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 2026  aprile 13 Lunedì calendario

Serena Brancale parla della sua carriera

«Sono anni che io non mi diverto più»: comincia così, con questo verso, il nuovo album di Serena Brancale, Sacro. La frase è quella che apre la prima canzone del disco, Maria, che suona però inattuale. Già, perché oggi Serena Brancale si diverte eccome. Da Baccalà, il tormentone in dialetto barese che nel 2024 ha spopolato su TikTok e l’ha resa un autentico fenomeno, la 36enne cantautrice pugliese ha totalizzato qualcosa come oltre 90 milioni di ascolti su Spotify, due Dischi di platino, due partecipazioni al Festival di Sanremo (quella dell’anno scorso con Anema e core e quella di quest’anno con Qui con me), oltre 40 date in tutta Italia. Dopo due anni passati col piede sull’acceleratore non ha nessuna intenzione di fermarsi, lei che un momento del genere lo aspettava da chissà quanto. Tutt’altro: «Mi piacerebbe mettermi a disposizione di giovani talenti».
Si è liberata una poltrona nella giuria di “X Factor”, dopo l’addio di Achille Lauro. Ci andrebbe?
«Sarebbe bellissimo. A me piacerebbe. Sono un ex insegnante. Ho lavorato per otto anni in una prestigiosa scuola di musica romana. È il mio ruolo preferito, quello dell’insegnante. Mi piace aiutare i ragazzi a capire come vogliono essere, cosa vogliono mettere in evidenza della loro musica. Il lavoro che puoi fare su un ragazzo di vent’anni è straordinario. Io l’ho fatto in primis su di me».
Quando Simona Ventura nel 2009 la scartò proprio da “X Factor”?
«Già. Mi presentai con Non mi chiedermi di Paola Cortellesi. Mi disse che non ero credibile. Aveva ragione lei. Avevo 20 anni, ero acerba. Dopo quel “no” lasciai Bari e mi iscrissi al Conservatorio Alfredo Casella de L’Aquila. Probabilmente se fossi entrata a “X Factor” a vent’anni non sarei arrivata dove sono oggi. Quel rifiuto mi ha permesso di fare tutta la serie di esperienze che compongono la sacra gavetta».
Tv a parte, non aveva detto di essere pronta ad aprire una scuola di musica a Roma?
«È vero, lo avevo detto. Il progetto era pronto all’80%. Avevo iniziato a lavorarci lo scorso anno, affittando un locale proprio nel cuore di Roma, a via Urbana, nel rione Monti».
E poi?
«Il successo mi ha presa in contropiede. Due programmi televisivi (Like A Star sul Nove e Io canto Family su Canale 5, che l’hanno vista entrambi proprio nel ruolo di giudice, ndr), 40 date, le promozioni dei singoli, Sanremo: troppo. Sono stata costretta a restituire le chiavi ai proprietari del locale, pagando le penali».
Riprenderà in mano il progetto, in futuro?
«Non lo so. Lo spero».
Ma davvero non si diverte più, Serena?
«Realizzo solo ora che il disco si apre con quella frase, che è di impatto. Peraltro non c’entra nulla con l’umore del brano, che è una salsa. Il pezzo lo scrissi sei anni fa, dopo la scomparsa di mia mamma Maria: la salsa la ballavamo insieme. Questo album è dedicato a lei. Ex cantante e musicista, mi ha trasmesso la passione per la musica. Il rammarico più grande è non poter condividere tutto questo con lei, ora. Forse, però, è un suo modo per dirmi: “Non ci sono, ma prenditi tutto quello che ti meriti"».
Crede?
«No».
Però ha intitolato il suo album “Sacro” e nel video del singolo “Al mio paese”, con le siciliane Delia e Levante, gioca con l’immaginario delle spettacolari processioni tipiche del sud Italia.
«Il video era un modo per omaggiare quelle usanze, alle quali sono legata. Invece sacri, per me, lo sono la famiglia, il folclore della mia terra e la musica latino americana, i tre filoni protagonisti delle canzoni del disco».
Tra salsa, chacarera, flamenco e collaborazioni con la cubana Omara Portuondo e il re italiano del reggae Alborosie strizza l’occhio a Bad Bunny?
«Sembra: ma le assicuro che nel mio progetto c’è autenticità e sincerità. Non seguo le mode e le tendenze. Sono figlia di questa musica. Torna centrale il ruolo di mia madre, che era venezuelana. Ma nell’album ci sono anche star della black music e del jazz come Gregory Porter e Richard Bona».
Da Sanremo si aspettava di più che il nono posto?
«Mi sono sentita un po’ come Giorgia l’anno scorso: pure lo stesso premio (il premio Tim, ndr). Comunque lo rifarei anche domani».
Quindi manderà una canzone a Stefano De Martino, che è già a caccia di big per il 2027?
«È un caro amico. Lo stimo. Con lui feci il Bar Stella su Rai2. Gli è piaciuta l’anima folk di Sacro. Vorrei portargli qualcosa di speciale. Ne riparliamo più avanti, però: il 30 aprile parto da Londra con il tour, che dopo Madrid e Barcellona farà tappa a Roma il 13 giugno alla Cavea (nella Capitale sarà anche oggi, per un firmacopie alla Discoteca Laziale, alle 17.30, ndr), prima di andare avanti fino a settembre inoltrato e chiudere il 3 ottobre al Palaflori di Bari (ride)».