ilfattoquotidiano.it, 12 aprile 2026
Alle Svalbard PFAS in aumento del 900% nelle renne
In uno degli angoli più remoti e incontaminati del pianeta, l’arcipelago delle Svalbard, tra ghiacciai millenari e tundre sferzate dal vento, vive una sottospecie unica di renna (Rangifer tarandus platyrhynchus), un animale simbolo di resistenza che ha imparato a sopravvivere a inverni lunghi e bui. Eppure, anche queste creature solitarie non sono immuni all’impronta dell’uomo. Un recente studio guidato dalla ricercatrice Malin Andersson Stavridis della Norwegian University of Science and Technology ha rivelato che anche se i livelli di metalli pesanti nelle renne delle Svalbard sono drasticamente diminuiti, i livelli di PFAS sono invece aumentati del 900% in dieci anni. I PFAS sono le sostanze per- e polifluoroalchiliche, note come “contaminanti eterni”, che la scienza ha collegato a numerosi effetti negativi sulla salute, dalla fertilità al rischio cancro. Sono molecole indistruttibili utilizzate in tutto, dalle padelle antiaderenti alle schiume antincendio, dai tessuti impermeabili agli imballaggi alimentari. Non si degradano mai (da qui il nome “eterni”) e viaggiano per migliaia di chilometri attraverso le correnti atmosferiche e oceaniche.
Stando allo studio pubblicato sulla rivista Environmental Science & Technology, se confrontiamo i dati odierni con quelli degli anni ’80, i livelli di piombo e cadmio nei tessuti delle renne sono significativamente calati. È la prova provata che le normative internazionali sulle emissioni industriali funzionano. Insomma, quando l’uomo smette di immettere veleni nell’aria, la natura risponde. Persino il monitoraggio sta diventando più “gentile”: i ricercatori hanno scoperto che analizzando le feci delle renne è possibile monitorare i livelli di mercurio senza dover abbattere gli animali. Un successo per la scienza e per la conservazione. Ma proprio mentre celebravamo la ritirata dei metalli pesanti, è apparso un dato che ha lasciato gli scienziati a bocca aperta: i livelli di PFAS sono letteralmente esplosi. Nell’ultimo decennio, la concentrazione di queste sostanze nelle renne delle Svalbard è aumentata passando da 0,6 a 5,48 nanogrammi per grammo. Per intenderci, si tratta di livelli tra i più alti mai registrati nelle renne di tutto l’Artico.
C’è però un giallo nel giallo. In passato, i PFAS trovati alle Svalbard avevano una “firma chimica” riconducibile alle attività locali, come le esercitazioni antincendio vicino all’aeroporto di Longyearbyen. Oggi, la composizione chimica è cambiata. Il profilo attuale suggerisce che questi contaminanti non arrivino da fonti vicine, ma siano il risultato del trasporto a lungo raggio dalle regioni industrializzate del mondo.
L’Artico si sta comportando come un gigantesco imbuto che raccoglie i rifiuti chimici prodotti a migliaia di chilometri di distanza. I ricercatori puntano il dito anche sul cambiamento climatico. L’Artico si sta scaldando quattro volte più velocemente del resto del pianeta. Questo accelera lo scioglimento dei ghiacciai e del permafrost, che agiscono come “archivi” di vecchi inquinanti. Quando il ghiaccio fonde, libera nell’ambiente un cocktail di sostanze chimiche intrappolate decenni fa, che finiscono nell’erba e nei licheni di cui le renne si nutrono. Inoltre, lo studio ha evidenziato una variazione stagionale: le renne sono più contaminate a ottobre, dopo aver passato l’estate a nutrirsi intensamente per accumulare grasso in vista dell’inverno. Per ora, i livelli misurati sono ancora al di sotto delle soglie di tossicità acuta per la fauna selvatica. Le renne delle Svalbard non rischiano l’estinzione immediata per avvelenamento, ma l’effetto “cocktail” – l’unione di PFAS, mercurio e cadmio, unito allo stress di un clima che cambia – è una bomba a orologeria biologica di cui conosciamo ancora troppo poco.