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 2026  aprile 14 Martedì calendario

Costacurta parla della sua carriera e della sua vita privata

Alessandro Costacurta si è raccontato senza filtri al podcast “Spazio Penombre”. Ha parlato della sua carriera da calciatore, vissuta al fianco di Franco Baresi e Paolo Maldini («Due dei cinque migliori difensori della storia»), ma anche della propria vita privata. Prima da figlio, ora da marito e padre.
Non nasconde subito, a inizio intervista, il più grave trauma provato da piccolo: «Io nasco in una casa – racconta – perché mia madre Margherita (scomparsa nel 2021) qualche anno prima perse una figlia a Gallarate in un’ospedale. Aveva tre anni. Tutti e tre noi maschi siamo così nati in una casa di una sua amica ostetrica, con tutti i rischi che c’erano. Mia madre non ne voleva sapere di tornare in ospedale». L’approdo al Milan è un ricordo felice. A metà: «L’8 agosto 1980 feci il mio primo allenamento al Milan, ero stato pescato dal Gallarate. Sei giorni prima c’era stata la strage di Bologna, mia madre non voleva sapere di mandarmi a Milano: si temevano attentati, c’era parecchia violenza in quella Milano che attraversavo per andare a allenarmi a Linate. C’era però una vitalità pazzesca e in squadra, nelle giovanili, un’ambizione speciale da parte di tutti. Non era ancora il Milan di Berlusconi: avevamo un sogno che coltivavamo facendo i raccattapalle a San Siro, guardavi il pubblico e sognavi».
Il soprannome Billy – dal nome della squadra di Milano di quel periodo – nacque così: «Vengo chiamato Billy per una storia ridicola: facevamo riscaldamento giocando a basket, io arrivavo da Varese e facevo un figurone. Con i piedi andava peggio, ma fu la mia fortuna: lavorai tanto per migliorarmi, era un Milan molto forte a livello giovanile. C’era nonnismo ma mi sono fatto le ossa, il primo mese in Serie C a Monza fu tosto: lì trovavi la gente che giocava per guadagnarsi da vivere». E la strada per il miglioramento passa anche dalla sua storia personale: «Io ho perso una sorella che aveva 3 anni e vissuto con una mamma che conviveva con quel lutto, a 17 anni persi mio padre. Non tornavo a casa subito, dopo allenamento, perché avrei visto mia madre piangere: rimanevo al campo un’ora in più e così sono migliorato. Dopo quello che avevo subito, la sconfitta la vedevo in modo diverso rispetto ai miei coetanei: il dolore era un’altra cosa. E anche le gioie per le vittorie passavano prima rispetto agli altri: non ho una foto singola con una delle mie cinque Coppe dei Campioni per esempio».
Berlusconi è l’uomo che ha cambiato la vita del Milan e quindi anche la sua: «Io arrivai in prima squadra nel 1985 ma cambiò tutto l’anno dopo con lui presidente. Facemmo il primo allenamento planando da un elicottero, sembrava un mezzo pirla o un mezzo pazzo ("Chest chi l’è mat”, dicevamo), invece era un visionario: voleva sorprendere, certe cose non si facevano neanche in America. Mauro Tassotti soffriva l’aereo, iniziò a urlare in elicottero e noi con lui quando atterrammo in picchiata all’Arena».
Sacchi fu altrettanto decisivo: «Avevamo visto che giocare contro le sue squadre era molto difficile. Le idee sue sembravano degli azzardi: i primi tre mesi furono strani, ma lui è stato il Leonardo Da Vinci, il Rinascimento del calcio italiano su cui si è avviato un cambiamento, una mentalità nuova durata 15 anni”. Certo, era un martello: «Non voleva che si ridesse a tavola, a Usa 94 cadde il pepe a tavola a Minotti e tutti scoppiammo a ridere. Berti e Baresi avevano litigato in un derby, così Sacchi li mise in camera assieme: diventarono grandi amici. Era una rottura pazzesca da allenatore: passava con la scusa della buonanotte, dopo tre ore di allenamento, se vedeva la luce accesa in camera entrava. Ma è stato lui a creare i successi della nostra difesa: se convinci Van Basten e Gullit a fare il lavoro sporco per aiutare, c’è grande merito dell’allenatore, oltre il 50%, con altri in panchina non abbiamo performato così bene anche se io devo moltissimo a Capello che mi ha cresciuto anche nelle giovanili».
La missione di presidente e allenatore del grande Milan di fine anni Ottanta era solo una: «Sorprendere. Furono presidente e allenatore a portarci quella mentalità: dimostrare che eravamo i più forti, anche attraverso degli show. E così andammo a dominare al Bernabeu o in Inghilterra, l’obiettivo era uscire dal campo all’estero tra gli applausi».
Anni d’oro. E di divertimenti. «Negli anni 80 a Milano c’erano tante ragazze da corteggiare, si stava bene: tutti volevano restare. Durante la settimana uscivamo con gli interisti, poi in campo ci scornavamo. Organizzavamo le feste a casa di Nicola Berti, era bellissima e quando avevi bisogno di romanticismo andavi lì. In quegli anni non avevi altri pensieri se non giocare e fare l’amore. Faccio un esempio: nel 1989 mia madre ebbe un problema di salute serio e si occupò di tutto Berlusconi: il giorno dopo l’avevano già portata a Zurigo. In quel Milan non si doveva neanche cercare la casa, te ne mettevano quindici a disposizione e dovevi solo scegliere: c’era solo un obiettivo in campo. E uno fuori...».
Il riferimento in campo fu Paolo Maldini: «Era spinto da una forza mentale che non aveva nessuno con le sue capacità tecniche e fisiche: era eccellente in tutto, è stato un capitano straordinario e credo sia stato spinto dalla consapevolezza di avere un padre che aveva fatto la storia. Come ha fatto a non aver vinto il Pallone d’oro? E potrei dirlo anche di Baresi, Pirlo, Seedorf, Rijkaard. Paolo era un esempio perché uno così forte che si allenasse e lavorasse così bene era difficile da trovare». 
Nella vita privata, Martina Colombari è stata e resta l’amore cercato e voluto: «Mio padre mi disse, prima di morire, che avrei sempre dovuto avere coraggio come calciatore. Per questo andai a tirare un rigore (segnando) ai Mondiali in Francia-Italia del 1998: mi stava sulle scatole Barthez, mi aveva fregato una ragazza bellissima a Cap d’Antibes qualche anno prima. E quel coraggio l’ho mostrato con Martina, la donna più bella d’Italia e ora mia moglie. Mi stava scappando, dovevo fare qualcosa. Lei doveva sfilare per Armani, io sapevo che dopo ogni evento di quel tipo Giorgio organizzava cene a casa sua: era venerdì sera e la domenica avevo il derby, ma presi coraggio e chiamai Armani chiedendogli di invitarmi. Non era la mia comfort zone, ma certe volte devi tirare fuori quel coraggio che non hai se vuoi realmente una persona. Il nostro amore è iniziato da lì».