la Repubblica, 14 aprile 2026
Intervista a Maurizio Lastrico
Benvenuti in campagna è una variazione riuscita del filone scappo dalla città. Maurizio Lastrico è un ricercatore che con la moglie vigile – Giulia Bevilacqua – decide di lasciare traffico e caos per vivere in un casale e darsi all’agricoltura. L’idillio si trasforma presto in disastro, ma il merito del regista Giambattista Avellino è di raccontare la crisi familiare ed economica, gli attacchi delle api, le coltivazioni secche, i debiti che si accumulano, i cinghiali e calli con un certo realismo, sostenuto da un gran cast, Giulia Bevilacqua, Andrea Pennacchi, Giorgio Colangeli, Orietta Notari. Il sala il 16 aprile.
Lastrico, lei è un topo da città o da campagna?
“Più da città, anche se poi la natura… proprio mi prende. Ma sono uno che in campagna sa fare pochissimo: cioè zero manualità, roba che se mi dai un attrezzo sbaglio già da come lo tengo in mano. Quindi, per forza di cose, finisco a vivere in città”.
Mai avuto tentazioni di fuga?
“A parole sì, come tutti, durante la pandemia soprattutto: tutti lì a guardare sui siti immobiliari a caccia di un giardino. Poi però la vita riparte e resti dove sei. Poi dico sempre: la mia campagna è Genova, cioè per me quello è già abbastanza”.
Lei è nato in un paesino ligure.
“Sì. Sant’Olcese, campagna vera: bici, motorino, pallone, spazi senza macchine, libertà… tutta quella roba lì che ti forma. Papà aveva un pollice verde incredibile: orto, pesca, funghi, sempre lì a fare. Mamma invece proprio contadina, nata in mezzo ai campi. Avevano un rapporto fortissimo con la natura. Io invece… per rifiuto, perché mi portavano ma non lo sentivo mio, ho sempre avuto più voglia di stare con le persone, fare casino, scherzare. Mi ricordo una volta – questa è proprio da scemi – eravamo a Masone, a cinquanta chilometri da casa, e per scommessa siamo tornati a piedi, io e un mio amico: tredici ore di notte, in mezzo ai cinghiali, così, per dire ‘lo facciamo’. Quella era la mia idea di avventura”.
Diceva della sua inadeguatezza manuale pari a quelle del personaggio.
“Le racconto questa: ho lavorato tanti anni come educatore in una cooperativa sociale e tra le attività c’era anche il disboscamento lungo la ferrovia di Sant’Olcese. Per due settimane ho fatto il boscaiolo – cioè ho provato, ecco – ed è stata una roba incredibile. Io però ho la testa che parte, penso alle scemate, ai film, alle situazioni… e quindi più volte ho rischiato di affettarmi le mani. Lì ho capito due cose: uno, la fatica vera; due, il pericolo reale di tagliarsi qualcosa. E ho detto: forse, belin, meglio fare altro nella vita”.
Quando ha iniziato a sentirsi stretto nel suo ambiente?
“Domanda bellissima. A quel mondo devo tanto: stare con gente di tutte le età, grandi, piccoli, di tutte le estrazioni… è una scuola incredibile. Ma a un certo punto ho sentito che dovevo uscire, perché il mio umorismo funzionava lì, nel paesino, ma fuori no. Dovevo imparare davvero a recitare. E poi, a Sant’Olcese non c’è proprio tutta questa industria cinematografica, quindi… si va verso Cinecittà”.
Roma non è stata una fermata diretta.
“No. Prima Genova con l’accademia, poi Milano, Zelig, i teatri in giro per l’Italia… e poi questa fase in cui, mese dopo mese, arrivano progetti che mi stanno dando una continuità che non avevo programmato. E allora sto lì a capire: ma io, che attore sono? Senza dimenticare mai il teatro, che è proprio una parte fondamentale”.
Com’è cambiato negli anni il suo modo di far ridere e di ridere?
“È sempre stato un modo per essere accettato. Ricordo proprio la sensazione fisica: quando facevo ridere quelli più grandi di quattro, cinque anni, anche se magari mi prendevano in giro, dentro sentivo un calore, una roba proprio fisica. E quella roba lì è uguale oggi, identica, quando sono in teatro. E anche la paura prima di salire in scena è la stessa: “e se non mi accettano?”. Sul ridere invece… provo a fare cose anche sofisticate, costruite, però poi mi fanno ridere delle cagate incredibili, e quelle mi riportano giù. Quando riesco a unire la risata a qualcosa di bello, lì mi esalto”.
Il film punta molto sulla credibilità: cosa lo distingue?
“Non è una storia raffazzonata del “scappo dalla città”, è molto concreta: piccole disavventure vere, dettagli, fatica, appuntamenti con la realtà. E il regista – glielo dico – è stato pazzesco: è venuto a vedermi a teatro prima di iniziare, per capire la mia comicità. E poi ha combattuto contro questa moda di oggi per cui la commedia deve far ridere ogni tre secondi. Lui invece diceva: partiamo dalla verità. Magari una risata in meno, ma qualcosa di più profondo”.
Lei dice che la risata è un abbraccio, ma è più facile far ridere con la catastrofe?
“Sì.. Anche perché è lì che ci riconosciamo: tutti vogliono essere quelli che “ce l’hanno fatta”, ma la verità è che spesso non è così. E allora noi sullo schermo diciamo: guardate, siamo noi quelli che non ce la fanno, così magari vi sentite meno soli”.
Il lavoro sul set?
“Concreto e protetto: vivevamo in campagna, ma con tutti i comfort del cinema. La scena del lanciafiamme è stata una follia, con gli stunt, le sicurezze… poi le api erano “ammaestrate”, non avevano ancora sviluppato l’istinto di pungere. Non so che provini abbiano fatto a queste api, ma si sono comportate benissimo. E poi Ferragosto, tutti lì a lavorare ma anche con quella voglia di stare insieme, fare una risata in più. Giulia Bevilacqua è una che trascina”.
Sta costruendo personaggi maschili diversi: è una scelta?
“Credo che lo stereotipo – sia il maschio forte che quello ipersensibile – sia sempre un po’ finto. A me interessa raccontare uno che è fragile ma anche testardo, tenero ma anche capriccioso. Ma adesso sto facendo anche personaggi più folli, più nevrotici, e mi diverte andare fino in fondo anche lì. Però quando mi chiedono di raccontare un uomo “normale”, moderno, con le sue difficoltà, belin, quella è una cosa che mi interessa tantissimo”.
Che rapporto ha avuto con suo padre, che uomo era?
“Per il mio umorismo, fondamentale. Una persona che ho capito col tempo: da ragazzi le mancanze sembrano colpe enormi. È stato uno che è scappato davanti alle difficoltà di coppia. È sparito, tornato a tratti. Ha reso difficile per me, ancora oggi, avere fiducia negli adulti. Diceva che i padri è meglio stiano lontani dai figli, e sono grato che la sua assenza mi ha dato la libertà di scegliere cosa volevo. Non ho quasi ricordo di lui in viso, ma il corpo ricorda la sua emotività, che ho messo spesso nei personaggi, l’ira, l’emotività».
Il rapporto con Genova e il dialetto?
“Fortissimo. Mi piace recitare in genovese, raccontare le cose così, “pane e vino”, e la gente mi prende anche in giro ma in modo affettuoso. E devo dire che le cose che faccio in dialetto sono quelle che mi danno più soddisfazione”.
Quando ha capito di essere diventato famoso?
“Quando mi sono visto sulla copertina della La Settimana Enigmistica all’autogrill: lì ho detto ‘ok, forse è successo qualcosa”’ perché di solito quella roba te la fanno gli amici per scherzo. E poi sicuramente il Festival di Sanremo conMaria Chiara Giannettaha cambiato tutto, proprio il livello di riconoscimento”.
Il momento più difficile?
“Una delle prime serate: Villa San Giovanni, 15 agosto, quattro e mezza del pomeriggio, in mezzo a un incrocio praticamente. Non funzionava nulla. E anche in tv ho preso delle botte: quando ho sostituito Crozza, per esempio, ho capito che la satira politica non fa per me. Ma va bene così: non esiste il più bravo, esiste il più adatto”.
Il sogno più grande e quello più piccolo?
“Il sogno grande è una commedia che faccia ridere ma che abbia una verità forte sotto. Il sogno piccolo è stare con gli amici, farmi delle partite alla PlayStation, magari a FIFA con le magliette fatte bene, un giro in moto, una vacanza senza contare i giorni. Quella sì che sarebbe una roba bella”.