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 2026  aprile 13 Lunedì calendario

James Cameron parla del suo rapporto con la Natura

Lasciate le foreste di Pandora, James Cameron, 71 anni, ci immerge un altro universo alieno e straordinario, stavolta reale: il microcosmo delle api. Il regista di Titanic e della saga di Avatar è il produttore esecutivo del documentario di National Geographic I segreti delle api, su Disney+ per celebrare il Mese della Terra.
Da dove nasce il suo legame così forte con la natura?
«Sono cresciuto in Canada, vivevo in una zona suburbana ma a due isolati iniziava una foresta che si estendeva per centinaia di miglia. Passavo lì tutto il tempo: raccoglievo insetti, serpenti, rane, li osservavo, li dissezionavo, li disegnavo. Nessuno me lo chiedeva, era pura curiosità.
È sempre stata la forza trainante della mia vita. Prima ancora di dedicarmi al cinema ho studiato fisica e astronomia. Credo davvero che la curiosità sia il nostro superpotere come esseri umani. La scienza è un’estensione naturale di questa curiosità. Certo, ci dà benefici tecnologici, ma in sé è qualcosa di profondamente affascinante. E ho un enorme rispetto per chi lavora nella ricerca, perché approfondisce aree che la maggior parte di noi può solo sfiorare».
Cinema e scienza si aiutano a vicenda?
«Sì. E spesso in modo concreto. La ricerca scientifica non è sempre finanziata come dovrebbe, è fragile, ancora di più negli ultimi anni. In progetti come questo, il fatto di avere una produzione ben finanziata permette agli scienziati di accedere a strumenti, luoghi e condizioni di norma non avrebbero. L’ho visto anche nelle mie spedizioni negli abissi: portavamo con noi ricercatori perché il costo di una nave è enorme, e questo dava loro accesso a dati e osservazioni che non avrebbero potuto ottenere. È una sinergia reale: il cinema ha bisogno della scienza per essere accurato, la scienza può usare il cinema per ampliare le proprie possibilità».
L’equilibrio tra rigore scientifico e narrazione coinvolgente?
«È una disciplina. C’è sempre la tentazione di essere sensazionalisti o di attribuire agli animali caratteristiche umane per renderli più vicini allo spettatore. Ma bisogna stare attenti. Allo stesso tempo, però, gli animali sono i protagonisti della storia, quindi devi renderli comprensibili: devi capire cosa li motiva, quali sono i loro obiettivi, cosa li mette in pericolo. Nel caso delle api, il loro obiettivo è semplice e familiare: proteggere la colonia, garantire la sopravvivenza della generazione successiva. Cose con cui possiamo relazionarci. Il punto è trovare il giusto equilibrio: permettere allo spettatore di entrare nella storia senza proiettare troppo».
Nel documentario, la macrofotografia rende l’alveare uno spettacolo.
«I nostri tecnici ci lavorano da decenni, ma la tecnologia in sé non è stata il vero salto. Il problema è configurare l’ambiente intorno all’alveare: i tunnel, gli spazi delle api solitarie, per entrare nel loro mondo senza alterarlo. Con soggetti così piccoli hai una profondità di campo ridottissima, tutto diventa molto complesso».
La narrazione si deve adattare a immagini impreviste.
«Parti con una specie di script preliminare, una lista di speranze. E poi appena succede qualcosa di inatteso – e succede sempre – tutto cambia. La storia si rivela mentre lavori, proprio come come la natura continua a rivelarsi alla scienza. È un processo parallelo: scoperta, adattamento, riscrittura».
Che cosa ha scoperto sulle api?
«Dettagli sorprendenti: le differenze tra maschi e femmine, la dimensione degli occhi, il fatto che i maschi devono trovare una sola partner e poi muoiono, quindi devono “farlo bene” e hanno un apparato visivo molto più sviluppato. Ma al di là degli aspetti biologici, la cosa più interessante è stata capire la complessità sociale. Ho una fattoria in Nuova Zelanda con centinaia di alveari, produciamo miele di manuka, ma anche così mi sono reso conto di quanto poco sapessi davvero. Pensavo alle api come a piccoli sistemi programmati, quasi robotici. Invece scopri che apprendono, che possono imitare, che possono trasmettere informazioni tra individui. E quando parliamo di trasmissione di conoscenza, parliamo di cultura. L’idea che esista una “cultura delle api” è qualcosa che cambia completamente il modo in cui le guardiamo».
Il messaggio più importante della serie?
«Si parte sempre dal senso di meraviglia. Non proteggeremo mai qualcosa che non amiamo, e non ameremo mai qualcosa che non conosciamo. Il primo passo è rendere questo mondo accessibile. Poi arriva il secondo passo: capire che è prezioso. Infine il terzo: capire che è in pericolo. Non partiamo con un messaggio allarmistico, ma andando avanti, emerge il tema della perdita. E a quel punto nasce la domanda: cosa posso fare io?».
Cosa possono fare i singoli?
«È la grande questione del nostro tempo. Siamo otto miliardi e tutti pensiamo che il cambiamento debba arrivare dall’alto, dalle politiche, dai governi. Non è solo così. Le scelte individuali contano. Io, per esempio, sono vegano, e credo che il sistema dell’agricoltura animale sia una delle principali cause di deforestazione e perdita di habitat. Non riguarda solo le api, ma tutte le specie. Anche la monocolturafa danni. Se come società cambiassimo le nostre abitudini alimentari, potremmo restituire alla natura una parte enorme del pianeta. Oltre la metà delle terre agricole potrebbe essere rinaturalizzata. Sarebbe un cambiamento radicale. Ma tutto parte dalle scelte quotidiane. E per cambiare le scelte, devi prima vedere chi ne paga il prezzo».
Perché alterna documentari a film?
«Perché continuo a imparare. È la cosa più semplice e più vera. Ogni volta scopro qualcosa di nuovo. Questa è la ricompensa principale. Mi pagano, certo. La verità? Lo farei comunque».