ilfattoquotidiano.it, 14 aprile 2026
Caso Almasri, la doppia linea del governo: alla Corte penale promette di cambiare la legge sui rapporti con l’Aja, alla Consulta la difende
Alla Corte Costituzionale il governo ha scritto che la legge che disciplina i rapporti tra l’Italia e la Corte penale internazionale (la 237 del 2012), va bene così. Quindi si può collaborare ma anche no. C’è un potere discrezionale. Si può consegnare il generale libico Osama Almasri Njeem, fermato a Torino su mandato della Cpi nel gennaio 2025, oppure, come è accaduto pochi giorni dopo, scarcerarlo e rimandarlo a casa con tanto di volo di Stato, nonostante le plurime accuse di crimini di guerra e contro l’umanità, tortura, omicidi e perfino stupri di minori. Ma davanti alla Cpi, che accusa l’Italia di mancata cooperazione, il governo si è difeso con vari argomenti e persino con un mezzo impegno a modificare la legge del 2012 che quindi, si direbbe, tanto bene non funziona.
“Il caso Almasri è stato per l’Italia la prima applicazione della legge 237/2012, che implementa lo Statuto di Roma (…) – scriveva il 31 ottobre alla Cpi, per conto del governo, l’ambasciatore Augusto Massari – Proprio l’esperienza acquisita col caso Almasri ha condotto l’Italia a effettuare una revisione dei metodi in cui il sistema di cooperazione delineato dalla legge italiana 237/2012 deve operare (…) Il nostro governo è impegnato a rivedere e migliorare i metodi pratici e le forme legali di comunicazione tra i corpi dello Stato in caso di richieste di cooperazione da parte di questa Corte per l’arresto e la consegna di sospetti. Si prende in considerazione anche una possibile revisione della legge 237/2012”, scriveva ancora l’ambasciatore nell’ultimo atto a difesa del governo italiano.
Ma insomma, questa legge il governo vuole rivederla come faceva prefigurare ai giudici della Cpi o va bene così come scritto alla Consulta? Naturalmente le difese italiane all’Aja, che puntavano a evitare il deferimento e quindi la pubblica censura del nostro Paese, non erano tutte qui. Il governo ha sostenuto che il mandato della Cpi era scritto male, che conteneva errori, che non era stato trasmesso ritualmente ma solo tramite l’Interpol alla polizia (che infatti arrestò Almasri); addirittura che c’era un’incredibile richiesta di estradizione concorrente da parte delle autorità libiche. Tutti argomenti che non hanno convinto la Corte penale internazionale, che infatti ha deferito l’Italia all’Assemblea degli Stati membri della Corte: si riunirà a dicembre a New York e potrebbe censurare il governo di Roma. Per la Corte, l’Italia ha mancato ai suoi obblighi.
Il nuovo capitolo della vicenda Almasri parte dalla decisione della Corte d’Appello di Roma, a fine ottobre scorso, di rivolgersi alla Corte costituzionale per sapere se la legge del 2012 sull’adeguamento delle norme al trattato di adesione dell’Italia alla Cpi, sia costituzionale nella parte in cui non prevede che il procuratore generale di Roma possa avanzare le sue richieste di custodia cautelare ai giudici anche senza il via libera del ministro della Giustizia, nonostante abbia ricevuto direttamente – tramite Interpol, appunto – la richiesta della Cpi, come nel caso della richiesta di arrestare Almasri. Se Almasri dovesse, in astratto, rientrare in Italia, si legge nell’ordinanza della Corte d’appello, ci sarebbe “un’assenza di rimedi” da parte dei magistrati per il potere discrezionale del ministro. Quindi ci sarebbe non solo, la “violazione dello Statuto di Roma” e cioè il trattato internazionale che ha istituito la Cpi nel 1998, ma “potrebbe anche costituire una violazione del principio di soggezione del giudice alla sola legge (articolo 101 della Costituzione, ndr)”.
Il governo, invece, difende la legge e l’Avvocatura dello Stato, che rappresenta la Presidenza del Consiglio, ha depositato una memoria in Corte costituzionale in cui sostiene, secondo quanto ci risulta, che la Corte d’Appello sbaglia nel metodo e nel merito. Nel metodo perché avrebbe dovuto rivolgersi alla Consulta prima di dichiarare per Almasri il non luogo a procedere, a gennaio 2025, a seguito della mancata firma del ministro della Giustizia Carlo Nordio e non mesi dopo, quando non c’è più il caso. E sulla base di questo ragionamento chiede che la questione sollevata venga dichiarata “inammissibile”. Non va bene nemmeno il merito. L’avvocatura dello Stato chiede che in questo caso venga dichiarata “l’infondatezza” dato che a suo avviso la discrezionalità del ministro della Giustizia è in linea con lo Statuto di Roma. D’altronde, è il ragionamento, non può non esserci discrezionalità, basti pensare a casi, per esempio, in cui una richiesta di arresto della Cpi riguarda un cittadino che è già in carcere in Italia o proveniente da un Paese che non ha aderito alla Corte penale internazionale.
La Consulta si riunirà il 18 maggio. Intanto, però, deve pronunciarsi sulla richiesta di costituzione nel procedimento del rifugiato sudsudanese Lam Magok, vittima di torture nel carcere tripolino di Mitiga di cui Almasri era responsabile. Fu il secondo, dopo l’avvocato Luigi Li Gotti, a denunciare i membri del governo per aver liberato il generale libico. Nordio, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano furono poi salvati dal voto della Camera che negò l’autorizzazione a procedere. “Questa è l’ultima chance di Lam dopo che, un pezzo alla volta, gli è stato precluso ogni spazio di tutela giuridica: prima dal governo, che ha impedito l’instaurazione del processo internazionale, rifiutandosi di consegnare il torturatore alla Corte Penale dell’Aja, poi dal Parlamento italiano, impedendo la celebrazione del processo nei confronti dei ministri Piantedosi e Nordio e del sottosegretario Mantovano, grazie al voto in aula con cui la maggioranza ha negato l’autorizzazione a procedere nei loro confronti”, spiegano i legali del rifugiato, Francesco Romeo di Baobab Experience e Antonello Ciervo. Per loro dalla decisione della Consulta dipende “il futuro di Lam: se la legge di attuazione dello Statuto di Roma sarà ritenuta valida, potrà contestare la mancata consegna del suo carnefice. Se sarà dichiarata incostituzionale, non potrà farlo”. La loro posizione però non è sovrapponibile a quella del governo: chiedono una cosiddetta sentenza interpretativa di rigetto, che dica cioè che la legge è costituzionale purché l’applicazione dei mandati d’arresto della Cpi non dipenda dal mero potere discrezionale del ministro della Giustizia.