Corriere della Sera, 14 aprile 2026
Israele-Libano, il negoziato parte in salita
Troppo debole per fare la pace e troppo debole per fare la guerra. Si guarda allo specchio il Libano mentre lungo la green line spuntano fuori nuovi check point dell’esercito. Scorre il traffico del mattino vicino alla Beit Beirut, il palazzo dei cecchini, oggi museo memoria della Guerra Civile di cui ieri è caduto il 51esimo anniversario. Non certo un buon auspicio per un negoziato con Israele che sarà anche storico – è la prima volta dal 1983 che i due Stati si parlano direttamente – ma che parte tutto in salita.
I colloqui di oggi a Washington tra l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, la sua omologa libanese, Nada Hamadeh Moawad, l’ambasciatore statunitense in Libano, Michel Issa, e il direttore della pianificazione politica del Dipartimento di Stato americano, Mike Needham hanno alimentato le divisioni tra i libanesi. La decisione del governo di negoziare con Israele è stata condannata come «tradimento» da Hezbollah (che ieri ha chiesto al governo di cancellare i colloqui) e dai suoi alleati. A causa dell’instabilità della situazione interna, il premier Nawaf Salam ha rinviato un viaggio a Washington, dove era previsto un incontro con il Segretario di Stato americano Marco Rubio previsto per giovedì. Perché in Libano ogni leader sunnita che provi a forzare gli equilibri del sistema o a sfidare frontalmente gli interessi incrociati di Hezbollah, Iran o Israele sa di muoversi su un campo minato. Nabih Berri, presidente del Parlamento e figura centrale del sistema sciita, continua a collocarsi politicamente nel campo di Hezbollah più che in quello dello Stato ma ora, in privato, afferma di sostenere i negoziati, un cambiamento che arriva dopo i raid israeliani vicino alle sue residenze. Il presidente cristiano maronita Joseph Aoun, dal canto suo, non sembra pronto ad affrontare davvero la milizia, né sul piano politico né su quello strategico.
Israele si presenta invece al tavolo con una linea piuttosto chiara: nessun cessate il fuoco che lasci intatta la capacità militare di Hezbollah lungo il confine e nessuna soluzione che non preveda almeno un arretramento operativo del movimento sciita. Domenica, dopo una visita nei territori sotto controllo israeliano nel Libano meridionale, il premier Benjamin Netanyahu ha dichiarato che la guerra continuerà. «C’è ancora molto lavoro da fare e lo stiamo facendo», ha affermato. Fulcro delle operazioni dell’Idf, Bint Jbeil, simbolo della guerra del 2006 e della resistenza sciita. Ma il negoziato per Israele non è soltanto bilaterale: è parte di un confronto più ampio con Teheran. La strategia americana sembra basarsi d’altro canto sull’idea che il Libano vada trattato come un teatro specifico, con una sua cornice negoziale distinta, per evitare che qualsiasi sviluppo sul fronte iraniano faccia saltare ogni spazio di compromesso.
Facile a dirsi, difficile a farsi. Lo sanno gli israeliani, lo sanno i libanesi e lo sanno gli iraniani. Da capire se lo sappia anche Trump o se il presidente statunitense darà il suo pieno appoggio a un accordo, come a Gaza, che verrà ignorato da entrambe le parti.