corriere.it, 13 aprile 2026
Intervista a Lucio Wilson
La regola del tre. Ricapitoliamola.
«Se due vogliono una cosa e il terzo non la vuole, il terzo si adegua».
Ma se i tre diventano due, è un guaio. Giorgio Gherarducci e Marco Santin, che con Carlo Taranto nel 1985 hanno fondato la Gialappa’s band, lo dicevano già in tempi non sospetti: «Mille volte ci è capitato di non essere d’accordo, ma per noi vale la regola del tre: ci ha salvato spesso. Se fossimo stati in due ci saremmo già divisi 25 anni fa». Taranto però, dopo la pandemia, ha scelto di defilarsi. Panico? No. Loro son tornati tre, anche se quasi nessuno (del pubblico) lo sa. Ancora Santin, recentemente, al debutto della settima stagione del GialappaShow in onda il lunedì sera su Tv8: «Quando Carlo si è allontanato dalla Gialappa’s ci siamo fatti affiancare da un autore, Lucio Wilson, con cui vale lo stesso principio». Ovvero: si va ai voti.
Dunque eccoci con Lucio Wilson, il misterioso terzo Gialappo. Tecnicamente capoprogetto del format con Santin e Gherarducci, di lui si trovano poche foto, quasi nessuna dichiarazione pubblica e zero interviste. Lo incontriamo in via Feltre, negli studi dove ogni settimana prende forma lo show prodotto da Banijay Italia.
Di lei si sa davvero poco. Bisogna partire dall’anagrafica.
«E sia. Lucio Wilson non è un nome d’arte ma il mio nome di battesimo, proprio il nome per intero: il cognome è molto sardo e non lo uso mai. Ho 53 anni, sono nato a Milano da genitori sardi, a Cagliari ho studiato al liceo linguistico e Scienze politiche. Piantata l’università sono rientrato a Milano per fare la gavetta».
Dal 2000 è una firma di Zelig.
«In viale Monza c’erano Gino e Michele con un gruppo di giovani autori e di giovani comici».
Un ricordo tra tutti?
«Geppi Cucciari, a Milano per studiare, lavorava da un commercialista. Un giorno telefona: mi presento sono Geppi, so che sei sardo come me e bazzichi lo Zelig, vorrei fare la comica, mi aiuuuti? Abbiamo iniziato a buttare giù pezzi insieme».
Gialappo segreto.
«Giorgio e Marco sono fuoriclasse assoluti, nascono dalla radio, sono autori, conduttori, comici, spalle, produttori, tutto. Io sto dietro le quinte: c’è la visione d’insieme, posso dire la mia anche grazie al distacco, mi occupo di una serie di cose tecniche e logistiche (dai costumi alle musiche alle luci) che per loro, essendo impegnatissimi su altri progetti, è difficile seguire. Scriviamo insieme da anni perché abbiamo lo stesso gusto, anche se non siamo sempre d’accordo. Allora ecco la regola del tre: vale sui pezzi, su ciò che entra in scaletta, sui comici da ingaggiare. In molti programmi si fanno scelte per target (questo personaggio va bene per i bambini, questo per il pubblico femminile ecc.), qui il criterio è: fa ridere? Se fa ridere noi, che siamo dei nerd, già è un punto di partenza».
Avete inflitto sonore bocciature?
«Ci guardiamo negli occhi ed è subito chiaro se siamo convinti della gag. Questa degli sguardi è una cosa che viene dal passato: allo Zelig passavo le serate spalle al palco per vedere le facce del pubblico, imparando cosa funziona e cosa no. A volte pezzi già girati sono usciti dal programma».
Qualche caso?
«Non è corretto fare nomi».
È stata presa male?
«Ma no. Si sceglie anche per tutelare il comico stesso».
E lei? Mai pensato di fare il balzo al microfono o davanti alla telecamera?
«Mai. Questione di attitudine. Immaginate gli sportivi, che si preparano con l’allenatore: uno va in campo e uno a bordo campo. Se si gioca bene è una vittoria per tutti».
Quando incrocia la Gialappa’s?
«A Mai dire Gol e le loro voci mi facevano più ridere che i comici. Da bambino guardavo Mai dire Banzai (la loro prima cosa arrivati da Radio Popolare: Berlusconi nel 1991 gli dà questi filmati comprati dal Giappone di cui non sa cosa fare e loro li trasformano in fenomeno). La Gialappa’s era un obiettivo che mi sembrava lontanissimo. Nel 2016 – quando già avevo fatto, tra gli altri, Italia’s Got Talent, Comedy Lab, Scherzi a Parte – è arrivata l’occasione».
L’occasione con Sanremo.
«Mi propongono di fare una prova per il Dopofestival affidato alla Gialappa’s e Savino. Ho scritto un pezzo, è piaciuto. Alla fine del programma Santin mi chiama: continui con noi? E io: no».
Ma come no?
«In quel momento in Disney avevo alcuni progetti con l’estero. Nel mio fervore internazionale ho rinunciato. Poi le strade si sono incrociate di nuovo. Nel 2023 con Santin e Gherarducci abbiamo portato Forest in pizzeria a Cologno. Obiettivo: convincerlo a fare il GialappaShow».
Un’imboscata?
«Una serata tra colleghi con lungo lavoro di convincimento. Forest è riflessivo, pondera ogni cosa e arrivavamo da Mai dire Talk che non era andato bene. Gli abbiamo detto: inventiamoci qualcosa che ci porti alla pensione. L’argomento pensionistico su Forest ha fatto presa (ride). Il format è nato lì».
Come si costruisce una puntata del GialappaShow?
«Il lunedì riunione generale tra gli autori, che sono 12: stabiliamo i temi dei pezzi e quale comico farà cosa. Poi gli autori sentono i comici con cui collaborano e insieme scrivono per circa un giorno. Mercoledì lettura dei pezzi, si capisce cosa funziona e cosa no. Giovedì prova con Forest e il co-conduttore (durante l’intervista aspettiamo Jake LaFuria, “per lui che è cresciuto come me nel mito dei Gialappi questa è Disneyland, andrà benissimo”), venerdì si registra».
Qualche aneddoto sul dietro le quinte.
«Quando non conoscevo i Gialappi un sacco di gente andava dicendo che avevano un carattere difficile. Io ho trovato belle persone. Non è piaggeria. Si arrabbiano? Anche moltissimo, se si entra in questioni di “giustizia”. Li ho visti rimettere a posto, senza alcuna remora, alcuni cosiddetti vip perché avevano trattato male qualcuno dello staff».
Con Santin e Gherarducci vi frequentate fuori dagli studi?
«No, nemmeno loro lo fanno: passano già tantissime ore insieme. Tra i miei amici del mondo del lavoro ci sono, ad esempio, i Neri per caso».
Tutti?
«Con Mario Crescenzo ci sentiamo di più».
Con Carlo Taranto, il terzo Gialappo, siete in contatto?
«È il più grande sostenitore dello how. Guarda le puntate e scrive consigli. C’è un bellissimo rapporto. Ma lui si era stufato e ha fatto una scelta di vita diversa».
Il Mago Forest: colonna del format.
«È il più nerd dei nerd. Sul suo camerino c’è scritto: Forest&friends, perché – anche se lui stesso scrive – ha quattro o cinque autori. È un accumulatore seriale di battute, annota tutto e si presenta con molte più pagine di quante poi userà. E odia i rumori».
In che senso?
«Se sta preparando un pezzo e uno vicino a lui apre un sacchetto di patatine, salta sulla sedia. Noi siamo sadici: quando arrivano affascinanti co-conduttrici chiediamo loro di far scattare continuamente il tappino della penna durante le riunioni. Il tic tac, prodotto da noi, lo farebbe sbottare in un secondo. Con Miriam Leone ha sopportato per un tempo infinito».
Chi passa da voi spesso fa il botto.
«Per arrivare alla Gialappa’s devi già essere molto bravo. La Gialappa’s ti può dare la cornice eccezionale. Giovanni Vernia era un giovane comico dello Zelig, ci conosciamo da allora, e va forte: ricordo quando si è presentato con i pantaloni muccati di Jonny Groove. Brenda Lodigiani è la comica della sua generazione che ha fatto la gavetta più lunga. Non trovava la “casa giusta».
Pausini, Jovanotti, Valentino Rossi: tutti da voi.
«Volevamo affiancare a Forest una co-conduttrice, non trovavamo quella adatta e al produttore abbiamo detto: prendiamole tutte. Lui è svenuto (altra risata). La rotazione ha portato alla formula del volto super noto, non era scontato avere tanti sì. Valentino Rossi ci ha scritto sui social: ciao, sono Valentino, complimenti per lo show... Santin l’ha richiamato subito. Lo stesso con Jovanotti. Beh: siamo orgogliosi».
Qualche due di picche?
«Federica Sciarelli: “Lusingata ma non posso farcela”. Il mio sogno? Avere con noi Mattarella».
Lei è nato a Milano ma cresciuto in Sardegna.
«Sono rientrato qui nel 2000: Milano è la città dalle mille opportunità e io ne ho avute. Oggi però è più elitaria: se arrivi con la valigia di cartone rischi che te la rubino, dato quanto costa tutto».
Continua a viverci?
«Ero stanco di smog e, da sardo che ama i panorami ampi, soffrivo a trovarmi sempre davanti muri di palazzi: se non posso avere il mare, mi son detto, avrò il lago. Un anno fa ho scelto Lecco. Sono un felice pensolare».