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 2026  aprile 13 Lunedì calendario

Chi è Péter Magyar

Al mercato del sabato a Veres, 20 mila anime a trenta chilometri da Budapest, da una parte c’era il banchetto di Tisza, con i passanti che si fermavano a parlare con i volontari, dall’altra un foodtruck di salsicce di Fidesz, con mini poster elettorali del candidato locale. Uno spaccato rivelatore di due modi diversi di attrarre elettori e reclutare candidati: nel furgoncino è ritratto un ministro, mentre il suo sfidante, presente in carne e ossa al banchetto, è Marton Endre Laszlo, un ex barelliere di ambulanze diventato piccolo imprenditore e creatore di una fondazione per i soccorsi pediatrici. Sembra Davide contro Golia, ma il signor Marton è il favorito di questo distretto intorno alla capitale, il Pest 05. A lanciarlo sono stati i volontari dell’«isola Tisza» locale, una delle centinaia di reti di civili che con la loro mobilitazione hanno dato la spinta decisiva all’ex sconosciuto funzionario del partito di Orbán. «Durante una visita qui, lo scorso novembre, Péter Magyar mi ha proposto di candidarmi perché aveva saputo del mio impegno per la comunità» ci racconta questo vulcanico 55enne che ha poi dovuto superare le primarie con altri due sfidanti prima di essere confermato. Inappuntabili e stimati sul territorio: così li ha voluti «il capo». La selezione dei candidati è stata uno dei punti decisivi del «fenomeno Magyar», l’ex fedelissimo di Orbán che in due anni si è trasformato nel suo peggior incubo. Questo energico e determinato avvocato 44enne, con alle spalle una carriera nelle aziende pubbliche, è sopravvissuto alle diverse campagne diffamatorie che spesso ha disinnescato in anticipo proprio perché conosce bene le tattiche degli ex compagni di partito. Fidesz ha faticato a individuare un suo punto debole. Qualcuno ha avuto da ridire quando, fresco di divorzio, ha pubblicato un audio in cui la sua ex moglie discute delle pressioni governative ricevute quando era ministro della Giustizia su procedimenti giudiziari legati alla corruzione, registrazione effettuata a insaputa di lei. Ma il motivo – denunciare la corruzione di regime – ha messo in secondo piano le critiche. Cresciuto in una famiglia dell’establishment cristiano democratico post comunista – il padre avvocato, e la madre giudice della Corte Suprema, il nonno commentatore politico, e come prozio un presidente della repubblica – era rimasto affascinato dal «primo» Orban europeista. Da bambino aveva un suo poster sopra il letto. Si iscrisse al partito Fidesz nel 2002, mentre ancora studiava Legge all’università cattolica di Budapest, fucina dell’élite conservatrice. Durante un Erasmus ad Amburgo divenne amico di Gergely Gulyás, oggi figura chiave del governo di Orbán. Fu proprio Gulyás a presentargli Judit Varga, che sarebbe diventata sua moglie e una delle stelle di Fidesz. La coppia ha vissuto per anni a Bruxelles, dove Magyar ha iniziato a lavorare per le istituzioni dell’Unione proprio dopo il 2010. Con il rientro in Ungheria nel 2018, mentre la carriera di Varga decollava – prima segretaria di Stato e poi ministra della Giustizia – lui non riusciva ad accedere a ruoli politici e questo era fonte di frustrazione. I vertici di Fidesz lo consideravano troppo autonomo e poco incline al compromesso. Questa tensione latente ha portato nel 2023 alla fine del matrimonio. Iniziò a essere estromesso dai suoi incarichi e isolato dal partito. Quando nel 2024 emerse che il governo di Orbán aveva graziato un uomo condannato per aver insabbiato uno scandalo di abusi sessuali in un orfanotrofio, la presidente ungherese e Varga si dimisero. Magyar reagì alla notizia con un post durissimo sui social, accusando i funzionari di Fidesz di aver usato le due donne come capro espiatorio.
Seguì un’ondata di indignazione collettiva. A quel punto Magyar coglie al volo il momento per entrare in scena. E lo fa con un’intervista al canale YouTube Partizán: due ore di diretta per denunciare la corruzione del sistema, 2,6 milioni di visualizzazioni, un quarto degli ungheresi. Un mese dopo lancia Tisza, il debutto alle europee un trionfo.
Nonostante oltre due anni di campagna elettorale e un programma di 240 pagine, i dettagli su cosa farà esattamente Magyar rimangono vaghi. Gran parte di ciò è voluto per non offrire appigli ai suoi avversari che lo bollano come un servo di Bruxelles. Ma anche per tenere compatto il composito fronte anti Orban che lo sostiene. Fatta eccezione per la questione migratoria – ha promesso una linea più dura rispetto a Orbán, abolendo il programma per i lavoratori ospiti – Magyar si è impegnato a ripristinare lo stato di diritto, a recuperare i rapporti con l’Ue per sbloccare i fondi europei congelati e a reprimere la corruzione. Da stasera potrà iniziare a farlo.