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 2026  aprile 13 Lunedì calendario

Marco Schifano parla di suo padre

Nello studio di Mario Schifano in via delle Mantellate, a Roma, c’era un bambino che si arrampicava su una palestra di finta roccia. «Papà me l’aveva regalata per il mio compleanno. Era una di quelle professionali, altissima. Tanto i soffitti, lì, erano di dieci metri. Ma io soffro di vertigini», racconta Marco Schifano. Il fotografo quarantenne, figlio dell’artista e della moglie Monica De Bei, si lascia andare per la prima volta ai ricordi in un’intervista. Mentre attorno a suo padre si accende un nuovo interesse, alimentato dalla mostra al Palazzo delle Esposizioni e dal mercato.  «Ormai l’arte è diventata un investimento più che un piacere – dice – La verità è che non riesco tanto a parlare di lui. Ci sono amici o amici di amici che, a volte, mi chiamano, dicendo: “Sai, ho comprato uno Schifano… oppure: mi piace molto Schifano. Vediamoci per un aperitivo così ne discutiamo. Ma, a un aperitivo, preferisco affrontare altri argomenti (ride)… Io non sono mio padre». 
Torniamo allo studio in via delle Mantellate, a quella parete da scalare… 
«Era un agglomerato color bronzo: papà la dipinse tutta per abbellirla. Non so chi se la prese poi, chissà dove è finita. So che mio padre avrebbe voluto comprarmi anche un carro armato in disuso. Poi lo fermarono, per fortuna. Aveva queste manie di grandezza… ma era anche il suo modo di voler bene, di dimostrare affetto. Apparteneva a una generazione lontana: era del 1934, io del 1985. Mi ha avuto a più di cinquant’anni». 
Che cosa faceva un bambino in quello studio? 
«Ricordo il fermento tutto il giorno. È stata la mia scuola-guida quello studio. Guardavo papà dipingere per ore. E ogni tanto mi faceva intervenire, mi faceva dare qualche pennellata. In una serie di opere, utilizzava i miei giochi. Capitava che li attaccassimo insieme: Le avventure dei giocattoli eccedenti riprende tutti gli oggetti con cui mi divertivo»
Nel 1985, Schifano realizza la sigla per il programma Rai di Enrico Ghezzi “Magnifica ossessione”. Scene di film sono montate attorno all’immagine di un neonato: è lei. 
«Sì, c’è il mio faccione in quella sigla. Ma il vero bambinone era mio padre. Era un grande giocherellone. E questo aspetto è stato fondamentale per la sua arte. Sperimentava, provava, decade dopo decade. Ogni decennio ha il suo Schifano. In questo si differenziava da colleghi come Tano Festa e Franco Angeli. Cercava di evolversi di continuo. Con gli anni Ottanta è arrivata la tecnologia, la sperimentazione su tele pvc, le foto ritoccate, le polaroid con il banco ottico. Ha affrontato tantissimi linguaggi, flettendo il mezzo secondo le sue necessità espressive. “Adesso che mi invento?”, sembrava dire ogni volta». 
Ha attraversato anche periodi difficili. 
«Certo, periodi bui, lo sanno tutti. E io ricordo una Trastevere che non è quella di oggi con gli studenti americani e i turisti. Ricordo i tossici e gli ex carcerati. Ma mio padre è sempre stato generoso con gli esseri umani».
Negli anni Sessanta suo padre è stato una sorta di rockstar, in Italia e non solo. Ci sono tante fotografie che testimoniano quell’epoca a ridosso della dolce vita. Schifano ha incrociato i Rolling Stones, che nel 1969 gli dedicarono “Monkey Man”. 
«Sì, mio padre frequentava il jet-set. Roma era la capitale del cinema, allora. C’era un fervore che regalava gli input giusti a chi sapeva coglierli. E papà, che era nato in Libia e veniva da una povertà estrema, aveva fatto tutto da solo. Fu Marianne Faithfull a introdurlo a Jagger e compagni. Poi arrivò Anita Pallenberg. Con entrambe ebbe una storia. Ho frequentato molto Anita, quando abitavo a Londra. È stata un po’ una nonna per me: andavamo insieme alle feste con Kate Moss. A casa sua incontravi star come Bill Murray. Anita mi raccontava dell’eleganza di papà: i lati più brutti non me li ha mai voluti dire. Anche Marianne mi diceva che l’avrebbe dovuto sposare. Insomma, con entrambe lui si era comportato benissimo». 
Ma poi erano arrivati i Rolling Stones… 
«Con Mick Jagger e Keith Richards era difficile competere. Anche se io, a dire il vero, preferisco i Beatles». 
Una delle opere che suo padre dedicò ad Anita Pallenberg, “View beyond the Hudson River (To Anita Pallenberg)” del 1964, andrà all’asta da Christie’s. 
«Odio le aste. Hanno distrutto qualsiasi cosa avesse un valore. Ormai è solo il commercio a determinare la visibilità di un’opera. È accaduto anche con quelle di papà che sono arrivate a cifre importanti. Non ci sono molte regole e si investe sempre sugli stessi. Il ricambio generazionale in questo Paese è impossibile». 
Ci saranno delle opere di suo padre che ama di più. 
«C’è una sua Coca Cola che mi piace molto, così come il Futurismo rivisitato. E anche la Chimera monumentale che realizzò a Firenze nel 1985. Non apprezzo tutto, ma c’è tanta qualità in ciascuno dei suoi periodi. Certo, poi, se mi avesse lasciato uno dei suoi monocromi…». 
Vuol dire che non possiede opere importanti? 
«No, non mi sono rimaste opere importanti. Mio padre era così: una volta si ricomprò da Marconi un quadro a cui teneva. Ho alcuni disegni e Segreto di eterna giovinezza, una tela gigante con una mia foto che lui aveva dedicato a me. Ora è incellofanata, in attesa di essere ricollocata dopo il trasloco. E poi ho piccole cose a cui sono molto legato: come gli omini Lego dipinti da lui che ho fatto incorniciare. Oggi lo ritrovo in questo e nei cataloghi». 
Lei ha scelto di fare il fotografo. Non è mai stato sfiorato dall’idea di dipingere? 
«Non mi piace dipingere. Ci ho provato come tutti i figli di artisti perché non potevo fare né il notaio, né il dentista. Ero interessato al cinema, ma è un mondo complesso da cui mi sono allontanato dopo alcune esperienze. Ho scelto la fotografia, anche se in Italia non c’è la sensibilità giusta per questo linguaggio che troviamo in Germania o in Francia. Mi ci sono avventurato all’inizio, sfruttando il nome. Prima mi dedicavo ai paesaggi. Poi la mia fonte di ispirazione è diventata la pittura fiamminga del Seicento e ho cominciato a riprodurre le nature morte in studio, usando il fondo nero come cifra. Penso che, se mio padre non fosse morto nel 1998, non avrei fatto il fotografo. Sarei diventato un figlio tremendo, pronto a farsi elargire soldi (ride)». 
Che cosa chiederebbe a suo padre, se fosse vivo? 
«Gli chiederei se apprezza il mio lavoro. Vorrei capire dallo sguardo di mio padre dove sono arrivato fino a questo momento».