Avvenire, 12 aprile 2026
Migranti, la sindrome della «fortezza Ue» che rischia di lasciare fuori i diritti umani
Dopo decenni di tensioni fra le cancellerie degli Stati membri, le politiche migratorie dell’Unione Europea stanno entrando in una nuova fase. Una sliding door, varcata la quale, comunque la si pensi, non sarà semplice tornare indietro. A giugno il Patto su migrazione e asilo – presentato dalla Commissione Europea e approvato da Parlamento e Consiglio nel 2024 -, entrerà pienamente in vigore. I dieci fascicoli del pacchetto includono vari regolamenti e una direttiva su una quantità di aspetti: gestione dell’asilo, procedure di frontiera, rimpatri, condizioni di accoglienza, cooperazione con Paesi terzi e sistema informativo Eurodac. L’intervallo d’attesa, nelle intenzioni di Bruxelles, doveva servire ai 27 Stati membri per predisporre i piani di attuazione nazionali. Ma nelle centinaia di pagine del moloch non c’è solo un cambio di passo normativo, quanto una nuova visione della gestione dei flussi migratori. Chi la presenta solo come una riforma “tecnica”, dice una mezza verità. Il timore di molti – enti internazionali in difesa dei diritti umani, organizzazioni non governative, giuristi – è che l’applicazione del Piano finisca per determinare una nuova bussola politica, ridisegnando l’equilibrio tra diritti fondamentali come quelli all’asilo e alla protezione umanitaria e il proclamato perseguimento di una cosiddetta “difesa” delle frontiere europee, coi primi indeboliti a vantaggio del secondo.
La sindrome da “Fortress Europe”
Per capire, giova fare un passo indietro. Da trent’anni crisi politiche, conflitti regionali, siccità, carestie e persecuzioni hanno accresciuto i flussi migratori dall’Africa e dall’Asia verso il Vecchio continente. Nel 2023 le domande di asilo nell’Ue hanno superato il milione, il livello più alto dal 2016. E nei due anni seguenti, la tendenza è rimasta tale, per via di una pressione costante lungo le rotte del Mediterraneo, con Italia, Spagna e Grecia fra i Paesi di primo approdo e Germania e Francia più interessate dalle richieste di protezione. A fronte di questo, il numero di rimpatri effettivi di quanti non hanno titolo a ottenere l’asilo non è cresciuto, con un tasso medio di esecuzione dei provvedimenti di espulsione inferiore al 25%. Così, si è fatta strada una narrazione mediatico-politica da stato d’assedio, una sindrome da “Fortezza Europa”, che (nonostante la popolazione complessiva dei Ventisette superi il mezzo miliardo di persone) nella propaganda securitaria riecheggia certi racconti su Roma antica assediata dai barbari.
Fra tensioni interne e sovranismi
La Germania, per anni laboratorio dell’integrazione, ha irrigidito le proprie politiche, anche per via delle pressioni legate all’ascesa dell’estrema destra, col cancelliere Friedrich Merz propenso a contrastare i movimenti “secondari” interni e ad aumentare i rimpatri. Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha iniziato a insistere su una «Europa che protegge». E nello scenario continentale, è cresciuto il peso dei partiti sovranisti, portatori di agende centrate su concetti come sicurezza, identità e controllo. Nel tetris, dal 2022 si è inserita con vigore anche la linea italiana, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni pronta a rivendicare l’urgenza di un cambio di strategia basato su tre cardini: «Fermare le partenze, combattere i trafficanti, aumentare i rimpatri». Il primo punto si concretizza attraverso la tela di accordi con Paesi del Nordafrica e l’imponente “Piano Mattei” di cooperazione con l’Africa, ben visto anche dall’Ue, che tre mesi fa ha intanto tracciato una nuova strategia quinquennale, fino al 2031, che punta molto sulla collaborazione coi Paesi terzi.
Un nuovo setaccio (accogliere o respingere?)
Giunta al secondo mandato, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha finito per assecondare quelle pressioni. Così il Patto fissa nuove procedure accelerate alle frontiere, definisce una lista comune di cosiddetti “Paesi sicuri” (i cui cittadini sulla carta non dovrebbero avere diritto all’asilo) e introduce un meccanismo di “solidarietà flessibile” tra Stati membri. Ma genera dubbi il cambio di paradigma, da regole su chi e come accogliere, all’accento sulla necessità di “filtrare” gli arrivi con un setaccio più fitto, che consenta, laddove possibile, di respingere. Nel frattempo, i Paesi dell’Est Europa – dalla Polonia all’Ungheria di Viktor Orbán – continuano a opporsi a qualsiasi obbligo di redistribuzione dei migranti. Il risultato è un compromesso in cui la solidarietà diventa opzionale: chi non accoglie, può contribuire finanziariamente o con mezzi operativi. Pragmatismo della diplomazia, ma che rischia di svuotare il principio stesso di condivisione, insieme a quel concetto di burden sharing che dovrebbe essere fra le pietre angolari della costruzione europea.
L’esternalizzazione e il nodo dei diritti
In un tale contesto, l’accordo siglato dall’Italia con l’Albania (che ha previsto la costruzione di centri di trattenimento per migranti sotto giurisdizione italiana ma “esterni al territorio Ue) è diventato un simbolo della new strategy. Un modello esportabile, secondo il Governo Meloni, che conta sulla sponda di una dozzina di Stati Ue. Ma il diritto non può essere accantonato alla bisogna: i trasferimenti di migranti sono stati più volte annullati dai tribunali, dando luogo a ricorsi presso la Corte europea. E le organizzazioni per i diritti umani sono preoccupate.
I morti di Cutro e il futuro del sogno europeo
E mentre in Europa si discute, nel Mediterraneo uomini, donne e bambini in fuga da orrori e disperazione continuano ad annegare. L’ondata di commozione collettiva sollevata tre anni fa dai 94 morti nel naufragio a Steccato di Cutro (su cui è in corso un processo per omissione di soccorso), pareva dovesse cambiare qualcosa. Ma non è stato così. E ancora in questi giorni, altre centinaia di migranti hanno perso la vita su una rotta marittima che ha visto 30mila vittime in dieci anni. Ma intanto la narrazione urlata degli sbarchi come «un’invasione», che fa leva sulle paure nascoste di milioni di europei e dimentica quanto le politiche di integrazione siano una chiave di volta per la crescita dell’Unione, distorce il dibattito pubblico. Ignorando che, per stare al 2025, secondo l’agenzia europea Frontex, gli arrivi via mare in Europa sono stati circa 178mila, un secco 26% in meno dell’anno prima, a fronte però di tremila vittime. Perciò forse, mentre ci si giova del calo delle partenze, un irrobustimento dei meccanismi di ricerca e soccorso – talora lasciati alla sola intraprendenza delle organizzazioni non governative, spesso osteggiate – andrebbe considerato. Il nodo da sciogliere, dunque, non è se occorrano riforme, ma in quale direzione debbano andare. Perché le domande di fondo restano: il Piano metterà davvero in condizione l’Europa di difendere i propri confini senza indebolire i propri valori? E quale Unione uscirà da questa trasformazione? Un’Ue capace di governare i flussi senza rinunciare ai principi, o un’illusoria fortezza che sposta sempre più lontano il confine dei diritti? Le onde del Mediterraneo, che continuano a depositare cadaveri sulle nostre spiagge, ci ricordano purtroppo che non si tratta di interrogativi astratti. Quel mare in burrasca, o i sentieri innevati della rotta balcanica e le foreste alla frontiera Est, sono luoghi in cui le scelte politiche prese a Bruxelles concorrono a determinare conseguenze concrete. A fissare un prezzo crudele che, ancora oggi, si misura in vite umane.