Corriere della Sera, 13 aprile 2026
L’appello di Descalzi alla Ue: «Gas russo, stop al bando»
La guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz sono «l’evento più importante degli ultimi 40 anni». Parola di Claudio Descalzi, ceo di Eni, che suggerisce soluzioni straordinarie per affrontare una crisi energetica senza precedenti. «Penso che sia necessario sospendere il bando che scatterà il 1° gennaio 2027 sui 20 miliardi di metri cubi di Gnl (gas naturale liquefatto, ndr) che vengono dalla Russia», ha detto ieri il manager, intervenendo alla scuola di formazione politica della Lega, partito che da tempo propugna il ripristino delle relazioni energetiche con Mosca. Al contrario del Pd: «Oggi come oggi no», ha risposto la segretaria Elly Schlein a chi su La7 le chiedeva se comprerebbe gas russo. «Siamo di fronte a una guerra scatenata da Vladimir Putin».
In base al regolamento approvato a gennaio dai 27 Stati Ue, il divieto totale per le importazioni di gnl russo entrerà in vigore all’inizio del prossimo anno, mentre per quelle via gasdotto a partire dall’autunno. L’obiettivo della sospensione auspicata da Descalzi sarebbe quello di non aggravare in Europa lo squilibrio fra domanda e offerta causato dal venir meno delle forniture di metano dal Medio Oriente. Che, pure, per ora, non genera allarme in Italia. «Dal Qatar arrivavano sei miliardi e mezzo di metri cubi di gas, ma con le forniture da Angola, Nigeria, Congo e America li rimpiazziamo», ha rassicurato il manager.
La situazione è più critica per quanto riguarda il carburante per gli aerei e per il gasolio per autotrasporto. «L’Europa consuma circa 60 milioni di tonnellate di jet fuel e ne importa il 35%», ha spiegato Descalzi. Adesso «bisogna capire come lo si trova e a che prezzi», ha aggiunto, lamentando la chiusura in pochi anni di 36 raffinerie che ha ridotto l’autonomia produttiva dei Paesi Ue. «Siamo in una situazione in cui o hai la capacità di produrre ciò che ti serve, oppure rischi – ha avvertito – e noi non abbiamo più la produzione europea o nazionale».
Il numero uno di Eni vede meno problemi in questa fase «per le benzine» mentre «per il diesel-gasolio bisogna competere con altre aree». E qualche pericolo di restare a secco c’è. «Il weekend scorso il gasolio era esaurito in 600 nostre stazioni di servizio», ha rivelato il manager. «È colpa nostra perché abbiamo tenuto i prezzi troppo bassi, quindi è stato consumato tutto», ha aggiunto, «però, quando 600 stazioni rimangono senza gasolio, è un possibile problema» perché, oltre alla scarsa capacità di raffinazione, «non abbiamo il nostro greggio». E dobbiamo, quindi, competere con il resto del mondo per i rifornimenti che, dopo lo scoppio della guerra in Iran, si sono d’un tratto ridotti di circa 12 milioni di barili.
Il blocco navale dello stretto di Hormuz annunciato ieri da Donald Trump finirà per aggravare questa carenza. Se attuato, infatti, l’embargo toglierà dal mercato anche gli 1,5 milioni di barili di «oro nero» al giorno che l’Iran è riuscito a esportare in questi 44 giorni di guerra, principalmente con destinazione Cina. Rischiando di accelerare la corsa all’accaparramento che sta già scavando un solco fra il prezzo finanziario e il prezzo reale del greggio. Settimana scorsa, i contratti di acquisto di greggio Wti con consegna a giugno sono scesi a 95,2 dollari dopo l’annuncio di tregua. Invece, il prezzo dei carichi di petrolio in «pronta consegna» ha continuato a salire, toccando i 144 dollari al barile, il massimo storico. Segno che, dinanzi allo spettro di una carenza, a comandare gli scambi reali non è più il prezzo, ma la necessità di assicurarsi la disponibilità di greggio per le settimane a venire. «Il mercato fisico del petrolio in Asia è 150 dollari al barile e il cargo va dove viene venduto di più quindi la questione non sono i prezzi ma i volumi», ha detto non a caso Descalzi.
Oggi questo divario potrebbe iniziare a restringersi. Fra blocco navale e fallimento del negoziato fra Stati Uniti e Iran, infatti, le quotazioni del petrolio potrebbero risalire, e molto, frenando le Borse e spingendo gli investitori a cercare riparo nei beni rifugio, anzitutto nel dollaro, sinora il «vincitore» finanziario del conflitto. Se la guerra e la chiusura dovessero protrarsi, del resto,di Hormuz l’unica soluzione all’ammanco di petrolio sarebbe una riduzione dei suoi consumi. Vale a dire una recessione economica, evocata venerdì dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e ieri da quello delle Imprese, Adolfo Urso.