La Lettura, 12 aprile 2026
Intervista a Natalia Litvinova
Esce Lucciola di Natalia Litvinova, inusuale romanzo a frammenti di una poetessa bielorussa che scrive in spagnolo. Nata a pochi chilometri da Chernobyl l’anno della catastrofe, Litvinova cresce in una Bielorussia prostrata, prima di emigrare con la madre in Argentina. Questo romanzo, che porta l’autofiction verso un delicato realismo magico, è la sua riscoperta e reinvenzione di quelle memorie.
Litvinova, sulla fascetta del suo libro c’è scritto «memoir», ma lei parla sempre di romanzo.
«Sì, preferisco “romanzo”, ma solo perché non trovo definizioni migliori. Credo che questo testo sia una sorta di estensione in prosa della mia poesia, come del resto prova la sua struttura “a frammenti”. È vero che ho cominciato a scriverlo per lavorare sui punti oscuri della mia vita, su Chernobyl, la fuga dalla Bielorussia, l’esilio – sì, lo definirei esilio più che migrazione – in Argentina... Ma anche se il punto di partenza è stata la memoria, il mio punto di riferimento, da poetessa, è sempre solo la lingua, e quando si lascia che sia la lingua a decidere, è facile distaccarsi dalla realtà dei fatti, dato che la lingua poetica più che la realtà, cerca la verità».
E diverse «verità» non le erano state riferite.
«Fino all’età di trent’anni non ho mai badato al fatto che mia madre fosse incinta proprio al momento dell’esplosione della centrale di Chernobyl. Allo stesso modo, non sapevo che, come presentendo un grande pericolo, aveva da poco venduto la casa che era stata di mio padre. Ci trasferimmo così a Gomel’, la seconda città più grande della Bielorussia, mezzo milione di abitanti; e poi, quando avevo dieci anni, fuggimmo in Argentina. Cose vere, che però ho realizzato solo dopo decenni, mediate dalla voce di altri; in più, ho dovuto riempire da sola gli spazi oscuri. Già questo ci porta lontani dal memoir, forse autofiction sarebbe già parola più sensata, ma io credo che alla fine si torni a romanzo, perché nella mia scrittura lo straniamento è fondamentale – la memoria, infatti, ha certi automatismi che a volte possono tradire, e vanno disinnescati – e anche questo è un fattore che tende a portarci lontani dalla “realtà fattuale”».
L’impressione è che sia partita da domande inusuali, come quelle che a volte si fanno i bambini.
«Davvero. La prima e più grande aveva a che fare con la tristezza. Vede, io sono una persona estremamente allegra, da sempre. Ma tutta la mia famiglia è sempre stata piena di tristezza. Era una vera centrale di produzione di tristezza. Quella era la nostra radiazione. Perché erano tutti così tristi? Che cosa mi nascondevano? Ho cominciato così un’investigazione personale, come un’inchiesta, ma sulla mia stessa famiglia. Via via che scoprivo cose, la scrittura mi ha anche aiutata a sopportare le informazioni che raccoglievo, che erano, in effetti, sempre più tristi, e avevano anche a che fare con un’enorme tragedia storica. Certo, Lucciola è anche “un romanzo su Chernobyl” ma credo che il modo migliore per arrivare ai grandi temi sia passare dalle storie piccole, anzi minute. Quando entra in campo la Storia con la S maiuscola, e spesso lo fa per mezzo di tragedie, quasi sempre si tende a dimenticare la parte umana, ciò che accade a singoli e famiglie: la tristezza, la depressione, lo sfaldamento dei legami...».
E l’alcolismo. C’è molto alcolismo in «Lucciola».
«C’è molto alcolismo in Bielorussia! E come dare torto agli ubriaconi? Io non me la sento di dar torto, mai, a nessun ubriacone. Quando ero piccola, vivevamo in un grande palazzo di tipo sovietico, immaginate il classico condominio brutalista gigantesco... Bene, la porta principale del palazzo non veniva mai chiusa, e quando c’era la neve l’atrio si riempiva di ubriaconi che si riparavano dal freddo; io, come le altre bambine, per salire a casa mia dovevo saltellare tra gli ubriachi privi di sensi. Saltare gli ubriachi, sì! Non rappresentavano neanche qualcosa di negativo, erano solo una parte della realtà. Una parte onnipresente. Una volta, notando che non c’erano mai donne tra gli ubriachi, chiesi a mia madre come mai gli uomini bevessero così tanto, e lei mi disse che le donne sopportavano meglio le radiazioni. Disse radiazioni, ma anni dopo ho capito che si riferiva anche al dolore, a tutto il dolore che il disastro di Chernobyl aveva portato. Ma non era solo quello. In Bielorussia c’era un sistema molto oppressivo, anche se da bambina non me ne accorgevo, e c’è tuttora. Gli ubriachi saranno passivi, ma a modo loro resistevano e resistono all’oppressione: rifiutano il sistema, e chi rifiuta un sistema oppressivo ha sempre la mia simpatia».
È mai tornata là?
«Sì, per lavorare a questo libro, e sono rimasta impressionata nel vedere quanto poco il Paese sia cambiato. Certo, era cambiato il mio sguardo: non mi appariva più il luogo mitico e monumentale della mia infanzia – monumentale, sì, perché ovunque c’erano i palazzi brutalisti e i mausolei del regime – ma una landa sospesa, surreale, onirica... Avevo l’impressione di essere finita in un film di Andrej Tarkovskij, anzi peggio, visto che percepivo anche una forte pressione militare, altra cosa che da piccola non vedevo. La Bielorussia di oggi è un Paese oltremodo militarizzato, pieno di propaganda bellica, e a ciò si aggiunge il clima teso che si respira ovunque: c’è molto silenzio, in Bielorussia, nessuno parla, niente capannelli, tutti si comportano bene in modo parossistico... Per dire, nessuno butta una cartaccia, perché se alla polizia gira male, per una cartaccia o un parcheggio non pagato possono sbatterti dentro e poi lasciartici anche per anni... A volte sottovalutiamo quanto sia fondamentale la libertà di potersi comportare male, e quanto il “decoro” possa essere un volto dell’autoritarismo. In più, dato che ero arrivata dall’estero e facevo domande scomode – perché sì, ancora oggi parlare di Chernobyl è tabù – ero letteralmente percepita come una spia».
La guardavano strano...
«Ero straniera in patria, e diventavo ancora più straniera quando raccontavo cose per loro assurde, come il fatto che non avevo figli e non ne volevo! L’unica cosa che mi salvava dall’essere totalmente sospetta era il fatto che il 2019, subito prima del Covid, fu il primo e finora unico anno d’apertura della Bielorussia al turismo, e quindi be’, qualcuno si diceva, questa è così strana perché è una turista... Ma dovevo sentire comunque un legame profondo con quel posto, perché lì ho deciso di farmi un tatuaggio, e la prima persona con cui ho potuto parlare di radiazioni è stata il tatuatore, un appassionato di heavy metal che aveva letto Svetlana Aleksievic, i cui libri su Chernobyl là sono ancora proibiti. Mi ha raccontato quanto le cose fossero difficili per la musica, oltre che per la letteratura: il suo sogno era organizzare un festival metal, ma tutto passava per infinite richieste di autorizzazioni, far cose senza autorizzazione è pericoloso, e allora compili le richieste, ma alla fine l’autorizzazione viene sempre negata... È molto difficile sognare, in Bielorussia».
Aleksievic e altri hanno scritto grandi libri su Chernobyl; farlo oggi, che cosa può insegnarci?
«Credo che ci possa insegnare che la verità storica pian piano affiora sempre. Tutto fu insabbiato in modi incredibili, un po’ come certe storie della mia famiglia. Ora, pian piano, le cose sono chiare anche ai bielorussi. E poi ci insegna che l’umanità fa molta fatica a integrare le lezioni della storia. Perché ciò avvenga, serve un lavoro sulla memoria collettiva, qualcosa che coinvolga l’intera società, sempre. In tutta l’ex Urss c’è un problema molto grave in questo senso. Lo percepisco con forza perché nella società argentina c’è un lavoro enorme sulla memoria collettiva: con la scuola si va a vedere i luoghi dove gli aguzzini di Jorge Rafael Videla torturavano, stupravano e uccidevano prigioniere e prigionieri, tutte le famiglie sono coinvolte... In Bielorussia non esiste un simile lavoro, anzi il problema arriva fin dentro la psicologia del Paese. Da noi si potrebbero ripetere tante tragedie. Non solo: ci sono anche tragedie sepolte tutte da riscoprire, ed è proprio quello su cui sto lavorando... Pochi sanno che ci sono state gravi irradiazioni, tutte insabbiate, anche negli anni Cinquanta: potrebbe essere il tema di un mio prossimo romanzo».