la Repubblica, 13 aprile 2026
Donne contro le donne, così l’odio esplode online
Donne che odiano le donne. Che riversano in rete insulti, allusioni, cattiverie contro sconosciute, volti noti, colleghe. Che colpiscono forte digitando frasi di disprezzo, spesso camuffate da giri di parole più insidiose, moltiplicando gli stereotipi e il linguaggio dell’abuso che loro stesse subiscono dagli uomini. Eva contro Eva. I contenuti misogini diluiti sui social da una mano femminile in un solo anno sono raddoppiati.
Due milioni di post ai raggi X
È uno dei dati più forti che emergono dalla nuova mappa dell’intolleranza di “Vox”, l’Osservatorio italiano sui diritti che fotografa l’odio online e geolocalizza dove si concentra. Più di 2 milioni i post pubblicati su X nel 2025 sotto la lente dei ricercatori grazie alla collaborazione con la Statale di Milano e l’agenzia “The Fool”, passati al setaccio anche con l’IA. Oltre un milione – uno su due – conteneva “hate speech”. Veleno intossica il web, spesso pilotato da vere reti di amplificazione. Con le donne che ancora una volta rappresentano il bersaglio numero uno, soprattutto a ridosso di femminicidi e violenze. Seguite, in quest’ordine, da ebrei, stranieri, musulmani, disabili e gay.
L’onda nera che avvelena la rete
La mole di messaggi negativi non è cambiata rispetto al 2024 e mostra come “l’odio online non sia un fenomeno passeggero ma una struttura del discorso digitale italiano”, spiegano gli autori del report che viene presentato martedì, anticipato a Repubblica. È però la sua evoluzione l’aspetto più interessante, soprattutto nel profilo degli autori. “Uno dei dati più inquietanti è l’odio contro le donne, che si è fatto più pericoloso”. A parlare è Silvia Brena, cofondatrice di Vox insieme a Marilisa D’Amico. Le donne raccolgono il 37 per cento degli insulti feroci, 414.400 in meno di un anno. “Da un punto di vista numerico sono apparentemente diminuiti. Ma il discorso d’odio si è fatto più pervasivo perché si è normalizzato, come a dire che gli stereotipi misogini, venandosi anche delle sfumature perverse del linguaggio dell’abuso, si sono sedimentati, costruendo un lessico accettato e di uso comune ancora più difficile da rilevare”.
Il balzo in avanti al femminile
A confermare quanto sia capillare il pregiudizio, un dato: il 43 per cento dei contenuti misogini arriva da account femminili. Una percentuale non solo in rapidissima crescita rispetto a un anno fa, quando si fermavano al 20 per cento. Ma sempre più vicina a quella degli uomini, autori del 57 per cento dei post violenti. Non vale lo stesso quando si va a misurare tutte le altre categorie come l’antisemitismo o la xenofobia, dove il comparto maschile ha un distacco netto nella diffusione di “hate speech”.
Gli insulti misogini
Usare pubblicamente termini come “ritardata”, “mestruata”, “bambola” (se non peggio) sta diventando invece sempre più normale anche per il genere femminile. Così come gli stereotipi che vogliono le donne troppo emotive, insicure, isteriche, non adatte per certi ruoli, per non parlare di quando hanno figli. “Questo è presumibilmente riconducibile al fenomeno dell’auto-oggettivazione – si legge – il processo attraverso cui le donne interiorizzano lo sguardo esterno su di sé, arrivando a riprodurre nei confronti di altre donne gli stessi meccanismi di svalutazione che esse stesse subiscono”. Un fenomeno che gli studiosi legano alla crescente e allarmante aggressività femminile fra i ragazzini, come mostrano anche le nuove baby gang.
L’aumento della viralità
La ricerca indica anche i luoghi che più di tutti fanno da detonatore: il Lazio è al primo posto nella geografia dell’odio femminile, al secondo posto la Lombardia. “C’è poi un altro aspetto che merita attenzione: le donne producono una quota minoritaria dell’hate speech complessivo, ma i loro contenuti ostili generano una capacità di circolazione superiore del 15 per cento rispetto a quella degli uomini”. Sono, cioè, numericamente meno a produrre odio. “Ma quando lo fanno raggiungono più persone. Un fenomeno che ridisegna la mappa della responsabilità nel discorso discriminatorio”.
I picchi durante l’anno
I giorni in cui l’onda nera è stata più alta? Quelli a ridosso del 26 maggio, quando ad Afragola Martina Carbonaro, 14 anni, è stata attirata e uccisa in un casolare dall’ex fidanzato e si è tornati a parlare con forza di violenza di genere. Così come i giorni della pubblicazione, lo scorso ottobre, del rapporto Eures sul femminicidio, che ha mostrato la più alta incidenza di vittime mai registrata in Italia. E ancora attorno al 20 agosto, l’esplosione del caso sul gruppo “Mia moglie”.
La geografia dell’hate speech
Nella fotografia d’insieme, le città da cui parte il maggior numero di messaggi d’odio per tutte le categorie sono Roma, Milano, Napoli e Torino. Città popolose in cui condiziona il numero di autori. “Ma è guardando ai dati normalizzati che emerge il dato più preoccupante”. Tenendo conto della dimensione della popolazione, si vede che alcune realtà piccole, che nei valori assoluti passavano inosservate, in realtà presentavano un livello di hate speech per persona molto più alto rispetto alla media nazionale”. La città a più alta densità di odiatori? Civitavecchia. Poi Crotone, Catanzaro e l’Aquila. E in generale, uno degli aspetti che emerge è la cosiddetta “deumanizzazione” del linguaggio. “Le persone vengono destituite del loro status attraverso parole che annientano la loro esistenza umana – spiega Marilisa D’Amico, ordinaria di Diritto costituzionale e pubblico – e questo riporta a un passato forse ancora troppo vicino: attraverso la propaganda fascista e nazista, attraverso una comunicazione animalesca e reificante si è riusciti a diffondere un’idea molto chiara: alcuni individui non sono tali, ma specie”.
Gli amplificatori di contenuti violenti
Per la prima volta, poi, Vox si concentra sugli amplificatori dell’odio. Account automatizzati ad altissima copertura, reti strutturate per generarlo e pilotarlo, con un numero di interazioni sproporzionato: 41 mila autori unici hanno generato da soli 2 milioni di menzioni. “Il discorso d’odio ha una regia – scrivono gli studiosi di Vox – comprenderla sarà la prossima frontiera della ricerca”.