprendendo le armi a beneficio della parte che li aveva appena ammazzati. Mentre nella guerra vera e propria essere colpiti, feriti, catturati o uccisi erano le cose peggiori che potessero capitare a un soldato, per noi erano le esperienze più attivamente ricerca te. Volevamo essere uccisi, rotolare e (brevemente) morire, e ci sentivamo ingannati se ci veniva negata questa prova definitiva della nostra piena partecipazione ai combattimenti. Alcuni veicoli civili non mimetizzati – Triumph Herald color malva, Ford Anglia blu – avanzavano lentamente tra le pozzanghere anfibie, ma con un traffico tanto rado non correvamo alcun pericolo. Le ginocchia sbucciate e qualche piccolo taglio erano un inconveniente minore – elementi di realismo, e le bambine applicavano bende che erano fazzoletti e medicazioni immaginarie – e in tutti quei giochi c’era una caotica mancanza di cattiveria. Il rumore costante – gli ordini urlati, le richieste di altre munizioni gridate, le esplosioni vocali, il rat-a-tat-tat delle mitragliatrici – era la prova udibile di una tranquillità più pro fonda di quella che avrebbe mai potuto essere trasmessa dal silenzio. Fare la guerra significava essere in uno stato di pace attivo, immersi nella soddisfazione di un amore condiviso per tutto ciò che era marziale. 
A una cert’ora gli adulti uscivano per dichiarare la tregua notturna e suonare la ritirata. I compagni d’arme tornavano a casa insieme, a giocare ancora con i fratelli; io tornavo da mamma e papà, a giocare con i miei giocattoli. Nel nostro giardino sul davanti della casa, con il suo quadrato di prato cosparso di margherite e fiori su tre lati, falciato spesso e spianato con un pesante rullo, c’era molta più quiete. Naturalmente combattevamo ancora. Una diapositiva mostra me e il biondo Keith in una piscina per bambini con le sponde rosse imitazione mattoni, a galla nel prato verde Kodachrome, mentre ci spruzziamo addosso acqua con le bolle da flaconi di detersivo per i piatti Fairy Liquid. La vita ha scattato immagini senza macchina fotografica di me e mia madre che giochiamo a badminton due contro uno con mio padre. Le racchette erano incordate in modo così lasco che il nostro gioco si fermava all’istante quando il volano gommoso, invece di rimbalzare sulle corde, vi rimaneva silenziosamente incastrato, come una creatura catturata da una rete. Noi tre ci guardavamo intorno, momentaneamente sconcertati dall’improvviso arrestarsi del tempo. 
Trattandosi dell’ultima casa della schiera, sul lato c’era un’ulteriore striscia di terra, un vialetto di cemento con una stretta fila di piante accanto allo steccato scuro e nodoso la cui unica funzione era di tenere a bada la strada. Lo steccato, alto circa un metro e mezzo, veniva regolarmente creosato da mio padre, creosatore appassionato, che si dedicava alla creosatura di quello steccato con la stessa cura che metteva nell’applicazione di ossido rosso al telaio dell’altalena artigianale nel cortile sul retro (forse anche questo faceva parte della sua funzione: esisteva per essere creosato, lo steccato). Dalla strada noi lanciavamo palline da tennis consumate contro il muro laterale della casa – una scogliera di mattoni senza finestre – e le prendevamo al rimbalzo. Questo gioco iniziò soltanto dopo – non sarebbe stato possibile durante – il fortunatamente breve periodo successivo al licenziamento di mio padre dalla Gloster Aircraft Company, nel quale aveva lavorato di notte alla Nylon Spinners dormendo di giorno. Un pomeriggio io e Gary pas sammo ore a cercare di lanciare una palla dritta nel comigno lo per farla scendere lungo il camino, una forma estrema di pallacanestro. Non ci riuscimmo mai, e anche se ci fossimo riusciti la palla, annerita nel percorso, avrebbe lasciato macchie scure di fuliggine rotolando nel tinello abitato o nel salotto intonso.