Corriere della Sera, 14 aprile 2026
Brevetti green, l’Italia sul podio
Competitività significa innovazione e l’innovazione si protegge con i brevetti. L’Italia non è certo un campione nel mercato della proprietà intellettuale, con appena 81 domande di brevetto per milione di abitanti nel 2025 – in base ai dati appena pubblicati dall’European patent office – contro 1096 dalla Svizzera (come sempre prima in classifica), oltre 400 da Svezia e Danimarca, quasi 400 dall’Olanda, quasi 300 dalla Germania, 160 della Francia e così via. Su oltre 200 mila domande di brevetto presentate all’Epo nel 2025, solo il 2,4% è arrivato dall’Italia, che si colloca così al sesto posto fra i 39 Paesi membri dell’European Patent Organization, dietro a Germania, Francia, Svizzera, Olanda e Regno Unito.
L’Italia, però, è tra i primi tre Paesi dell’Ue per numero di brevetti green, in base al nuovo rapporto «Competitivi perché sostenibili» di Fondazione Symbola e Unioncamere, realizzato in collaborazione con Dintec e Centro Studi Guglielmo Tagliacarne. Secondo la classificazione fornita dall’Ocse, nel 2022 (ultima annata di cui sono disponibili i dati) sono stati concessi alle imprese dell’Ue 3.990 brevetti relativi all’ambiente, di cui ben 1.632 alle imprese tedesche, 729 alle francesi e 295 alle italiane. Un segnale positivo, che mette in luce la dinamicità del sistema produttivo italiano, dove cresce l’impegno per la sostenibilità. Tra il 2012 e il 2022 la brevettazione verde è cresciuta del 44,4% e 578.450 imprese italiane, pari al 38,7% del totale, hanno realizzato investimenti nella transizione ecologica tra il 2019 e il 2024. Ridurre sprechi e scarti lungo la filiera, aumentare l’efficienza energetica e l’utilizzo delle fonti rinnovabili sono strumenti classici della competitività made in Italy, che portano più fatturato e più export. Lo studio evidenzia il nesso fra innovazione verde e competitività: le imprese che depositano brevetti in tecnologie verdi si distinguono per una competitività superiore rispetto a quelle che brevettano in ambiti non green, generando un fatturato molto più elevato (382 milioni di euro per impresa contro 41 milioni delle non green) e registrando una maggiore produttività (144 mila euro di valore aggiunto per addetto contro 92 mila).
Nello specifico, quasi un terzo dei brevetti green italiani rientrano nel campo della mobilità sostenibile. Un esempio innovativo è la tecnologia IronLev di Adriano Girotto, che punta a rivoluzionare il trasporto ferroviario con l’utilizzo della levitazione magnetica sui binari esistenti, aumentando fino al 30% l’efficienza del materiale rotabile, tanto che ha già attirato l’interesse di operatori internazionali come Etihad Rail, Rta e diversi player statunitensi, che vedono nel brevetto italiano una via praticabile alla decarbonizzazione ferroviaria senza costi proibitivi. Un altro settore green innovativo è quello dell’efficienza energetica nell’edilizia, in cui l’Italia supera la media Ue nei brevetti che tentano di ridurre l’impronta di carbonio dei materiali. È in questo contesto che si inserisce la Diasen di Diego Mingarelli con Diathonite, una linea di malte e intonaci premiscelati priva di cemento e composta da materie prime rinnovabili o naturali come sughero, calce, argille e inerti naturali. Anche sulla gestione dei rifiuti l’Italia è all’avanguardia e lo dimostra il caso di Nextchem, del gruppo Maire, che ha brevettato il sistema Nx Replast, capace di selezionare con precisione polietilene e polipropilene dal flusso dei rifiuti plastici, per reintrodurli senza impurità nella produzione.
Malgrado questi buoni risultati, il quadro della brevettazione delle imprese italiane per l’ambiente peggiora decisamente se rapportiamo il numero di brevetti green alla popolazione, da cui emerge la vocazione verde dei Paesi del Centro e Nord Europa: nelle prime cinque posizioni troviamo la Danimarca (36,8 brevetti green per milione di abitanti), la Svezia (24,4), la Finlandia (19,8), la Germania (19,6) e l’Austria (15,9). L’Italia in questa graduatoria si posiziona in decima posizione, con 5 brevetti green per milione di abitanti. «Le imprese italiane sanno innovare e competere nei settori ambientali, ma hanno bisogno di un salto di scala: è necessario investire di più in ricerca, supportare la capacità di brevettare, rafforzare il trasferimento tecnologico e replicare il modello vincente dell’economia circolare anche negli altri comparti della transizione verde. Solo così il Paese potrà ambire ad essere leader dell’innovazione verde europea», sostiene il presidente di Fondazione Symbola, Ermete Realacci. L’innovazione da sola, dunque, non basta: deve essere tradotta in titoli di proprietà intellettuale. Un sistema produttivo, come quello italiano, che soffre di una cultura industriale poco orientata alla valorizzazione dei risultati della ricerca, rischia di perdere competitività.