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 2026  aprile 14 Martedì calendario

Stupore e disappunto dal Vaticano e dai vescovi americani

«Non hanno capito il Conclave. Non capiscono questa nuova fase del cattolicesimo. E dunque non riescono a capire Leone XIV, il primo Papa statunitense». Più che irritata, la reazione vaticana dopo la maldestra intemerata di Donald Trump contro Robert Prevost è misurata. Tempera uno stupore trattenuto, e un disappunto che nasce dalla sensazione che alla Casa Bianca regni una rozzezza di analisi sulle questioni vaticane, accentuata dal timore di perdere le elezioni di medio termine a novembre. Insultare il capo della Chiesa cattolica segnala un’impazienza, quasi una disperazione lievitata per mesi; e ora esplosa senza ritegno.
Ma stavolta, per il presidente degli Stati Uniti, sarà più difficile accreditare un Papa «antiamericano» come era raffigurato Francesco. Lì si trattava di un argentino che non aveva messo mai piede negli Usa prima dell’elezione, nel 2013. Jorge Mario Bergoglio conosceva poco non solo il Paese ma la cultura a stelle e strisce, filtrata attraverso le lenti del peronismo. Non lo capiva né ne era capito. In più, nel 2019, di fronte a voci di un complotto dei conservatori nei suoi confronti, aveva scolpito, lasciando tutti di stucco: «Per me è un onore se mi attaccano gli americani»: anche un riflesso delle divisioni tra vescovi statunitensi «repubblicani» e «democratici».
Leone XIV, invece, è un figlio di Chicago. Ha fatto per anni il missionario in Perù, tanto da essere qualificato come un «latin yankee». Ossimoro solo apparente, perché essere «latino» per l’esperienza missionaria e «yankee» come figlio degli Usa significa offrire un’identità ibrida e risolta felicemente. In Conclave ha compiuto l’impresa di azzerare le divergenze tra i cardinali statunitensi. E la sua bussola ha come obiettivo l’unità della Chiesa e il suo governo. Il problema è che agli occhi di un Trump che si sente «unto da Dio» e della sua cerchia di seguaci, Prevost è difficilmente catalogabile. Categorie come continuità e discontinuità coi predecessori non funzionano.
Lo ha testimoniato Steve Bannon, «ideologo» del trumpismo. Ha classificato Leone XIV come portavoce della «Deep Church», la «Chiesa profonda» che ossessiona il mondo Maga come il «Deep State», lo «Stato profondo» delle istituzioni americane disarticolate in questo anno di presidenza. La sua elezione, a sentire Bannon, sarebbe stato «un voto anti Trump dei globalisti della Curia» per riattivare «un flusso di finanziamenti dalla Chiesa Usa e in particolare dai grossi donatori, come la Papal Foundation». Dietro si avvertivano un pregiudizio e una pretesa. Il pregiudizio era quello atavico dei protestanti contro il Vaticano. La pretesa, quella trumpiana di ergersi a capo dei cattolici americani, che in maggioranza, il 54 per cento, avevano votato per lui.
La sua immagine travestito da Papa alla vigilia del Conclave, costruita dall’intelligenza artificiale e rilanciata dalla Casa Bianca, per quanto caricaturale voleva dire quello. E quando Trump ha fatto sapere che avrebbe visto bene l’elezione dell’arcivescovo di New York, Timothy Dolan, di nuovo ha mostrato di non conoscere le regole di una Chiesa che per secoli ha cercato di arginare le ingerenze esterne. Pensare che, in quanto figlio di Chicago, il Papa avrebbe assecondato i conflitti aperti da americani e israeliani legittimandoli con la fede cristiana, conferma l’ignoranza dell’amministrazione Trump.
Il sostegno a Prevost da tutto l’episcopato Usa, e le critiche alle deportazioni degli immigrati e alla guerra, avrebbero dovuto fargli capire che lo sfondo è cambiato. Non ci sono più vescovi «trumpiani» e «antitrumpiani». E, se esistono, di certo oggi sono allineati col Papa americano; e lo saranno ancora di più dopo gli attacchi sgangherati. Nei mesi scorsi i segnali non erano mancati, d’altronde. Garbatamente, il pontefice aveva lasciato cadere l’invito del vicepresidente J. D. Vance, convertitosi al cattolicesimo nel 2019, a partecipare alle celebrazioni per il 250° anniversario degli Usa, perché poteva essere usato in campagna elettorale.
E quando Trump aveva lanciato il Board of peace, il Consiglio di pace a inviti per il Medio Oriente, dal Vaticano era arrivato il «no» a un’istituzione che piccona il multilateralismo delle Nazioni Unite. Ma sono state soprattutto le motivazioni con le quali è stato bombardato l’Iran, e le incursioni israeliane in Libano ad avere costretto Leone XIV a esprimersi con parole dure in modo inusuale. Il termine «costretto» non suona esagerato. Il Vaticano ha aspettato molto prima di scagliarsi contro i conflitti in atto in nome della pace. La reazione trumpiana scomposta dice che mentre il Vaticano ha cercato di risolvere col Conclave il dilemma di un rapporto con gli Usa incrinatosi con Francesco, ora la questione è opposta.
È Trump ad avere un problema con i «suoi» cattolici e con un Papa che tifa per i White Sox di Chicago e ama il film The Blues Brothers. All’inquilino della Casa Bianca non sarà facile convincere tutti gli elettori anche cattolici che nel 2024 lo hanno accompagnato al trionfo. Leone XIV è figlio della voglia di ricucire il tessuto liso del cattolicesimo e della pace. Ma non è un avversario politico di Trump. Si muove su un piano diverso, morale e religioso. E guarda oltre l’attuale Casa Bianca e le appartenenze politiche. Probabilmente è questa pedagogia pragmatica e lineare, guidata da una strategia poco gridata quanto chiara, a risultare insopportabile a un presidente convinto che la storia finisca con lui.