Corriere della Sera, 13 aprile 2026
I passi necessari per smontare la «democratura» orbanista
È finito Orbán. L’orbanismo, chissà. Difficile minimizzare, magari negare: l’Országház non è Capitol Hill, il Parlamento di Budapest non è assaltabile come il Congresso americano e alla fine The Viktor deve accettare il risultato. Ma senza scatenare moti di piazza come il Trump sconfitto, da oggi l’autocrate può contare su un altro tipo di caos: dalle istituzioni, dalle accademie, dai media disegnati a sua immagine in 16 anni di democratura. E il nuovo governo dell’orbanista pentito Péter Magyar dovrà comunque vedersela con un veleno politico che è entrato sottopelle e non svanirà tanto presto. Anche l’Europa si trova per le mani un cubo di Rubik. Un Paese che 23 anni dopo torna nella casa comune e che in verità non se n’era mai andato, da quell’84% che nel 2003 disse «sì» all’adesione Ue: pure oggi, certifica un sondaggio, gli ungheresi non vogliono rinunciare a Bruxelles e il 77 per cento preferisce restare nell’Ue. Perfino gli elettori di Fidesz: al 45%, pensano che la nuova Ungheria dovrà avere un approccio «molto diverso» con l’Unione.
I numeri, prim’ancora dei voti, hanno sconfitto Orbán. La sua cleptocrazia ha portato alla perdita d’aiuti, Bruxelles ha congelato decine di miliardi di fondi, l’economia è cresciuta solo dello 0,4% (quando i vicini dell’Est marciavano sopra il 3). E in questa penuria non ha certo aiutato sapere che Gyozo Orbán, il padre, si stava costruendo a 30 km da Budapest una piccola Versailles con tutto il lusso immaginabile, compreso un serbatoio da 20 mila litri di gasolio nel caso l’amico Putin avesse chiuso i rubinetti. Most wagy soha, dunque: ora o mai più, era lo slogan del nuovo corso. Non è detto però che tutto andrà come gli ungheresi s’immaginano. Magyar si propone membro fedele della Nato e dell’Ue, ma come Orbán viene da un passato di no alle armi per l’Ucraina, ostile a un’integrazione europea troppo forte, rigido sull’immigrazione, vago sui diritti Lgbtq+. E il caso polacco conferma che la sbornia populista è sempre dura da smaltire. La piccola Ungheria ha meno abitanti del Belgio e un Pil che è appena l’1% dell’intera Ue, ma Viktor ha dimostrato come si può trasformare una democrazia in un’autocrazia e come le sue strategie abbiano ispirato gli Usa del Maga, l’India di Modi, i sovranisti europei, una rivoluzione che ha messo radici ovunque e ha cambiato il volto del Paese. «Orbán è uno dei grandi leader morali del mondo», dice il trumpiano Steve Bannon, al timone d’un Paese che l’Economist definisce il meno libero, il più corrotto e il più putiniano d’Europa.
Da dove ricominciare? Orbán s’è permesso strappi enormi: la nuova Costituzione «cristiana» e nazionalista, i collegi elettorali a sua immagine, il bavaglio ai media, l’occupazione della Consulta e della presidenza, l’adesione internazionale ai modelli russo, cinese e turco, il muro ai migranti e la caccia alle ong, le leggi omofobiche, il sostegno all’invasione russa, il veto nella Nato a Svezia e Finlandia…
Il primo banco di prova saranno le relazioni internazionali e il nuovo leader promette una nuova alba a Bruxelles, la normalizzazione dei rapporti, gl’investitori rassicurati. Un po’ più in là, il tramonto dell’Oriente: l’apertura verso l’Est, che ha spinto Budapest nelle braccia della Cina (ha spalancato a Pechino i mercati europei, favorendo la Via della Seta, ma nella realtà ha tradotto quest’amicizia in piccoli numeri, perché solo il 3% degl’investimenti in Ungheria oggi è cinese) e soprattutto della Russia. È più soffocante, la stretta di Putin. Le importazioni di gas e petrolio russi sono ormai il 93% del totale e lo stesso Magyar ha ammesso che non si potranno chiudere domani le pipeline di Mosca: il nuovo premier s’è dato un termine lungo, fino al 2035, e senza dimenticare che Trump aveva esentato gli ungheresi dalle sanzioni sull’energia russa e che insomma a un regalo del genere, se mantenuto, sarà difficile rinunciare. Rubik impiega dieci secondi, a risolvere il cubo: a Magyar occorrerà più tempo.