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 2026  aprile 13 Lunedì calendario

Energia, incubo razionamenti

Lo Stretto di Hormuz resta sbarrato. Il tracollo dei negoziati di Islamabad tra Stati Uniti e Iran sta innescando una tempesta perfetta sull’economia globale. In caso di stallo, «il sistema logistico e produttivo globale andrà incontro a una paralisi sistemica dalle conseguenze incalcolabili», aveva avvertito Fatih Birol, numero uno dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Così è stato. Sono diverse le petroliere che hanno fatto inversione domenica mattina, rinunciando al transito dopo la rottura diplomatica e dopo il blocco annunciato dal presidente statunitense Donald Trump. Ma senza un passaggio sicuro, il pianeta va in tilt. Dagli aerei ai fertilizzanti, passando per i consumi quotidiani, il timore è quello di rincari senza precedenti.
L’impatto sui mercati energetici e finanziari è destinato a essere massiccio. I trader di tutto il mondo temono l’esaurimento delle scorte essenziali, dinamica che potrebbe spingere il greggio Brent su picchi anomali verso 130 dollari al barile secondo Wells Fargo. Hormuz rappresenta il collo di bottiglia vitale per l’energia dei poli industriali in Asia e in Occidente. Il pericolo è che la reazione dei mercati finanziari possa essere convulsa. Nelle Borse europee si temono – evidenzia Citi – perdite significative sui titoli dei settori industriali, chimici e della logistica pesante. Mohit Kumar, capo economista europeo per la banca d’affari Jefferies, aveva avvertito i clienti che le speranze di riapertura dello Stretto si reggevano su basi fragili. Con il venir meno di tale strumento, il timore della canadese TD Bank è che il dollaro statunitense si possa rafforzare contro le principali valute, drenando capitali dalle economie emergenti.
Il contagio del blocco investe le catene di fornitura trasversali. Il comparto dell’aviazione commerciale e cargo affronta già oggi ostacoli insormontabili, divisi tra la chiusura di spazi aerei a rischio di scontro militare e l’impennata del prezzo del cherosene. Alexia Dogani, responsabile del team trasporti europei di JPMorgan, ha quantificato l’escalation in un report di ricerca diffuso questa settimana: «Ci aspettiamo che, se lo Stretto resterà chiuso per il prossimo futuro, senza un impatto materiale sulla domanda, le tariffe di trasporto merci potranno subire un ulteriore rincaro del 30%, ossia un balzo del 65% rispetto ai livelli di febbraio». I vettori aerei reagiscono cancellando intere rotte intercontinentali, paralizzando i viaggi d’affari e il turismo.
Il disastro parallelo si consuma nel mondo dell’agricoltura e della chimica primaria. «Sarà una sfida continuare a scaricare gran parte dell’aumento del prezzo del carburante sui passeggeri se il petrolio resterà alto più a lungo», ha avvertito l’amministratore delegato di United Airlines, Scott Kirby. Non solo. Il blocco del 38% dell’offerta mondiale di fertilizzanti a base di nitrati innesca rincari insostenibili per le aziende agricole. L’urea ha oltrepassato quota 720 dollari a tonnellata sui mercati all’ingrosso. Guillaume Daguerre, senior director di Fitch Ratings, ha lanciato un monito per i prossimi trimestri: una chiusura prolungata «colpirà in modo negativo la produzione chimica globale, con i produttori mediorientali e asiatici tra i più esposti». Il crollo delle spedizioni di ammoniaca minaccia i raccolti stagionali, aprendo la strada a uno choc alimentare su vasta scala.
Le singole macroaree economiche stanno subendo contraccolpi marcati, palesando fragilità strutturali irrisolte. Negli Stati Uniti il prezzo del gallone di benzina ha superato la soglia critica dei 4 dollari. Si tratta di una linea rossa per il ceto medio americano, una barriera psicologica e materiale che deprime i consumi interni in un anno elettorale complesso. Le attività imprenditoriali a stelle e strisce, dalla manifattura ai trasporti su gomma, stanno razionando l’uso di energia e riducendo i turni di lavoro per arginare il crollo dei margini operativi aziendali. A cominciare dai pizza slice store di New York, con orari ridotti e già i primi rincari sulla fetta di “plain slice”, la celebre fetta di margherita nello stile di Manhattan. In alcuni casi arrivata già oltre i 4 dollari.
Le analisi di Pnc e Sumitomo indicano come il mercato interno statunitense possieda difese parziali sul fronte dei fertilizzanti, ma nessuna immunità sullo shock dei carburanti. L’Europa – di contro – scopre le proprie debolezze, mai sanate dalle crisi del decennio scorso. Privo delle forniture fossili russe e dipendente dal gas naturale liquefatto del Golfo Persico, il Vecchio Continente rischia di esaurire le riserve strategiche a ridosso dei mesi autunnali. I governi dell’Eurozona studiano piani di emergenza per sostenere il potere d’acquisto dei cittadini in vista di una stagione di austerity mai sperimentata. Il fallimento diplomatico nei palazzi del potere di Islamabad non si derubrica a incidente transitorio. Può fare da prologo a una recessione asimmetrica, dettata in ogni suo aspetto dal collasso dello snodo marittimo più conteso della Terra.