corriere.it, 13 aprile 2026
Milei, cala il consenso
In pochi giorni, Javier Milei ha compiuto tre mosse che raccontano più di un anno di retorica: ha spinto sull’acceleratore delle riforme più controverse, ha lasciato sullo sfondo il suo progetto più simbolico e ha ammesso, per la prima volta, che il costo sociale della sua politica è reale. Non è una svolta improvvisa. È qualcosa di più sottile e, forse, più decisivo: l’ingresso nella fase in cui le idee devono fare i conti con la realtà.
La riforma della legge sui ghiacciai
Il via libera alla riforma della legge sui ghiacciai è il segnale più evidente della direzione scelta. Il governo ha ridotto i vincoli ambientali che limitavano l’attività mineraria nelle aree andine, trasferendo maggiore autonomia alle province e aprendo di fatto nuovi spazi allo sfruttamento delle risorse. Non sarà più l’autorità scientifica nazionale a definire gli standard di protezione, ma le singole province, con il rischio – secondo i critici – di un sistema più frammentato e permissivo. È una decisione coerente con l’impianto ideologico di Javier Milei: meno Stato, meno meno tutele, meno regole, più mercato. Ma è anche una scelta che espone l’esecutivo a un doppio rischio. Da un lato, quello ambientale e sociale, con proteste già in atto e ricorsi annunciati. Dall’altro, quello politico, perché la riforma tocca un nervo sensibile in un Paese dove il rapporto tra sviluppo e tutela del territorio è storicamente conflittuale.
L’attacco all’ambiente
La riforma modifica l’impianto della legge del 2010, che vietava le attività estrattive nelle aree considerate riserve idriche: alcune zone periglaciali potranno ora essere declassate e aperte allo sfruttamento, a seconda delle valutazioni locali. Questo apre la strada a progetti legati a rame, litio e argento, materie prime cruciali per la transizione energetica e sulle quali Buenos Aires punta per rafforzare export e attrarre investimenti.
Ma il nodo resta quello delle risorse idriche. I ghiacciai argentini – quasi 17 mila lungo la dorsale andina – alimentano decine di bacini e garantiscono approvvigionamento a milioni di persone, soprattutto nelle regioni più aride. È su questo terreno che si concentra la contestazione: non solo per il rischio diretto sui ghiacciai, ma per l’impatto delle attività estrattive, ad alto consumo d’acqua, in un contesto già segnato da siccità ricorrenti.
La promessa rinviata sulla dollarizzazione
Ma se sulla deregolazione Milei accelera, sulla dollarizzazione – la promessa che più di ogni altra aveva definito la sua campagna elettorale – il governo da tempo ha scelto di non muoversi nel breve termine. L’ipotesi di sostituire il peso con il dollaro non è stata formalmente smentita, ma non appare più come un obiettivo immediato. Non è un dettaglio tecnico: è il segno più visibile della distanza tra la piattaforma ideologica originaria e i vincoli del governo. Segna il passaggio da una visione teorica, costruita strategicamente e propagandisticamente in opposizione al sistema, a una pratica di governo costretta a misurarsi con la realtà, ovvero i vincoli finanziari, le riserve limitate e i margini di manovra ridotti.
il crollo del consenso: il 60% degli argentini boccia il governo
Nel frattempo, il consenso si muove nella direzione opposta rispetto alle aspettative iniziali. I sondaggi più recenti indicano una disapprovazione ormai superiore al 60%, con una crescente insofferenza sociale alimentata da una fase economica ancora difficile. Secondo i dati resi pubblici, la produzione industriale resta debole – con cali significativi in settori chiave – mentre l’inflazione, pur ridimensionata rispetto ai picchi precedenti, non è ancora stabilizzata. È in questo contesto che Milei — lo stesso che durante i comizi elettorali si presentava con una motosega in mano –, ha adottato un tono diverso, chiedendo «pazienza» agli argentini. Un cambio di registro significativo per un leader che aveva costruito la propria forza su un linguaggio netto, spesso aggressivo e su promesse di risultati facili e rapidi.
Radicalità e adattamento
Non è soltanto una transizione, ma la verifica di un impianto teorico costruito nella fase elettorale su promesse di rottura netta. La traiettoria vorrebbe restare quella originaria – riforme profonde, apertura ai capitali, riduzione del perimetro pubblico – ma l’esperienza di governo ne mette in luce i limiti. L’accelerazione sul fronte minerario diventa così una scelta obbligata per attrarre valuta e compensare la fragilità dell’economia reale, più che la semplice applicazione di un disegno coerente.
Allo stesso modo, la prudenza sulla dollarizzazione segna la distanza tra la radicalità della proposta e le condizioni effettive del Paese: la promessa di una soluzione immediata e sistemica lascia spazio a un approccio più cauto, imposto dai vincoli finanziari e dalla scarsità di riserve. È in questo scarto tra teoria e pratica che si misura oggi la difficoltà del progetto Milei, chiamato a confrontarsi non più con il sistema da abbattere, ma con quello da governare.
La prova del tempo
Il punto è che queste tre dinamiche – radicalità, adattamento, costo sociale – non si susseguono nel tempo, ma convivono. Ed è proprio questa sovrapposizione a definire il momento attuale. Javier Milei non è più soltanto il leader che sfida il sistema dall’esterno. È il presidente che deve governarlo e nel farlo è costretto a misurare la distanza tra la coerenza ideologica e la sostenibilità delle sue scelte.
È qui che si gioca la partita più difficile. Non tanto sulla capacità di avviare le riforme, quanto su quella di sostenerle politicamente nel tempo, senza che il costo sociale ne eroda le basi. Perché se è vero che il consenso può reggere nella fase iniziale dello choc, è nella durata che si misura la tenuta di un progetto. E in Argentina, dove le transizioni economiche sono spesso state interrotte o rovesciate, il rischio non è soltanto quello di rallentare, ma di vedere riemergere le stesse dinamiche che si volevano superare.
Il momento della verità, per Milei, non è più quello della promessa. È quello del limite.