Avvenire, 14 aprile 2026
I misogini e gli allenamenti nella manosfera
L’ex poliziotto francese Cédric Prizzon, 42 anni, all’inizio di aprile ha confessato di aver ucciso la ex moglie e l’attuale compagna; una petizione popolare in Francia ora chiede che l’inchiesta venga affidata alla Procura antiterrorismo, perché esistono evidenze secondo le quali l’uomo è stato incitato a compiere il duplice omicidio da gruppi online appartenenti alla cosiddetta manosfera. Già l’anno scorso l’antiterrorismo d’Oltralpe aveva aperto per la prima volta una procedura legata alla galassia incel, incriminando un 18enne sospettato di pianificare aggressioni all’arma bianca contro le donne. Per chi non avesse dimestichezza con l’universo digitale che coinvolge ormai milioni di uomini e che ha preso l’aspetto di una vera e propria subcultura, è necessario specificare che Manosfera indica decine di comunità online accomunate da rivendicazioni maschiliste “giustificate” dall’idea secondo la quale il femminismo deprime la virilità e vuole rovesciare l’ordine millenario basato sulla supremazia del maschio. Incel è invece una della tante comunità della manosfera: i “celibi involontari”, esclusi dall’amore femminile o, meglio, incapaci di costruire una relazione, sviluppano teorie misogine nutrendo la loro rabbia verso le donne. Se ne parla da anni e nei giorni scorsi grazie al documentario Inside the Manosphere del giornalista britannico Louis Theroux, rilasciato l’11 marzo scorso da Netflix, gli spettatori hanno potuto conoscere più da vicino il mondo dei principali content-creator che dagli Stati Uniti alimentano la retorica dell’iper-mascolinità e la visione patriarcale e misogina dei ruoli di genere. Qualche nome: Andrew Tate, Harrison Sullivan (conosciuto online come HSTikkyTokky), Amrou Fudl (alias Myron Gaines), Nicolas Kenn De Balinthazy (alias Sneako)… Tra gli strabilianti “credo” di questi uomini-alfa quello più incredibile è la “monogamia unilaterale”: le femmine fedeli ai loro compagni, i maschi liberi di avere tutte le esperienze che desiderano. L’estetica femminile promossa dalla manosfera è di conseguenza quella di una donna ipersessualizzata, passiva e subalterna, che si ritaglia felice e consenziente il ruolo di moglie e madre, purché nel lusso. I temi del maschilismo più feroce si intrecciano con quelli tipici della destra del mondo Maga, e infatti molti degli influencer intervistati da Theroux esibiscono fotografie accanto a Donald Trump.
Non è solo ideologia, naturalmente, ma anche o soprattutto business. Molti content-creator della manosfera approfittano della fragilità di legioni di giovani maschi in cerca di una nuova identità in tempi così confusi per elargire, accanto a slogan motivazionali, anche consigli su improbabili piani di investimento super-redditizi, spostandosi su Telegram dove le comunicazioni sono più riservate. Se queste sono le espressioni più “alte” e strutturate della manosfera, c’è un universo impressionante e sotterraneo di siti, blog, chat in cui il femminile è fatto a pezzi. Anche l’Italia ha il suo posto di rilievo in questa fenomenologia. L’emersione la scorsa estate del forum online “Phica.eu” con 700mila iscritti e pochi mesi dopo del gruppo Facebook con 32mila iscritti “Mia moglie” hanno scoperchiato un autentico immondezzaio di foto intime rubate e condivise, di immagini manipolate e ipersessualizzate. Ma le denunce e le inchieste non hanno fermato lo sconcio. Alla fine dello scorso marzo una donna ha denunciato alla Polizia di Stato di Catanzaro un gruppo pubblico su Facebook con un titolo esplicito (che non scriveremo) che aveva pubblicato sue foto rubate accompagnate da frasi sessiste. I tempi di reazione sono stati rapidi, questa volta, e Meta dopo pochi giorni ha oscurato il gruppo. Di queste storie le cronache sono piene ogni giorno. Ma dunque “Internet non è un posto per femmine”? Questa domanda è anche il titolo di un libro pubblicato all’inizio dell’anno da Einaudi (pagg. 146, euro 15). L’autrice, Silvia Semenzin, teorizza che dietro l’apparente libertà della rete si rafforzano le stesse gerarchie del mondo reale. E non per caso: gli algoritmi imparano dagli stereotipi, le piattaforme monetizzano la violenza di genere, il sessismo diventa intrattenimento. Dal gender trolling (l’uso sistematico di provocazioni, insulti e contenuti offensivi) al cyberflashing (l’invio non richiesto di fotografie di genitali maschili), fino ai deepfakes e ai deepnudes, che nel 99% dei casi sono immagini maniplate di donne, le casistiche dell’odio verso il mondo femminile (e femminista) si moltiplicano. Sociologa digitale, Semenzin nel 2019 ha contribuito all’elaborazione della prima legge contro la condivisione non consensuale di immagini intime (il revenge porn) e oggi collabora con istituzioni internazionali tra cui la Commissione Ue e il Consiglio d’Europa, per elaborare una più efficace governance delle piattaforme digitali.
«La novità è che la manosfera non è più una nicchia di internet, ma grazie alla collaborazione attiva delle piattaforme social, da TikTok a YouTube, è riuscita a bucare la bolla e a diventare la nuova normalità», spiega Semenzin. Migliaia di contenuti nelle diverse piattaforme veicolano in maniera spesso virale estetiche maschili ipervirilizzate e femminili ipersessualizzate e inneggiano alla diversità biologica tra uomini e donne per giustificare la supremazia dei primi sulle seconde. Ma in che senso la studiosa descrive la «collaborazione attiva delle piattaforme»? «Semplice: l’algoritmo è pensato per premiare i discorsi d’odio, che generano traffico e quindi profitto. Ecco perché la violenza di genere circola rapidamente e indisturbata nella rete: produce engagement e per le piattaforme è estremamente più conveniente rispetto, ad esempio, a un contenuto femminista». Uno studio dell’University College London ha rilevato che in soli cinque giorni TiKTok è in grado di quadruplicare la quantità di materiale misogino suggerito agli utenti. E poi c’è l’aspetto politico: i Ceo delle BigTech (tutti uomini) hanno stretto patti con il presidente Trump «abbracciandone – secondo Semenzin – l’agenda reazionaria», e l’immagine plastica di questa sterzata si è avuta alla cerimonia di insediamento alla Casa Bianca, quando i più importanti rappresentanti del mondo tecnologico americano, Musk, Zuckerberg, Bezos e Pichai ovvero Tesla, Facebook, Amazon e Google, si sono fatti trovare in prima fila, al cospetto del nuovo potere trumpiano.
La domanda successiva è: quale effetto ha la misoginia che invade e deturpa la rete? Sociologi e psicologi si interrogano da tempo, soprattutto per quanto riguarda l’impatto sui più giovani. Una risposta forse la si può avere dalla ricerca annuale condotta da Ipsos con il Global Institute for Women’s Leadership del King’s College di Londra su un campione di 23mila persone appartenenti alla Generazione Z, cioè nate tra il 1997 e il 2012, le prime “native digita-li”, in 29 Paesi del mondo, tra cui l’Italia. Ebbene, un terzo degli uomini e dei ragazzi tra i 14 e i 29 anni pensa che la moglie debba obbedire al marito. Sempre il 33% ritiene anche che l’ultima parola su una decisione importante spetti all’uomo, mentre il 24% è convinto che le donne non debbano apparire troppo indipendenti o autonome. In generale, i giovani uomini mostrano di avere una visione più tradizionale, se non reazionaria, dei ruoli di genere rispetto alle generazioni precedenti. «Credo che tra gli uomini ci sia molto risentimento, molta paura di perdere la propria posizione sociale – ha commentato il professor Heejung Chung, responsabile della ricerca –. E c’è un vuoto che viene colmato dalla retorica e dalle voci che cercano di aizzare i giovani contro la parità di genere, contro le giovani donne, contro i migranti». Le piattaforme social fanno la loro parte.