ilmessaggero.it, 14 aprile 2026
Grecia, la polizia usa migranti per picchiare e respingerne altri
Un’inchiesta shock della BBC scuote le fondamenta delle politiche migratorie europee, portando alla luce un sistema di respingimenti illegali al confine tra Grecia e Turchia che definire inquietante è riduttivo. Secondo le prove raccolte dall’emittente britannica, la polizia greca non si limiterebbe a respingere i profughi, ma avrebbe reclutato dei veri e propri “mercenari” tra le fila dei migranti stessi per compiere il “lavoro sporco” contro i propri simili.
L’indagine, condotta in collaborazione con l’organizzazione Consolidated Rescue Group (CRG), descrive un meccanismo cinico attivo almeno dal 2020. Uomini provenienti da Pakistan, Siria e Afghanistan verrebbero reclutati in modo non ufficiale per intercettare e respingere chi tenta di attraversare il confine terrestre. La ricompensa per queste “mansioni tecniche” parrebbe essere anche discretamente lauta. In cambio del loro servizio, questi collaboratori riceverebbero denaro contante, i telefoni cellulari sottratti alle vittime, spesso anche più di uno a persona, e, soprattutto, documenti speciali che garantiscono loro la libertà di movimento su tutto il territorio della Grecia, salvandoli dalla stessa espulsione che, invece, flagella i loro connazionali o i loro vicini, siano essi geografici, siano essi religiosi.
I testimoni oculari, ma specialmente quelli che hanno sperimentato le metodologie di “difesa della roccaforte” da parte di questi soldati senza Stato, parlano di atti di inaudita brutalità, truculenti e di spaventosa violenza. I migranti intercettati verrebbero completamente spogliati, derubati di ogni loro avere, picchiati bestialmente, talune volte con armi bianche, taglienti o contundenti, e altre con mere percosse “a mani nude”, e sottoposti a, spesso, esiziali aggressioni sessuali prima di essere ricacciati oltre il confine turco. Si tratterebbe, in tal maniera, di un vero sistema di esercito privato che calpesta lo Stato di Diritto per creare un enorme struttura ove cane mangia cane e ove odio coltiva odio, fino a produrre il veleno necessario per seccare l’umanità a partire dalle loro radici.
Il coinvolgimento dei vertici e il ruolo di Frontex
Ciò che rende l’inchiesta ancora più grave e problematica è il presunto coinvolgimento istituzionale. Stando alle informazioni raccolte da ex mercenari e fonti interne alle forze dell’ordine, il reclutamento sarebbe stato, in diversi casi, commissionato, ordinato e supervisionato da alti funzionari della stessa polizia greca “ΕΛ.ΑΣ”, fondata nel 1984 dall’unione di Gendarmeria e i corpi di polizia locale.
Anche Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, è finita sotto questi riflettori chiaroscuri. Un rapporto dell’Ufficio per i diritti fondamentali, un’unità interna, ma completamente indipendente di Frontex, ha confermato che tra i 10 e i 20 cittadini di paesi terzi avrebbero agito sotto le precise istruzioni di agenti greci che, oltre ogni misura, li avrebbero anche riforniti e addestrati. Nonostante ciò, Frontex ha respinto l’accusa di aver “chiuso un occhio” su queste sistematiche violazioni dei diritti umani che pongono la Grecia in un’area problematicamente definita entro i confini giurisprudenziali dell’UE.
La reazione del governo e la linea dura di Atene
Il primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis, ha dichiarato lo scorso marzo di non essere a conoscenza dell’impiego di questi “mercenari”. Tuttavia, ha ribadito con forza la linea politica del suo esecutivo: la Grecia ha il dovere di proteggere i propri confini per evitare gli “errori del passato” e impedire un afflusso massiccio di rifugiati, una posizione che ha trovato sponda in diversi leader europei preoccupati dalla pressione migratoria.
L’inchiesta della BBC solleva però un interrogativo etico e legale enorme: fino a che punto può spingersi la protezione di un confine prima di calpestare i valori fondamentali dell’Unione Europea? Mentre Atene rivendica la sovranità delle proprie frontiere, le testimonianze di chi ha vissuto l’orrore dei respingimenti via terra raccontano una realtà che somiglia sempre più a una zona d’ombra del diritto internazionale.
E l’Unione Europea?
L’Europa, dopo la sua lunga storia, le sue luci, le sue ombre, ma soprattutto i suoi gravi peccati contro le altre popolazioni, dovrebbe tendere, come anche ribadito più volte tra le parole e le infinite pagine sparse tra trattati e accordi, a un supporto incondizionato dello Stato di Diritto e dei diritti inalienabili dell’uomo. La realtà, tuttavia, è il più delle volte ben diversa, se non addirittura agli antipodi della teoria. A livello puramente ufficiale, l’UE ha spesso lodato la “fermezza” e la linea dura mostrata più volte dalla Grecia. Nel 2020 la Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen ha definito il mondo ellenico l’ “aspida”, ovvero lo scudo, dell’Europa, ringraziando il governo di Atene per aver bloccato i flussi al confine con l’Evros. Addirittura, per il periodo 2021-2027, l’UE ha stanziato più di 3 miliardi di euro per la costruzione e il mantenimento dei nuovi e dei vecchi Centri Chiusi ad Accesso Controllato sulle varie isole tra Mediterraneo ed Egeo.
Nonostante la complicità dimostrata e il supporto politico, le denunce di organizzazioni mondiali come Amnesty International e quella più recente della BBC hanno forzato la mano dei burocrati di Bruxelles che, in ultima istanza, son stati costretti ad aprire alcuni fascicoli. Nel 2022 l’allora direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, si dimise in seguito a un’indagine dell’OLAF, l’ufficio antifrode dell’Unione, che accusava l’agenzia di aver mascherato i respingimenti illegali, chiamati “pushbacks”, effettuati dai greci. Il Parlamento Europeo ha poi deciso di istituire alcune commissioni per monitorare il rispetto dei diritti fondamentali, tuttavia, anche queste non son state sufficienti; le sanzioni verso la Grecia son state sporadiche e rare, soprattutto al netto della visione di molti Stati membri, tra cui l’Austria, l’Ungheria e, talune volte, la Francia, in linea con quanto dichiarato nel 2020 da Bruxelles.
Sorge, quindi, una domanda sostanziale: cosa ha fatto l’Unione Europea? Si potrebbe dire che l’UE ha reagito proceduralmente, ma mai politicamente. Non sono state avviate procedure di infrazione serie o tagli ai fondi che obbligassero la Grecia a cambiare radicalmente approccio. La sensazione prevalente nei corridoi di Bruxelles è che, finché la Grecia riesce a mantenere bassi i numeri degli arrivi, l’UE preferisca gestire lo “scandalo etico” piuttosto che affrontare una nuova crisi politica interna tra stati favorevoli e contrari all’accoglienza.
Grecia e politiche migratorie: una storia lunga e travagliata
La storia delle politiche migratorie in Grecia tra il XX e il XXI secolo è una parabola che trasforma il Paese da terra di emigrazione a “fortezza” di frontiera dell’Unione Europea.
Questo percorso è segnato da tre grandi fasi: l’esodo del dopoguerra, l’accoglienza disordinata degli anni ’90 e la crisi umanitaria-securitaria del nuovo millennio.
Fino agli anni ’70, la Grecia è stata principalmente un Paese di emigranti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la sanguinosa e logorante Guerra Civile del 1946 che ha visto contrapposte la fazione comunista dell’Esercito Democratico Greco capitanate da Nikos Zachariadis e da Markos Vafiadis, oltre che dai comandanti del Fronte di Liberazione Popolare macedone come Paskal Mitrevski, e la fazione anticomunista di Alexander Papagos in rappresentanza dell’allora Regno di Grecia, migliaia di greci fuggirono verso la Germania Ovest, l’Australia, il Canada e gli Stati Uniti in cerca di lavoro e stabilità politica. In questo periodo, la legislazione greca era quasi inesistente sul fronte dell’immigrazione in entrata, poiché il fenomeno era considerato marginale.
La vera svolta avviene nel 1991, anno della fine dell’Unione Sovietica. Con la caduta dei regimi comunisti a seguito della distruzione del Muro di Berlino il 9 novembre 1989, la Grecia si ritrova impreparata a gestire un afflusso massiccio e improvviso di persone, principalmente dall’Albania, ma anche da Bulgaria, Romania e Polonia. In tal senso, la Legge 1975/1991 è il primo vero tentativo di regolamentazione, ma con un impianto fortemente repressivo. Considera l’immigrato principalmente come una minaccia alla sicurezza nazionale, rendendo quasi impossibile la regolarizzazione e l’integrazione, entrambi fattori che regolano gli indici di criminalità.
Di fronte a centinaia di migliaia di lavoratori irregolari, fondamentali per l’agricoltura e l’edilizia, il governo è costretto a varare programmi di regolarizzazione per far emergere il lavoro nero.
L’integrazione e la “porta d’Europa"
All’inizio del nuovo millennio, la Grecia cerca di allinearsi agli standard europei. La Legge 3386 del 2005 tenta di collegare il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, ma la burocrazia resta indubbiamente farraginosa. In questo periodo, la composizione migratoria cambia: iniziano ad arrivare i primi flussi consistenti da Pakistan, Bangladesh e Afghanistan.
Il 2015 è l’anno del punto di rottura. Oltre 850.000 persone sbarcano sulle isole greche, soprattutto Lesbo, Chio e Samo, percorrendo la rotta balcanica verso il Nord Europa. La Grecia si ritrova, a questo punto, schiacciata da una normativa europea, il cosiddetto Regolamento di Dublino, che obbliga il Paese di primo approdo a gestire le richieste d’asilo, trasformando le isole in giganteschi centri di detenzione chiamati “Hotspot”. L’Accordo coinvolge particolarmente, oltre al territorio ellenico, anche l’Italia e la Penisola Iberica. A marzo 2016 viene firmato l’accordo UE-Turchia; Ankara si impegna a bloccare le partenze al meglio delle proprie possibilità in cambio di fondi astronomicamente immensi, miliardari. La Grecia inizia a implementare politiche di contenimento sempre più severe, di fatto tornando indietro alla prima legge del 1991.
Dal 2019, sotto il governo di Nuova Democrazia, partito di destra e d’ispirazione conservatrice fondato nel 1974 dall’ex Primo Ministro ed ex Presidente della Reppublica Ellenica Kostantinos Karamanlis, attualmente guidato Kyriakos Mitsotakis e al governo proprio dal 2019, la politica migratoria subisce una stretta definitiva verso la sicurezza e la difesa dei confini.
Anzitutto la chiusura dei campi. Quelli già aperti vengono sostituiti dai già citati “Centri Chiusi ad Accesso Controllato”, strutture di massima sicurezza finanziate dall’UE.
In questo periodo nasce anche il famoso muro dell’Evros; una estesa barriera d’acciaio al confine con la Turchia dotata di sensori termici e droni per impedire i passaggi via terra.