Corriere della Sera, 14 aprile 2026
Valentina Greggio parla dello speed skiing
Questi sono i suoi attrezzi per un mestiere che si chiamava KL, chilometro lanciato, mentre ora è lo Speed Skiing: sci studiati dagli ingegneri della Dallara, l’azienda di auto da corsa; una tuta che non fa passare un filo d’aria, «una seconda pelle, ma di plastica»; spoiler: per ottimizzare l’aerodinamica; un casco a cuneo con una mini-visiera «dalla quale non si vede un tubo» così ricco di segreti «che chi lo guarda o lo tocca – dice ridendo – deve essere poi ucciso» (noi l’abbiamo fatto, ma ci ha risparmiato). Quindi lo scenario: una partenza dalla sommità dei 1.200 metri della striscia di Vars, Francia, dove ti ritrovi a tu per tu con il 98% di pendenza («A volte si parte più in basso e quel punto lo raggiungi calandoti con una corda») e con la prospettiva di superare i 200 orari in 6 secondi. Il tratto cronometrato è la media dei 100 metri finali. Ecco, miscelate e avrete il senso del record dei 248,270 km/h raggiunti da Valentina Greggio da Verbania, ora residente a Masera, 35 anni, anche alpinista, «tuttologa» dello sport, una ragazza spiritosa dagli occhi di ghiaccio: è la donna più veloce al mondo sulla neve.
Valentina, com’è il mondo dallo start della pista?
«È una vertigine bianca. Come direbbero i buddhisti, devo decidere nell’arco di un respiro. Aggiungo: trovando la carica migliore per scendere più veloce».
Preferisce il soprannome Vale Jet o Speedy Vale?
«Adesso tutti mi chiamano Vale Jet».
Nel 2016 era arrivata a 247,083 km/h: quel primato è rimasto lì per due lustri, bello e impossibile per tutte, perfino per lei.
«È strano che nessuna sia riuscita a ritoccarlo e che alla fine sia stata io a farcela, battendo me stessa».
Ha fermato il tempo o l’ha galoppato?
«Sono stati 10 anni impegnativi, alcuni catastrofici. Puntavo alla sopravvivenza, pensavo di smettere. Gli ultimi tre, invece, li ho galoppati sull’onda di cambiamenti decisivi. Quali? Uno su tutti: tornare al punto zero dopo aver provato soluzioni altrui che hanno creato solo pasticci. Ho poi capito che serviva un supporto: di qui il rapporto con la Dallara, una seconda famiglia».
È stata di nuovo paragonata a un uomo, Simon Billy, quello del record da 255,500 km/h nel 2023. Quanto le procura gioia?
«Tutto è partito per gioco. Dicevano che vincevo perché le rivali erano scarse. Ho voluto dimostrare che sono forte io e allo staff della Dallara ho detto: “Dobbiamo battere gli uomini”».
Però non era d’accordo con Lindsey Vonn quando voleva competere con i maschi.
«Resto di quell’idea: gli uomini hanno un fisico differente. Ma per crescere osservo tutti, a maggior ragione chi mi sta davanti. Sto osservando molto Billy: ha avuto una stagione pazzesca, salvo rendere di meno nei giorni dei tentativi di record».
Valentina Greggio è femminista?
«Odio i maschilisti, ma non sono femminista. Rischio che la mia immagine sia usata a mo’ di bandiera? Già succede, però ho solo dimostrato che una donna può valere quanto un uomo in certe discipline».
Questo record chiude un cerchio o è l’inizio di un nuovo ciclo?
«Ci devo pensare: è passato troppo poco tempo e so che prima o poi dovrò smettere».
I 250 orari sono una sfida o un’ossessione?
«Non sono un’ossessione, so che posso arrivare a quel limite. Ma in questo sport tutto deve andare per il verso giusto. E devi saper sfruttare le occasioni: ho stabilito il record alle 14.30, non era mai accaduto che si partisse così tardi».
La Valentina di oggi quanto si sente diversa dalla ragazza di 10 anni fa?
«Ci sono differenze nel modo di allenarmi, nei recuperi, nella preparazione, sul piano mentale: sono più matura, vivo le emozioni in un altro modo».
Vedendo anche Federica Brignone, l’età della piena affermazione pare essere dopo i 30 anni.
«L’età anagrafica non corrisponde mai a quella biologica. Tutto si lega al punto di maturazione: lo si raggiunge con la calma e la serenità portata dagli anni».
Lo scorrere del tempo la intriga o la spaventa?
«Mi spaventa: sto invecchiando, dovrò smettere di “giocare”».
Dieci anni fa si arrangiava con lavoretti vari: maestra di sci e preparatrice atletica, ma anche bagnina e cameriera. Ora come va?
«Sono sempre maestra di sci, ma mi sono laureata in Scienze motorie e insegno a scuola. Non a tempo pieno, a causa dello sport: qua e là devo mettermi in aspettativa. Un tempo facevo troppe cose, ora so ritagliarmi spazi per me stessa».
Si sente sexy con quella tuta?
«Non ho idea. Ma quella tuta l’abbiamo tutte, per cui eventualmente siamo tutte sexy».
La femminilità dei 35 anni è diversa da quella di 10 anni prima? Poserebbe per un calendario?
«Parto dalla seconda domanda: non lo so, dipenderebbe da molte cose. Quanto alla femminilità di oggi, sì è diversa. Ma mi piace sempre valorizzare il volto e il fisico: lo sport non deve stravolgere l’identità di una donna».
Una famiglia, dei figli...
«Ogni tanto ci penso, ma devo riflettere. Intanto il moroso aspetta... Come vive il mio sport? Be’, mi segue: è nella squadra. Non è più quello del 2016, meno male: lui era uno dei problemi».
Come interagiscono la Valentina dello sci di velocità e quella dell’extra sport?
«All’inizio non volevo che gli studenti sapessero dello sci di velocità, non cercavo la stima e la fiducia per quello. Nella vita di tutti i giorni voglio essere considerata una persona normale».
Dieci anni fa diceva che questo sport comportava sacrifici economici. Come va ora con il money?
«No money... (risata). Dai, va un po’ meglio: la Dallara, per dire, si fa carico delle spese tecnologiche. Noi dello sci di velocità dovremmo essere valorizzati di più? L’ormai ex presidente della Federcalcio, Gabriele Gravina, ha dato dei dilettanti a quelli degli altri sport. Ma noi stiamo facendo di più di professionisti che fanno solo quello e guadagnano una paccata di soldi. Quindi che spunti Robin Hood per togliere al calcio e dare alle altre discipline».
Lei è del 1991, tra Federica Brignone, del 1990, e Sofia Goggia, del 1992: siete la Trinità azzurra delle nevi?
«Tutte e tre siamo sugli sci, ma il mio sport non c’entra molto con il loro: io vado diritta, Federica e Sofia devono curvare e saltare. Ammiro entrambe, per le vittorie ma anche per la capacità di ripartire dopo gravi infortuni: questione di mentalità».
Anche stavolta, mentre scendeva, si è chiesta quanto mancasse?
«No, la mente umana è incredibile: quest’anno sono partita più volte dalla vetta di Vars, mai mi era capitato nella carriera. È bastato a farmi scendere a velocità altissime e ad avere percezioni diverse».
Ha rifatto il sogno del 2016, che non volle rivelare prima del tentativo di record?
«No. E un po’ mi è spiaciuto, sarebbe stato di buon auspicio. Ma ce l’ho fatta ugualmente».
Dice di cantare, mentre scende.
«Stavolta solo in una prova, non ricordo quale».
Per gestire la pressione usa rituali, trucchi, manie?
«Sono metodica e scaramantica, non voglio che ci siano elementi di disturbo: del tentativo di record non ho detto niente a nessuno».
Riesce a visualizzare il coraggio come un compagno?
«Se non è una persona fisica, è qualcosa che comunque esiste. Al Mondiale avevo dei problemi e non sapevo che cosa fare. Mi sono detta: “Lasci vincere la medaglia ad altre?”. Non mi è sembrato il caso. Allora l’ho chiamato: “Coraggio, vieni con me”».
Alla velocità si dà del tu o del lei?
«Sempre del lei. Come alla montagna. È un senso di rispetto da usare pure in auto».
Con la paura si stringe un patto di non belligeranza?
«Sì. Io riesco nasconderla in qualche mio angolo e a far emergere la grinta. Però avere paura è fondamentale; fa rimanere concentrati e nella realtà. Tra l’altro, ho paura di alcune cose, ad esempio di certi animali».
Ha una frase come motto: «Se puoi sognare, puoi farlo».
«È sempre vera ed è verificata. Non ho mai smesso di immaginare, anche nei momenti più duri. E sono arrivata dove volevo».