repubblica.it, 14 aprile 2026
Jon Hamm parla della sua carriera
La prima volta che l’abbiamo intervistato era ancora “solo” l’attore emergente Jon Hamm alla prima stagione di Mad Men: «È stato il migliore show televisivo americano per quattro anni di fila», dice. Dopo, è diventato per tutti il mitico Don Draper (otto nomination e un Emmy come migliore attore), l’incarnazione di sicurezza e disinvoltura della mascolinità. Quasi vent’anni dopo, a 55 anni appena compiuti, Hamm è un nome di punta sia in tv che al cinema, grazie a progetti come The Morning Show con Jennifer Aniston e Reese Witherspoon, Fargo, The Town di Ben Affleck, Baby Driver di Edgar Wright, Top Gun: Maverick con Tom Cruise, e Landman dell’universo Taylor Sheridan, suo grande amico insieme a Billy Bob Thornton.
Ora lo ritroviamo su Apple Tv+ nella seconda stagione di Your Friends & Neighbors (anche come produttore) in cui interpreta Coop, responsabile di un fondo speculativo che di fronte a bancarotta, divorzio e crisi di mezz’età, decide di intraprendere la carriera di ladro gentiluomo rubando nelle case dei ricchi vicini, amici e non. Nel cast ritroviamo Amanda Peet, Anna Osceola (sua moglie nella vita), Olivia Munn e James Marsden.
Qualcosa l’accomuna a Coop? «Non sono un tipo da alta finanza e non vivo in un country club. Non ho una dipendenza dalle cose materiali e non sono divorziato. Quello che ci accomuna è che entrambi ci siamo resi conto che le cose sono effimere. Non mi definisco in base a cosa possiedo, né ho deciso di incentrare la mia vita sull’acquisto di oggetti preziosi. Le uniche cose costose che compro sono per mia moglie (ride)».
Avremmo tutti bisogno di una lezione contro il materialismo? «Certo, soprattutto nel mondo dello spettacolo! I disastri che si verificano nel mondo tipo cataclismi, guerre, gli incendi che hanno devastato Los Angeles, dovrebbero insegnarci quanto velocemente possano cambiare le circostanze. E sono anche la prova che i beni materiali non sono poi così importanti».
Talvolta si prova una certa soddisfazione quando i ricchi vanno in rovina, come succede in Your Friends & Neighbors... «Penso che abbia a che fare con la nostra situazione culturale e politica, specialmente quando vediamo questi miliardari prendere decisioni sbagliatissime riguardo a lavoro, stile di vita, benessere personale. C’è qualcosa nel modo in cui certi ricchi si comportano in questo momento che ci fa desiderare davvero che ricevano una sorta di giusta punizione».
In che modo ha influito sullo show essere, oltre che protagonista, anche produttore? «Beh, ho potuto avere l’ultima parola. La prima decisione azzeccata che ho preso è stata la scelta del regista Craig Gillespie, che ha diretto i primi episodi. Abbiamo lavorato insieme al film Million Dollar Arm e lo conosco dai tempi di Tonya e Crudelia. E poi mi sono circondato da attori-amici fantastici. L’arrivo di James Marsden nella nuova stagione è assolutamente geniale».
Cosa ha imparato da Mad Men? «Quanto sia intenso e totalizzante interpretare il protagonista di una serie: devi gestire il carico emotivo e le fatiche fisiche di stare sul set 12 ore al giorno, cinque giorni alla settimana, per quattro mesi e mezzo. E mi accorgo che a 50 anni è anche più difficile. Comunque, nessuno mi voleva in Mad Men, solo il suo ideatore, Matthew Weiner».
Perché? «Ero piaciuto al primo provino, ma ne ho fatti altri sei. Pensavano che avessi troppo l’aria da protagonista. Lo stile di quel periodo era diverso, tipo James Gandolfini nei panni di Tony Soprano: si privilegiavano figure che non fossero canoniche. Di me dicevano: “È davvero bello. È troppo da soap opera…”».
Leggenda narra che Weiner l’abbia scelta perché cresciuto orfano, una situazione che l’accomunava al personaggio di Don Draper. «C’è qualcosa nell’essere orfani che ti conferisce una sensibilità diversa. Sembri più maturo della tua età. Hai più esperienza della maggior parte dei ragazzi e un approccio alla vita diverso. Io non lo metto troppo in mostra, ma ovviamente Matt l’ha colto, e sicuramente ha funzionato per Don Draper. C’era qualcosa di tormentato in Don, che lo rendeva umano, alla portata di tutti».
Com’era lei da bambino? «Un secchione e un lettore vorace. Ho perso mia madre quando avevo dieci anni e mio padre, Daniel, a cui mi sono in parte ispirato per il personaggio di Don Draper, a venti. Ne ho passate tante, ho rischiato grosso in diverse occasioni. Tutti hanno una storia triste da raccontare, diciamo che io ho avuto due decenni buoni e due cattivi».
Ci può descrivere il percorso da attore frustrato a star? «Dopo essermi trasferito a Los Angeles da St. Louis e aver dormito per mesi sul divano del mio amico Paul Rudd, è arrivato il mio “Hollywood moment”: il primo lavoro tv in Ally McBeal per cui sono stato scelto con altri tre ragazzi solo perché eravamo belli. Sono stato pagato il doppio degli altri perché il regista decise che fossi io a guardare dentro alla telecamera. Alla fine della giornata, avevo più soldi e recitavo in uno show tv. Ero felicissimo».
E poi? «Ci sono stati dieci anni di lavori manuali: cameriere, barista... Ho fatto anche l’insegnante. Poi mi hanno scelto per Mad Men. Avevo deciso da subito che la mia vita sarebbe ruotata intorno alla recitazione, è lì che ho riposto le mie speranze anche quando non guadagnavo nulla. Non è stato facile, ma non ho mai mollato, sapevo di avere del talento. Capire poi come attirare l’attenzione di qualcuno è il grande mistero. Quindi ho continuato a fare audizioni e a cercare di zittire quella voce che diceva: “Sei terribile. Daranno la parte a quell’altro, lui è più bravo di te”. E ho provato a far prevalere quella parte di me che diceva: “È questo il tuo percorso”».
Cosa le piace leggere? «Autobiografie. La migliore di sempre per me è quella di Lorne Michaels, l’ideatore di Saturday Night Live, che conosco da anni. Ma mi sono reso conto che di lui, di come fosse cresciuto, non sapevo praticamente nulla. Ora capisco come e perché è diventato una leggenda».