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 2026  aprile 13 Lunedì calendario

Intervista a Yemaneberhan Crippa

Yemaneberhan detto “Yeman” Crippa, “il braccio destro di Dio” in amarico, non ha solo vinto la maratona di Parigi, non è solo diventato il secondo azzurro più veloce di sempre correndo in 2h05’18’’. Ha anche rispettato il cerimoniale parigino, e al traguardo di Avenue Foch ha aspettato l’ultimo dei 60mila partecipanti. Nel momento d’oro dello sport italiano c’è anche un ragazzo di 52 chili, nato in Etiopia e cresciuto in Trentino, in grado di vincere una grande maratona e battere due specialisti, l’etiope Teshager e il kenyano Kiptoo.
Crippa, Parigi non era un bel ricordo per lei.
«Le Olimpiadi nel 2024 sono state una delusione: venticinquesimo. Tornare qua, correre una maratona e vincerla è stato un vero riscatto».
Ha ritrovato i fantasmi di quella giornata e di quelle strade?
«Non c’erano le stesse salite, ma il percorso restava difficile. Non ricordo scorci particolari di Parigi, il parco di Bois de Boulogne era solo tanto verde attorno a me. Il momento che ricordo di più è stato l’ultimo chilometro e mezzo, in cui ho capito che potevo vincere e non mi sembrava vero, eravamo in tanti poi all’improvviso sono rimasto solo e mi sono detto “stai calmo”».
Ha vinto al settimo tentativo, ha capito cosa le mancava prima?
«Mi sono buttato nella maratona convinto di raggiungere gli stessi risultati della pista. Ma non è stato così, se non sei pronto da tutti i punti di vista la maratona ti fa pagare il conto. Nel 2025 mi sono ritirato a Londra, poi ai Mondiali di Tokyo, il punto più basso: ecco, quella era una gara in cui bisognava tenere duro con la testa, il ritmo lento, il caldo, mentalmente ho ceduto e mi è passata la voglia di correre. Sono ripartito da zero».
Campione europeo dei 10.000 metri, giustiziere di primati italiani storici, poi il grande azzardo.
«Tantissimi mi dicevano che non sono portato per la maratona. Ma per ottenere risultati serve tempo, soprattutto per un fisico come il mio adatto a corse più veloci. Per far cambiare le cose basta lavorarci, avere pazienza, darsi del tempo. Alla quarta maratona magari diventi un mezzo maratoneta».
Che rapporto conserva con l’Etiopia, dove la guerra civile la strappò alla sua famiglia naturale portandola in un orfanotrofio?
«L’Etiopia è nel mio sangue, non conosco la lingua ma riesco a sentire i parenti grazie ai miei fratelli che la parlano. Quando vado in ritiro in Africa mi alleno in Kenya, ma a maggio sono riuscito a visitare il paese in cui sono nato, a 400 km da Addis Abeba».
È al sicuro la sua famiglia d’origine?
«L’anno scorso c’è stata la guerra, però adesso è finita e loro vivono in paesini tranquilli».
Chissà che soddisfazione per i suoi genitori Roberto e Luisa, che adottarono lei e i suoi sette fratelli.
«Mio padre era qui, e il bello è che si aspettava che prima o poi sarebbe successo».
Gioca ancora a calcio?
«Quanto ho sognato di diventare un calciatore. Sono orgoglioso della mia scelta, ma se c’è un pallone, due tiri glieli do».