Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 12 Domenica calendario

Philip Pullman parla della "Bussola d’oro" e del presente

Non c’è due senza tre. La prima volta incontrai Philip Pullman dalle parti del Pitt Rivers Museum, forse il più bel museo di Oxford, dove si possono trovare teste miniaturizzate delle popolazioni Shuar dell’Ecuador accanto alla maschera di un diavolo indiano. Ero in compagnia del suo storico amico editor David Fickling, che per primo ricevette il manoscritto de La bussola d’oro (1995). David è uno dei pochi di cui si possa serenamente dire che abbia indirizzato la letteratura per ragazzi della fine del secolo scorso, e impostato quella del nuovo. Il rapporto tra David e Philip mi è sembrato quello che poteva esserci tra Francis Scott Fitzgerald e il suo editor Mark Perkins, di cui avevo letto in Max Perkins. L’editor dei geni, che mostra quale sia la potenza dello scambio intellettuale tra chi scrive e chi rimane dietro le quinte. Oggi direi che quell’energia che sentivo, fatta di amicizia, stima, stupore, era uscita dal campo magnetico di cui Philip parla in The Rose Field, l’ultimo libro della seconda trilogia delle Oscure materie. Solo che allora Philip non lo aveva ancora scritto.
La seconda volta che lo incontrai fu a casa sua. Per chi lavora nella letteratura per ragazzi, e ama il fantastico, parlare con lui è come per un fisico poter chiacchierare con Edward Witten (se non sapete chi è, è perché non siete dei fisici). Bastano pochi minuti e il tuo foglietto con le domande diventa inutile: è Philip a fare domande a te. Non perché ti chieda davvero qualcosa ma perché, mentre parla, sembra che ti dica: ma davvero a questa cosa tu non avevi pensato? E finisci per seguire lui invece della tua traccia. È questione di grandezza, di facilità e limpidezza di pensiero, tutte cose che a lui risultano molto naturali.
La scusa di questa nostra terza chiacchierata è delle migliori: l’edizione speciale in Italia de La bussola d’oro, il suo libro più emblematico e indispensabile, quello che ha dato il «la» alle due trilogie delle Oscure materie, in occasione dei 30 anni dalla prima uscita in Italia (3 ottobre 1996). La veste grafica e la copertina mi sono state mandate tempo fa da Mariagrazia Mazzitelli, la Mark Perkins di Salani, senza una parola di commento, come per dire: guarda che cosa ho fatto fare. E così ci siamo dati appuntamento online.
È una cosa che sembra facilissima e invece è complicata: anche se ho il numero di Philip, si deve passare da uffici stampa e agenti, vanno incrociate le agende, e soprattutto io non vivo più a Reading, in Inghilterra. Di Reading, tra l’altro, Philip e David sostenevano che l’unica cosa che avesse ancora di bello, dopo i bombardamenti dei tedeschi, era il prato dove d’estate si tenevano i concerti. Alla fine, riusciamo a far partire un video, ma per sentirci usiamo il buon vecchio telefono.
Philip sfoggia quella spettinatura tipicamente inglese di chi ha un diavolo per capello. Gli domando se si aspettava, quando spedì il manoscritto a David, che la sua protagonista Lyra avrebbe fatto tutta questa strada (siamo intorno ai 20 milioni di copie vendute).
Come ti senti?
«Sorpreso. Non avevo mai immaginato che il mio libro sarebbe diventato tutto questo. E pensa che all’inizio non ero nemmeno d’accordo sul fatto che fosse indirizzato ai ragazzi».
E oggi?
«Adesso non penso più a chi è il mio lettore. Spero solo che sia qualcuno che, leggendo, provi emozioni, e con le emozioni diventi una persona migliore. E che compri il libro, anche. Io non sono un filosofo, non sono un professore. Sono solo uno che racconta storie, e ho bisogno che le storie siano comprate».
Però molti dei tuoi lettori, in particolare con «La bussola d’oro», sono inclini a pensare al libro come a una specie di esperienza religiosa. Non è strano, per una storia che sembra un forte attacco alle questioni religiose?
«Io metto in guardia dall’idea totalizzante e soffocante del sistema di controllo di una religione (nel libro, il Magisterium, la chiesa dominante, ha sede a Ginevra, ed è un bel contrasto tra le nostre idee di religione e scienza, ndr)».
Scriveresti le stesse cose oggi?
«Oggi mi preoccupa molto di più il potere del capitalismo, di un certo capitalismo, del denaro che sta mangiando e distruggendo il mondo. Non mi sorprende che due delle mie grandi paure aleggino entrambe ogni volta che penso agli Stati Uniti. Sono una nazione che, dopotutto, deve la sua fondazione alla morale puritana e alle rigide convinzioni dei suoi primi coloni».
Come ci si ribella al doppio potere?
«Lyra mi aiuta a raccontare quello che credo sia uno strumento su cui dovremmo riflettere di più, ovvero l’immaginazione. Che secondo me è una forma di senso, come la vista, l’odorato, l’udito, il tatto, gusto, un senso che come gli altri impariamo o meno a esercitare per ottenere informazioni nel mondo che abbiamo dentro alla nostra stessa testa, quello dove risuonano le memorie, le idee, i ricordi, i nostri pensieri. È la bussola del campo magnetico di quel mondo. Credo che sia importate ripotare al centro l’immaginazione e l’immaginario perché abbiamo smesso di farlo dopo i poeti romantici di due secoli fa. L’immaginazione si può allenare, ed è incredibilmente sorprendente. Quando scrissi La bussola d’oro, ad esempio, ero ossessionato dai daemon (gli spiriti animali e spirituali che accompagnano i personaggi della storia, ndr), e pensavo che fosse una buona idea per scriverci un libro. A trent’anni di distanza, invece, sono ancora qui che scopro cose su di loro».
Ad esempio?
«Sono colpito dalla follia collettiva in cui viviamo, dalla scomparsa dei daemon e della ragione, quella stessa che Orlando a un certo punto perde, e che Astolfo dovrà andare a recuperare per lui sulla Luna. È un viaggio che dovrà fare anche Lyra. Ecco, direi che ho copiato quell’idea».
Io direi invece che ti sei ispirato: e non è forse questo il nostro ruolo, mettere in comune le nostre storie, spunti, idee, e affidarle a un buon protagonista che ci faccia da guida per il futuro?
«Il futuro ha bisogno d’immaginazione, sì, ma l’immaginazione è un senso lento. Noi corriamo troppo. È tutto troppo veloce. E la velocità non è l’unico grande problema. Anche la distanza lo è».
In che senso? Quando uscì «La bussola d’oro» non esistevano i social. Non dovrebbero essere strumenti per accorciare la distanza tra noi?
«Al contrario. Guarda solo quanto è stato difficile sentirci. Il fatto è che noi esseri umani abbiamo impiegato migliaia di anni per imparare a parlare. E poi, però, una volta scoperto il linguaggio, allenata la voce, era qualcosa facile da usare, ci era vicino. Poi, in qualche altro migliaio di anni, abbiamo imparato a scrivere, incidendo lettere sulla pietra. E anche quella è stata una scoperta facile da ripetere. Poi è arrivata la stampa. Molto più complicata, ma ancora vicina e replicabile: imparavi come mettere i caratteri uno vicino all’altro, a bagnarli di inchiostro, a pressare il torchio, ed ecco le pagine. Poi è stato il momento della fotografia. E con la fotografia è iniziato il vero allontanamento, perché per fare fotografie avevi bisogno di strumenti molto più particolari e fragili e costosi, e di reagenti, di prodotti delicati e complicati. Poi, i film. Come si fa a comunicare con un film in modo facile e comprensibile? E infine i computer, oggi, macchine che sembrano funzionare, che funzionano, ma che noi non capiamo davvero, non possiamo riprodurre o costruire o riparare. Dobbiamo affidarci a una casta di nuovi sacerdoti. Sono strumenti che accelerano la comunicazione, vero, ma il cui cuore è troppo lontano da noi. E questo mi spaventa».
E Oxford, la tua Oxford, quanto si è allontanata da quella di Lyra?
«Vivo ad Oxford da più di sessant’anni, da quando sono arrivato qui come studente. Ed Oxford è ancora qui, i college sono ancora qui. Ma è peggiorata, e sta andando sempre peggio. C’era un negozio di musica, in centro, un negozio che era lì da più di cent’anni, che vendeva dischi, spartiti, e dove io sono andato per anni a comprare musica, ad ascoltarla, copiarla, a parlare con gli altri. Ha chiuso. E così Gill & Co., il più antico negozio di ferramenta, in centro, che era aperto da 480 anni: 480 anni! Il palazzo è stato comprato da una di queste società di capitali che ha levato le antiche insegne e gli scaffali con i martelli, gli attrezzi e tutto ciò che serviva a fare i mestieri con le mani. Ci ha messo uffici, e immagino che ora ci siano dentro tizie e tizi che guardano gli schermi, e cliccano. Succede dappertutto, non solo a Oxford. Solo che, per qualche motivo, speravo che non sarebbe successo anche a Oxford».
Forse è perché sono cambiati i pericoli? Una volta erano fuori, nei territori selvaggi. Oggi ti entrano in casa, sul divano, come un’elettricità cattiva, e nemmeno te ne accorgi.
«Questo mi piace. Mi faccio un appunto: mi hai appena dato un’idea per il prossimo libro».
Buono a sapersi, ma allora ti ripeto la domanda: come ci si ribella a questo? Perché Lyra e tutti i tuoi eroi sono personaggi che reagiscono.
«Ci sono associazioni, iniziative, che provano a organizzare forme di ribellione a queste assurdità, come un’australiana, che vuole arginare l’uso così dominante della tecnologia. Ma l’unica ribellione possibile è a scuola, formando le teste dei ragazzi. Facendoli leggere. Non lo so cosa scriverai di questa nostra intervista, ma una cosa mi piace: che non hai registrato cosa ci stiamo dicendo, che non c’è un’IA che prende appunti per te».
Carta e penna, Philip. Io sono così.
(Lui, nel video, solleva le sue, di carta e penna, e sorride, e si pettina nervosamente i capelli e mi confessa un’ultima cosa, quello che pensa che sia lo strumento più importante per armare la nostra immaginazione). «Sono i versi. I poeti. Non è una passione, è una necessità. Adoro mandare a memoria i versi dei poeti inglesi, perché è la mia lingua, ma imparo anche quelli in altre lingue. La nostra voce è un’arma potente, antica, la più antica che abbiamo. E le poesie sono incantesimi, sono il nostro modo di superare le barriere tra i mondi, di far sollevare la polvere che tiene lontani tra loro i vari universi possibili».
Dimmene una, gli chiedo. E lui me la dice.