Libero, 12 aprile 2026
Grafomani
Quando esisteva ancora la stagione dell’adolescenza – breve e inquietante come un fuoco fatuo, Piccole donne di Louisa May Alcott era il romanzo che babbo e mamma regalavano più volentieri alle loro figliole. Si parla di cent’anni fa e il libro era già stato scritto da cent’anni. Quel “sempreverde” intrigava. Appassionava, commuoveva, insegnava, formava. Altro che social, una ragazzina cresceva con Piccole donne. Ma Louisa Alcott l’aveva avuta, una adolescenza? Chissà… Papà la convinse a scrivere, quasi fosse una missione. E lei, in nome della passione/ ossessione/maledizione, scelse la “scrittura” al posto della vita. Chiusa nella sua camera, ore e ore al giorno, un capitolo dopo l’altro. Ma lavorando assiduamente alle sue Piccole donne alla fine divenne ambidestra perché era arrivata a intorpidire la sua mano destra. Facendo un salto nel tempo anche Andrea Camilleri fu scrittore prolifico, metodico e puntuale come un impiegato delle poste, ma guai se il suo schema di «18 capitoli di 10 pagine ciascuno» non combaciava a fine stesura.
A questa fascinazione della penna, che ti incatena (ma sei uno schiavo felice, o, quanto meno, non ti lamenti), Antonio Castronuovo dedica un delizioso libretto di ritratti/gossip, disvelando decine e decine di “fissati di rango”. Chiamiamoli così, dandogli un blasone di nobiltà: “belli” (mica tutti) e variamente “dannati”, peggio che incontinenti, addirittura “bulimici” della scrittura. Il volume s’intitola Dizionario del grafomane (Sellerio, pp. 500,€ euro17). Da un capitoletto all’altroognuno con un titolo succoso – sfilano grafomani di tutti i tempi e per tutti i gusti: Dante e D’Annunzio, Ariosto e Baudelaire, Cavalcanti e Mann, Pessoa e Ionesco, Lovecraft e Joyce, Borges e Casanova, Buzzati e Voltaire, Goldoni e Kafka, e Bernanos, Sartre, Simenon, Savinio, Pascoli, Carducci, Nabokov, Cechov, Eliot, Cellini, Eco e tanti altri.
Tutti afflitti dallo stesso morbo: se non scrivono non vivono, oppure vivono male, ragion per cui meglio scrivere che vivere, oppure vivere nei ritagli di tempo, quando la penna (il “braccio” della “mente”) lo permette.
Ce n’è da raccontare e Castronuovo lo fa con briosa intelligenza. Siccome non possiamo parlare di tutti, vagabondando piacevolmente, ci si impone una scelta. Siamo partiti da una donna – la Alcott, «pallida e dagli occhi un po’ incavati, abbigliata sempre di nero e con indosso uno scialle se spirava una corrente d’aria» – e, allora, parliamo di donne. Partendo dalla notte dei tempi: ebbene, in quella immemoriale oscurità, brilla la luce della principessa (e sacerdotessa) Enheduanna che scrive un poema di centocinquantatré righe su tavolette di argilla. Scrivere come necessità interiore, bisogno di lasciare un segno, impronta e memoria di sé. E per farlo tutte le ore sono elette. Ed eletta dimora è una stanza tutta per sé dove pensare e creare in beata solitudine. Non poteva farlo Jane Austen, figura di spicco della narrativa neoclassica inglese: si doveva accontentare della stanza di soggiorno della famiglia, tra mille interruzioni, nascondendo i propri manoscritti o coprendoli con un foglio di carta assorbente. Povera Jane! Chi scrive ha bisogno di chiudersi in devoto isolamento: «Una stanza tutta per sé», scriverà Virginia Woolf un secolo dopo.
I grafomani trovano pace solo se scrivono, come Agatha Christie: 70 romanzi, 150 racconti, 15 adattamenti teatrali. La sudafricana Nadine Gordimer non sopportava il “ciarlare” di radio e televisione mentre, con la testa affollata di pensieri e immagini, impugnava la penna; Doris Lessing, Nobel 2007, a pensieri e immagini ci teneva: magari all’inizio c’era un po’ di caos, ma alla fine tutto filava liscio, la scrittura fluiva, c’era da essere soddisfatti di sé; Françoise Sagan scriveva dieci ore al giorno e lo faceva con grande piacere (altro che Bonjour tristesse!); Susan Sontag «scriveva indisciplinata, a ossessive ondate di giorni e notti, senza mangiare né dormire né cambiarsi». L’anfetamina le toglieva fame e sonno, desideri di affetto e appetiti sessuali.
Nulla di tutto questo accadeva a Gabriele d’Annunzio, ma il Vate, oltre ad aver stilato 32.000 versi, era anche un revisore puntiglioso al punto da affermare che «un vero scrittore è colui che impiega una mattinata per apporre una virgola e un intero pomeriggio per toglierla». Brutta mania la grafomania.