la Repubblica, 14 aprile 2026
Mosca delusa dalla sconfitta di Orbán
Il sempre prudente Cremlino, di fronte alla sconfitta dell’alleato Viktor Orbán alle parlamentari ungheresi, fa trapelare una certa stizza. Non si congratulerà ufficialmente con il nuovo premier Peter Magyar per la sua vittoria, dice, perché «l’Ungheria è un Paese ostile, appoggia le sanzioni contro di noi». Nulla che però, in oltre quattro anni di misure europee anti-russe, avesse impedito a Vladimir Putin di incontrare ben quattro volte il suo predecessore Orbán, né di riceverlo al Cremlino.
Certo, nelle dichiarazioni ufficiali resta una certa compostezza istituzionale. «L’Ungheria ha fatto la sua scelta. Noi rispettiamo questa scelta», dichiara il portavoce Dmitrij Peskov augurandosi che anche con il nuovo governo ungherese «continuino i contatti altamente pragmatici tra i due Paesi».
Magyar risponde con la stessa moneta. Dice che non prenderà l’iniziativa, ma che, «se Putin chiamerà», risponderà al telefono e, allo stesso tempo, auspica «rapporti pragmatici» riconoscendo che l’Ungheria «non può cambiare la geografia» in materia di energia e che dunque spera che, terminata l’aggressione russa, «l’Europa revochi le sanzioni» perché «non è nel suo interesse acquistare materie prime a prezzi più elevati». Un botta e risposta a distanza all’insegna del realismo.
Ci pensa l’inviato presidenziale per gli investimenti esteri Kirill Dmitriev a strumentalizzare il risultato elettorale ungherese per cercare di seminare disordine all’interno dell’Unione. La vittoria di Magyar, profetizza, «non farà altro che accelerare il collasso della Ue, tra quattro mesi vedrete se ho ragione». Anche Kostantin Kosaciov, vicepresidente del Consiglio della Federazione, la Camera alta del Parlamento russo, prefigura scenari apocalittici. «Sull’Unione europea si sta formando una tempesta perfetta. Il risultato elettorale ungherese è una vittoria tattica per Bruxelles ma non le eviterà una prossima sconfitta strategica».
Allude alla promessa di Magyar di revocare il veto imposto dal suo predecessore sul prestito all’Ucraina da 90 miliardi di euro. «Denaro che Bruxelles non ha e men che meno hanno le capitali», sostiene Kosaciov che conclude: «Orbán se ne sta andando, ma i problemi cresceranno a valanga». Per il senatore Aleksej Pushkov il cambio di governo a Budapest creerà anche una frattura tra Washington e Bruxelles. «L’Occidente si è diviso in due, Usa e Ue. Non esiste più come entità politica».
Il deputato Dmitrij Novikov prova invece a sminuire la portata della sconfitta di Orbán per Mosca a dispetto di intercettazioni che hanno chiarito quanto l’Ungheria fosse occhi e orecchi per Mosca dentro la Ue. «Le posizioni di Paesi come Slovacchia, Ungheria, Serbia e, in una certa misura, Repubblica Ceca, sono importanti per noi», sostiene.
Sulle possibili ripercussioni della vittoria di Magyar sul conflitto tra Russia e Ucraina, Mosca invece è cauta. È «improbabile che possa influire», commenta Peskov. Del resto, in campagna elettorale, Magyar aveva precisato di non volere un governo filo-ucraino, ma filo-ungherese. Aveva sì criticato il servilismo di Orbán verso Putin, ma si era opposto all’invio di armi o denaro dall’Ungheria. E ieri, in conferenza stampa, ha confermato di «escludere» l’adesione accelerata di Kiev alla Ue. Perciò, dice Peskov, non resta che «avere pazienza e vedere».