Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 13 Lunedì calendario

Netanyahu nel sud del Libano: «La guerra non è finita»

Ancora una volta ha ottenuto di rinviare la testimonianza in tribunale, di sicuro quella di ieri e forse per un altro paio di settimane. I legali di Benjamin Netanyahu hanno presentato ai giudici la richiesta giustificandola con questioni di sicurezza. Così il premier ha visitato il sud del Libano accompagnato da Israel Katz, il ministro della Difesa, e dai generali.
Le truppe israeliane continuano a muoversi verso il fiume Litani per allontanare i miliziani di Hezbollah dal confine e impedire loro di lanciare razzi verso il nord di Israele. Dall’inizio dell’offensiva – in contemporanea con l’operazione contro l’Iran portata avanti assieme agli Stati Uniti – i libanesi uccisi sono oltre 2000 (ieri altri 11 in un nuovo raid) e 700 mila persone sono fuggite dai villaggi a sud. «Abbiamo impedito un’invasione da parte di Hezbollah, la guerra continua», proclama Netanyahu.
Domani a Washington dovrebbero aprirsi i negoziati tra lo Stato ebraico e il Libano. Per ora un incontro a livello di ambasciatori: quelli israeliano e libanese negli Stati Uniti, nelle stanze del Dipartimento di Stato con in mezzo gli americani a mediare. Netanyahu vagheggia di un possibile accordo di pace, allo stesso tempo ha ottenuto da Donald Trump di proseguire gli attacchi sul Paese arabo, nonostante il presidente americano avrebbe voluto legare la tregua con Hezbollah a quella in corso con l’Iran.
L’unica intesa precedente risale al maggio del 1983 e avrebbe dovuto porre fine allo stato di guerra tra Israele e il Libano, patto mai implementato in parte per l’opposizione della Siria dominata da Hafez Assad, che allora aveva grande influenza su Beirut e controllava aree del territorio. La frontiera che corre tra le due nazioni è così rimasta da allora una linea d’armistizio, di fatto una prima linea di conflitto.
A Beirut arriva oggi Antonio Tajani, il ministro degli Esteri italiano, dove i incontra il presidente Joseph Aoun e Youssef Rajji, il capo della diplomazia. Il ministro parlerà in videoconferenza con i militari del contingente italiano impegnati a sud nella missione Unifil. I soldati israeliani – denunciano fonti delle forze Onu – hanno distrutto le telecamere usate per protezione dai Caschi Blu nel quartier generale di Naqoura. Ieri i carrarmati di Tsahal in manovra hanno toccato, con danni lievi, due veicoli Unifil. Sono emersi anche i dettagli sui colpi sparati contro i mezzi delle Nazioni Unite l’8 aprile: un ordigno è caduto a un metro da un soldato italiano che era sceso dal veicolo.
In difficoltà nei sondaggi – le elezioni sono previste in autunno – Netanyahu si è ripresentato con un videomessaggio agli israeliani per elencare «i risultati raggiunti in Iran». Anche l’alleato Itamar Ben-Gvir, ministro per la Sicurezza Nazionale e leader messianico dei coloni, si è messo in campagna elettorale ed è entrato sulla Spianata delle Moschee proclamando: «Mi sento il padrone di casa». È la spinta dei fanatici come lui per far saltare lo status quo con i musulmani in vigore dal 1967.