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 2026  aprile 13 Lunedì calendario

Il dramma dei senzatetto a Dublino

«No sleepover, non voglio più dormire fuori». La voce di Stevie, una bambina, arriva dai reel su Instagram postati dalla mamma, Sophie, che documenta l’odissea della propria famiglia nella Dublino di oggi, dove le case sono diventate talmente care da essere inaccessibili anche per chi un tempo mai avrebbe immaginato di finire per strada. Sophie è costretta a spostarsi da un alloggio d’emergenza all’altro, spesso hotel pagati dalle autorità, e ha provato a rassicurare i suoi figli dicendogli che ogni nuova sistemazione è uno sleepover: quello che noi chiameremmo pigiama party. Ma Stevie non ne vuole più sapere, è stanca. Non crede più a questo gioco.
Sophie si sente sola. Purtroppo, numeri alla mano, non lo è. Lo sanno bene i responsabili di Simon Communities of Ireland, una delle ong di aiuto ai senzatetto, che ogni fine mese riunisce operatori del settore e parlamentari di opposizione al Buswells Hotel davanti al Parlamento. Insieme aspettano i dati mensili sull’emergenza – la chiamano «live reaction» – ma nel tempo la reazione è diventata sempre la stessa e si rischia la rassegnazione: i numeri non fanno che crescere. A marzo 2026 i senzatetto irlandesi erano 17.309 – 5.500 bambini – più del 70% dei quali nella capitale. «Ci sono persone in alloggi di emergenza di ogni età – dice Ber Grogan, direttore esecutivo di Simon —. Bambini con le loro famiglie, ventenni. I numeri più alti sono nella fascia tra i 25 e i 44 anni. Ma questi sono solo quelli nelle strutture ufficiali. Chi dorme sul divano di qualcuno, chi vive in macchina, chi dorme per strada – loro non vengono contati».
Dublino è una città travolta dalla homelessness, la manifestazione più acuta di una crisi abitativa che ha colpito tante metropoli europee. Ma qui non c’è un problema di salari bassi, come ad Atene o Lisbona, o stagnanti, come in Italia. Dublino è ricca. Eppure «nessuno riesce a permettersi una casa», come recita il sottotitolo di un libro scritto dal professore di Politica sociale e deputato Rory Hearne. Il libro è di quattro anni fa, ma poco è cambiato da allora.
Le radici della crisi affondano nel 2013, quando l’Irlanda si riprendeva dal bailout della Troika. Il governo introdusse i fondi speculativi per attrarre investimenti: comprarono interi blocchi di appartamenti a prezzi stracciati, da affittare a rendita. Lo Stato smise di costruire, tagliando i finanziamenti all’edilizia sociale. Tra il 2010 e oggi gli affitti sono aumentati del 115%, i prezzi d’acquisto del 179% dal 2013. La corporate tax al 12,5% aveva invece attirato i giganti del Big Tech americano, e con loro lavoratori ben pagati, quasi gli unici a potersi permettere i nuovi canoni. Alison Gilliland, ex Lord Mayor di Dublino e per anni presidente della commissione housing del Comune, allarga le braccia nel suo ufficio a due passi da Gardiner Street – la strada degli homeless hotel – e da Mountjoy Square, bellissima piazza georgiana circondata da edifici sfitti per anni, acquistati da investitori in attesa di rivalutazione. «La cosa che il governo ha davvero gestito male è stato il controllo degli incentivi dati ai fondi immobiliari. Hanno ridotto quasi a zero la tassazione sugli utili degli affitti per rilanciare il settore edilizio. E questo ha incoraggiato la mercificazione della casa – costruire per investire invece di costruire per dare un tetto alle persone. La situazione è degenerata, e ora è completamente fuori controllo».
Altrove – dalla New York di Zohran Mamdani a Monaco di Baviera – il caro-casa ha già portato a svolte politiche. Ma Dublino non ha un sindaco con veri poteri: la politica abitativa è tutta in mano al governo centrale. La crisi non ha prodotto terremoti locali, ma uno nazionale. Lo Sinn Féin, ha cavalcato il malcontento di una generazione senza casa: nelle elezioni del 2020 è arrivato al 24,5% dal 7% di tredici anni prima, per poi calare al 19% nel 2024, quando la crisi ha alimentato anche partiti di estrema destra che hanno legato il tema della casa all’immigrazione. È ancora all’opposizione. Eoin Ó Broin, deputato Sinn Féin e «ministro ombra» per la Casa, è netto: «I soldi per intervenire ci sono. Ma hanno deciso di non usarli. O perché non vogliono aumentare la spesa pubblica o perché sono in mano alle lobby dei grandi investitori istituzionali»
La diagnosi di Mel Reynolds è più tecnica. Architetto con trent’anni di esperienza, consulente del Parlamento, sposta il problema su un piano più strutturale. Il governo spende eccome: quattro o cinque miliardi l’anno. Il nodo è come. «Il settore pubblico acquista il 70-75% delle nuove case sociali dal mercato privato – chiavi in mano. Se arriva una crisi fiscale, i finanziamenti si prosciugano. E ci ritroveremo con due emergenze contemporaneamente». Un dato misura il collasso: nel 2024 il comune di Dublino ha costruito direttamente qualche decina di abitazioni su propri terreni. Negli anni Trenta, in un Paese povero appena uscito da una carestia, i comuni ne edificavano 5.000 l’anno. Dal 2016 nessuno dei piani abitativi del governo ha centrato i propri obiettivi. Burocrazia, costi, mancanza di manodopera si aggiungono alla lista dei problemi. Uno dei paradossi della crisi: lo Stato non riesce a costruire case accessibili, ma paga oltre 360 milioni l’anno per tenere in albergo chi altrimenti sarebbe per strada. L’Irlanda è ricca ma fragile: il 25-30% delle entrate dipende dalla corporate tax di un pugno di multinazionali straniere che potrebbero decidere di spostarsi altrove.
In 10 anni, con una serie di riforme, si è tentato di bloccare almeno l’aumento degli affitti. Ma l’ultima legge approvata due mesi fa ha permesso il riallineamento ai prezzi di mercato tra un contratto e l’altro. Dall’altra parte, il complesso sistema di sussidi di stato agli inquilini in difficoltà rischia di complicare ulteriormente la situazione (e la spirale dei prezzi). «Si crea un precipizio per ogni singola famiglia – dice Ann-Marie O’Reilly di Threshold, la principale organizzazione degli inquilini – Semplicemente in momenti diversi». Poi ci sono gli sfratti. Tra il 2023 e il 2025 gli avvisi sono stati circa 55.000. Il 61% emesso perché il proprietario ha dichiarato l’intenzione di vendere: in Irlanda è possibile a contratto in corso. «La casa è un po’ come un miraggio – dice Reynolds – Più ti avvicini, più si allontana». Intanto Sophie continua a raccontare la sua storia sui social network, una accommodation dopo l’altra.