Corriere della Sera, 13 aprile 2026
In Ungheria trionfa Magyar
Clacson, urla, strade stracolme di gente: alle 9 e mezza della sera Budapest festeggia la Storia. Dopo 16 lunghi anni, il regno di Viktor Orbán è finito, sconfitto nettamente, travolto. E quello che pochi si aspettavano è accaduto: a neanche metà scrutinio l’autocrate ha abbassato subito la spada e concesso la vittoria. È stato il primo a parlare, ha preso il telefono e si è congratulato con il suo ex compagno di partito diventato il leader dell’opposizione, Péter Magyar. La sorpresa nella sorpresa di una svolta annunciata pur tra mille cautele ma non con questa forza. Il traguardo della super maggioranza sembra dunque cosa fatta: Tisza si avvia a conquistare più della metà dei voti di lista e oltre due terzi dei seggi in Parlamento.
Un risultato «doloroso ma chiaro», ha scandito serio Orbán davanti ai suoi sostenitori. «Gli ungheresi hanno detto sì all’Europa», ha esultato Magyar sul palco allestito vicino al Parlamento davanti a una folla immensa che gridava «Europa, Europa». «Ce l’abbiamo fatta, insieme abbiamo liberato l’Ungheria, ci siamo sbarazzati del regime di Orbán. Perché Tisza non si è limitata a vincere le elezioni», ha insistito, esortando il premier uscente a non intraprendere alcuna azione, da qui alla fine del suo mandato, che possa ostacolare il lavoro del nuovo governo una volta che entrerà in carica.
La formazione guidata da Magyar dovrebbe ottenere una maggioranza di 137-138 seggi su 199, la più ampia dall’entrata in vigore della riforma della legge elettorale del 2011. Con il 95 per cento dei voti scrutinati, Tisza raccoglie il 53,74 per cento delle preferenze e 138 seggi (94 dai collegi uninominali e altri 44 dalle liste nazionali), mentre Fidesz con il 37,65 per cento dei voti conquisterebbe 54 seggi, di cui 12 uninominali e 42 di lista. Entrerebbe in Parlamento anche il Movimento Nostra Patria (Mi Hazank), che con il 5,92 per cento otterrebbe 7 seggi.
L’Europa tira un sospiro di sollievo per la fine della lunga era del primo ministro nazionalista, ormai una quinta colonna di Mosca nel cuore del Vecchio continente. Tra i primi a reagire Volodymyr Zelensky, che si è congratulato su X con Magyar per la «schiacciante vittoria» e si è impegnato a lavorare «nell’interesse delle due nazioni». Una vittoria che consentirà al presidente ucraino di ricevere l’ultimo pacchetto di aiuti bloccato dai veti di Orbán, un sostegno tanto più vitale ora che gli Stati Uniti sono distratti dalla guerra all’Iran e il negoziato con Mosca è in fase di stallo.
Manifestazioni di giubilo sono arrivate dalle cancellerie nordeuropee, dai governi scandinavi e baltici, i più esposti al rischio di un’escalation con il Cremlino. Nella tarda serata, invece, ancora nessuna reazione da Casa Bianca e Cremlino. La caduta di Orbán avrà ripercussioni sui movimenti di estrema destra di tutto il mondo, che si ispirano al suo modello di democrazia illiberale.
Budapest non vuole dormire: fino a tarda notte scene di esultanza imperversano in città. E tra i tanti slogan risuona quel «Ruszkik, haza», ovvero «russi, andate a casa», che fu l’inno della rivolta del 1956, soffocata nel sangue dai carri armati sovietici.