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 2026  aprile 13 Lunedì calendario

Tamara Lunger parla del suo viaggio in Mongolia

“Dovevo perdermi nell’infinità della steppa mongola per dare un senso al mio dolore. Dovevo affrontare la prova più estrema e solitaria per vivere fino in fondo il mio lutto: la perdita di un uomo meraviglioso Juan Pablo Mohr, il nostro amore travolgente infranto sui ghiacci del K2, la morte di tutti i miei compagni di cordata, in quell’inverno terribile del 2021 a un passo dalla vetta”.
È rimasto lassù il cuore di Tamara Lunger, 40 anni, una delle alpiniste più forti del mondo, nel campo base numero 3, dove per l’ultima volta aveva abbracciato “JP”, Juan Pablo Mohr, alpinista cileno, da poco conosciuto ma subito amato, scomparso a febbraio di cinque anni fa insieme a Sergi Mingote, Ali Sadpara, John Snorri e Atanas Skatov. Precipitati – tutti – nell’arduo tentativo di scalare d’inverno e senza ossigeno gli 8600 metri della “montagna selvaggia”.
Tamara, anni dopo la morte di Juan Pablo, la scorsa estate lei ha percorso da sola duemila chilometri a piedi in Mongolia, per elaborare quel lutto
“Non ero sola. Con me c’era Tùje, meraviglioso cammello. È stato un viaggio terapeutico ai confini del mondo e di me stessa”.
Il suo diario di quei mesi, da agosto a settembre del 2025 è diventato un libro, Una donna che cammina nel vento (Rizzoli). Cosa l’ha portata verso una scelta così estrema?
“Dopo la tragedia del K2, tornata a casa in Alto Adige ho passato anni terribili. Avevo attacchi di panico, paura di morire, non ero più me stessa. Ero convinta di aver perso insieme all’uomo che amavo anche l’amore per la montagna. Ma soprattutto per la prima volta proprio io, alpinista delle cime estreme, non sapevo più quale fosse la mia vetta, cosa avrei fatto nel mio futuro. Avevo scalato il Lhotse, il K2 d’estate, il Nanga Parbat, ero stata nella nazionale di scialpinismo, mi ero sfidata fin da bambina in ogni tipo di sport. Ora sentivo soltanto il vuoto”.
In realtà, così lei racconta nel libro, dopo la morte di Juan Pablo Mohr, nella sua vita torna Davide, il suo attuale compagno.
“Avevo conosciuto Davide poco prima di partire per la spedizione invernale sul K2, la nostra era un’avventura appena iniziata. Quando al campo base in Pakistan ho incontrato Mohr e ci siamo innamorati, ho chiamato Davide per dirgli che le nostre strade si separavano. Perché in quelle poche settimane di felicità che il destino ci ha concesso, con Juan Pablo avevamo già fatto progetti di vita. Alla fine della spedizione sul K2 sarei andata in Cile a conoscere i suoi tre figli”.

Invece Juan Pablo Mohr e i suoi compagni dal K2 non sono più tornati. Una delle spedizioni più tragiche degli ultimi decenni.
“I loro corpi furono ritrovati mesi dopo, in estate. Nessuno sa esattamente cosa sia successo quando erano a un passo dalla vetta, che fu invece conquistata da una spedizione nepalese. Io non ero salita: arrivata al campo 3 avevo capito di non farcela, così nella notte avevo abbracciato Juan Pablo che proseguiva nella scalata. Un bacio veloce perché il tempo era poco. Ma non avevo un buon presentimento: era come se la montagna mi avesse parlato e messa in guardia. Nei giorni del lutto – dopo – mi ha salvata Davide”.
Tornò da lei, nonostante vi foste lasciati?
“Sì. Ero a pezzi, avevo un buco nel cuore e lui non mi ha mai abbandonata. E un giorno mi ha detto: ‘Tamara, lo so, noi saremo sempre in tre. Sappi che non ti chiederò mai di dimenticare Juan Pablo’. Oggi siamo felici”.

Nel suo libro che è un intenso reportage di viaggio, ma anche il diario di una rinascita interiore, spiega però che il famoso “buco nel cuore” era sempre lì. Per questo decise di attraversare a piedi la Mongolia occidentale?
“Dopo la scomparsa di tutti i miei compagni sul K2, qualunque cosa facessi la paura mi paralizzava. Che fosse un lancio con il parapendio o una passeggiata in quota avevo il terrore di morire. Ho capito che per tornare davvero a vivere, a sfidarmi nelle avventure e nello sport, sarei dovuta entrare dentro quella paura. Così alla fine ho deciso che avrei provato ad attraversare tutta la parte ovest della Mongolia fino a raggiungere la capitale, Ulaanbaatar, e che lo avrei fatto con l’aiuto di un cammello.
Perché si è definita una donna che cammina nel vento?
«Il vento non si placa mai in Mongolia. E in quelle regioni soffia da ovest a est, perciò avrei camminato seguendo il vento. Ho poi scoperto che anche i cammelli non amano andare controvento: quella rotta era proprio un segno del destino».
Il suo diario, dal 14 aprile in libreria, narra una sfida continua tra la bellezza più intensa, laghi turchini, steppe infinite, tramonti, cacciatori di aquiloni e le difficoltà, i rischi, la bruttezza di alcune città, i tentativi di aggressione.
“Provate voi ad arrivare dall’Italia e imparare a gestire un cammello. All’inizio il rapporto con Tùje è stato difficile, accordarmi al suo passo lento, trovare sempre il fieno per nutrirlo, capire le sue necessità. Poi è diventato un compagno di viaggio formidabile e separarmene alla fine del viaggio è stata dura. In Mongolia la bellezza è feroce, assoluta. Nella steppa ho avuto le allucinazioni chiamate Fata Morgana: nel vuoto totale credi di vedere un lago, una montagna, delle costruzioni. Invece non c’è niente, solo miraggi. Una notte alcuni uomini ubriachi hanno cercato di entrare nella mia tenda: sono stata ferma e immobile stringendo un coltello, pronta a difendermi. Per fortuna decisero di andarsene”.
I ricordi più belli?
“Gli incontri con le popolazioni nomadi, il tè e i pasti nelle loro tende che si chiamano Ger, i bambini che mi correvano incontro, la solidarietà. Dal loro stile di vita essenziale, spartano, in cui nulla si spreca e tutto si ricicla, noi dovremmo imparare molto. Faccio l’esempio di quando viene macellata una capra non più utile per produrre latte e formaggio. Della capra si mangia tutto, compresa la testa che viene cucinata e tagliata a pezzetti. Quella sera ero stata invitata anch’io: la testa bollita era buonissima. Poi le albe e i tramonti, i cieli stellati, il vento: in quella solitudine ho ritrovato me stessa”.
Tra le steppe della Mongolia è guarita?
“Forse. Ho trovato il coraggio di cambiare. Dopo tante sfide per conquistare titoli, record, medaglie, questo è stato un cammino per tornare a essere libera”.
Tornerà a scalare il K2?
“Chissà. La montagna non smette mai di chiamarti a sé”.