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 2026  aprile 14 Martedì calendario

Il Nobel al ‘’poeta’’ Gelli… Ma è tutto uno scherzo

“C’è stato anche Licio Gelli tra i candidati ‘insospettabili’ al Premio Nobel per la Letteratura. E tra i suoi numerosi sponsor spiccano due nomi: Madre Teresa di Calcutta e Nagib Mahfuz. I particolari sono documentati nelle carte donate dal capo della loggia massonica P2 all’archivio di Stato di Pistoia”. È Dario Fertilio a rivelare questo retroscena sulle colonne del Corriere della Sera il 17 febbraio 2006. Ma a candidare al Nobel il faccendiere e massone (1919-2015), condannato per depistaggio sulla strage di Bologna del 1980 e per la bancarotta del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, in realtà ci aveva già pensato, prima di quel 1996, il piemontese Giacomo Oreglia (1924-2007). Ma per scherzo.
Singolare figura di saggista, poeta, regista teatrale e traduttore, Oreglia non desiderava certamente rendere omaggio alla prolifica – ma poco rimarchevole – attività letteraria di uno dei protagonisti delle trame italiane, dal golpe Borghese alle stragi. Tutt’altro. Si era proposto di prenderlo per i cosiddetti fondelli. Voleva “giocare un bel tiro mancino a Gelli, sostenendo di essere in grado di fargli avere il Nobel per la Letteratura in cambio di 2 miliardi di lire”. A rivelarlo ora è lo scrittore e giornalista Sebastiano Grasso nel numero di aprile-giugno del trimestrale del P.E.N. Club Italia (Pen. Poets Essayists Novelists), di cui è direttore. Sembrerebbe “la trama di un film interpretato da Louis de Funès”, eppure, racconta l’autore, che ne fu testimone, visto lo status di Gelli, avrebbe potuto avere una conclusione non troppo comica.
Tutto succede a Milano, ai primi di giugno del 1987. Gli altri personaggi dell’affaire, oltre a Oreglia, sono il giornalista Francesco Saverio Alonzo, corrispondente da Stoccolma per il Corriere, e lo stesso Grasso, amico di entrambi, che registra i fatti. Una sera che Alonzo “ha bevuto un po’ di cognac mi racconta che Oreglia gli ha proposto di giocare un tiro mancino a Gelli. ‘Maestro venerabile’ della loggia P2, e tante altre cose, ma anche poeta, autore di numerose raccolte di versi, pubblicati in diverse lingue, cinese compreso (secondo Google, egli avrebbe pubblicato, in venti anni, 2.500 poesie, raccolte in 45 libri)”. I suoi editori di riferimento sono La Rosa, attiva in quel di Crescentino, in Piemonte, e un Giuseppe Laterza Editore, da non confondere con la prestigiosa casa editrice barese.
Che cosa pensava di fare Oreglia, che dal 1949 viveva in Svezia, dove aveva fondato “la casa editrice Italica che pubblica autori italiani in svedese e autori svedesi in italiano”? Molto semplice a dirsi, non a farsi: si trattava di gabbare il “Venerabile” sfruttando la sua passione per la poesia. Bisognava “invitare Gelli a Stoccolma”, portarlo in giro per la città. Gli si “mostrerà i volumi editi dall’Italica e si offrirà di pubblicare una grossa antologia di suoi versi in svedese”. Poi, grazie “ai precedenti di Quasimodo e Montale”, per i Nobel dei quali Oreglia s’era dato da fare, gli si farà capire “di avere una certa influenza sull’Accademia reale svedese e magari di un possibile intervento a suo favore per il Premio di Letteratura. Però bisogna oliare molta gente, ‘compreso un cugino del re che vive in Toscana’ (ma esisteva un cugino del re che viveva in Toscana?). E l’olio quanto viene a costare? Non meno di 2 miliardi di lire”.
Rievoca oggi il direttore di P.E.N.: “Ascolto incredulo il racconto di Alonzo. Il giorno dopo, riprendo il discorso per rendermi conto se si sia trattato di uno scherzo del cognac o, piuttosto, di un’idea strampalata. Anche se ancora tutto in nuce, Saverio mi conferma che Oreglia aveva parlato sul serio. ‘Ricordate la fine di Calvi sotto il ponte di Londra?’ dico. ‘Cioè?’. Alla fine della mia lunga spiegazione, mi accorgo che Saverio è preoccupato”.
Non è noto se Oreglia avesse preso contatto con Gelli. L’unica certezza è che il “tiro mancino” non decollò. Alonzo, “dopo qualche giorno, rientra in Svezia”, “comunica a Oreglia il nostro colloquio e si tira indietro. Rimasto solo, Giacomo rinuncia al progetto (magari è contento di tirarsene fuori…). Ma fa lo stesso una telefonata (‘a carico del destinatario’ come scriveva il critico letterario Giuseppe Marcenaro). ‘Ma tu – mi dice – perché non ti fai i cazzi tuoi!’”. Già. Forse il piemontese emigrato a Stoccolma non aveva ancora rinunciato all’idea, bella e clamorosa, di bidonare il “Grande Bidonista” della P2.