Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 13 Lunedì calendario

Quando Graham Greene sfiorò l’arresto a Cuba

Tra tutti i suoi romanzi, centrati su moralità, religione e spionaggio, Graham Greene definiva Il nostro agente all’Avana (1958) come entertainment: un intrattenimento, per il lettore e per l’autore, che evidentemente si era divertito a scriverlo, dunque da non prendere troppo sul serio. Scomparso nel 1991 dopo varie candidature al premio Nobel per la letteratura, il grande scrittore inglese non poteva immaginare di avere rischiato l’arresto per «tradimento della patria» proprio a causa di quel thriller un po’ da ridere. Lo rivela una nuova biografia, The writer and the traitor: Graham Greene, Kim Philby and the great betrayal, di cui il Times di Londra pubblica un estratto, affermando che l’MI5, il controspionaggio britannico, aprì un’indagine nei suoi confronti a partire dal giallo ambientato a Cuba, con l’accusa di avere violato l’Official Secrets Act: in pratica, di avere diffuso segreti di Stato con il suo libro.
La trama di Our Man in Havana, questo il titolo originale dell’opera (da cui fu tratto un film interpretato da Alec Guinness), è più da black comedy che da noir: è la storia di un inglese che finisce a fare il venditore di elettrodomestici nella capitale cubana, afflitto da problemi economici e familiari essendo stato lasciato dalla moglie, e costretto ad accudire da solo una figlia adolescente amante della bella vita. Per guadagnare qualche soldo in più, il rappresentante di elettrodomestici si lascia arruolare dal servizio segreto di Sua Maestà e nel tentativo di compiacere i superiori inventa clamorose rivelazioni, fino al punto di spedire a Londra i progetti di un presunto macchinario di guerra, in realtà basato sulle componenti di un’aspirapolvere della sua ditta. Senza fare spoiler, il dramma viene soltanto sfiorato e tutto si conclude con un lieto fine.
Greene aveva basato sulla realtà l’idea della spia che inventa informazioni top secret: c’erano stati casi simili nell’intelligence inglese e tedesca. Di segreti veri, tuttavia, nelle pagine del romanzo non c’è alcuna traccia. Il libro però uscì in Inghilterra nel 1958, mentre a Cuba traballava il regime del dittatore filoamericano Fulgencio Batista, che sarebbe caduto l’anno seguente sotto i colpi della rivoluzione guidata da Fidel Castro e Che Guevara. Per di più, in quegli stessi anni l’MI5 stava indagando su Kim Philby – un agente dell’MI6 sospettato di fare il doppio gioco per il Kgb sovietico e che più tardi defezionò rifugiandosi a Mosca – per il quale aveva lavorato lo stesso Greene, a sua volta una spia dell’MI6 prima di diventare romanziere a tempo pieno. Il direttore dell’MI5, Roger Hollis, era convinto che nel thriller su Cuba Greene avesse rivelato troppo sul funzionamento dei servizi segreti. Pensava pure che lo scrittore sapesse del ruolo di Philby, per il quale aveva forte simpatia, come doppiogiochista per lo spionaggio sovietico. Per questo intendeva arrestarlo. Ma una telefonata di Dick White, ex-capo di Hollis all’MI5 e nuovo direttore dell’MI6, bloccò l’inchiesta.
Robert Verkaik, l’autore della nuova biografia, dubita che Greene fosse consapevole di essere andato così vicino all’arresto, sebbene in seguito lo scrittore venne a sapere che il controspionaggio aveva indagato su di lui per Il nostro agente all’Avana: «Che segreti avrei tradito?», ironizzò «La possibilità di usare cacca di gallina come inchiostro invisibile?». Per un’incredibile coincidenza, ricorda il libro di Verkaik, l’agente dell’MI5 incaricato di leggere il libro di Greene e fare rapporto a Hollis era un certo David Cornwell, in futuro destinato a diventare anch’egli un celebre scrittore di spy stories, con lo pseudonimo di John le Carrè.