ilfattoquotidiano.it, 12 aprile 2026
35 candidati alle elezioni generali peruviane
Erano in trentasei. Ma Napoleón Becerra, 61 anni, Partito dei lavoratori e imprenditori, è morto in autostrada, nella via de los Libertadores, mentre si recava a un comizio ad Ayacucho. Becerra, deceduto il 15 marzo, non può essere sostituito. Sarà pertanto presente nella scheda elettorale. Non era mai successo, almeno in Perù. Ne rimangono trentacinque. “Mai così tanti in America Latina. Pesa il disincanto verso la politica, ma anche la polarizzazione e lo svuotamento del potere esecutivo”, sostiene alla Cnn Fernando Tuesta, professore di Scienze politiche alla Pontificia università cattolica del Perù.
È il risultato di dieci anni di crisi politica, nei quali Lima ha avuto otto presidenti. Altro record negativo, a livello regionale, prodotto dal braccio di ferro tra esecutivo e parlamento. Questione di fiducia: il presidente uscente, José Balcázar, indagato per corruzione, così come il suo predecessore, José Jeri, la cui cerchia di conoscenti ha subito 23 perquisizioni tra giovedì e venerdì. “Non c’è solo corruzione. Ci sono intere porzioni dello Stato nelle mani di mafia è criminalità”, denuncia l’economista Armando Mendoza.
Per ora nessuno dei candidati va oltre il 15%. Sarà ballottaggio, a scanso di colpi di scena. Sono attesi 27 milioni di elettori, dalle 7 alle 17 di domenica. Si voterà anche per il senato, i consigli regionali, i deputati e i rappresentanti presso il Parlamento Andino.
Sono in palio 198 cariche elettive. È l’elezione più complicata degli ultimi anni. La scheda è lunga 44 centimetri e larga 42. Il voto è obbligatorio. “Vedremo molti voti nulli o schede bianche”, avverto Josué Hincapié, esperto in processi elettorali.
Tra i favoriti alla presidenza c’è Keiko Fujimori (nella foto), 50 anni, candidata del partito conservatore Fuerza popular, e figlia dell’ex-dittatore Alberto Fujimori. “Lei mantiene uno zoccolo duro di elettori, nonostante il clima di frammentazione”, spiega l’analista politica Denisse Rodríguez-Olivari. “Abbiamo bisogno di ordine. E ci siamo già riusciti in passato”, ha detto Fujimori (in testa ai sondaggi, con il 15%) alludendo al mandato di suo padre, già condannato per massacri e violazioni dei diritti umani. Alle sue spalle il comico Carlos Álvarez, 62, del partito País para todos, che promette “mano di ferro” e “pena di morte” per i sicari, che “non meritano di vivere”. Sotto la lente anche Rafael López Aliaga, 65enne, membro dell’Opus Dei, ammiratore di Trump, già sindaco di Lima. Dice di essere un “manager cristiano” ma propone maxi deportazioni – in stile Ice – e “strutture carcerarie nell’Amazzonia”. Il ragionamento: “La presenza di serpenti velenosi impedirebbe la fuga di detenuti. D’altra parte, a sinistra, c’è Roberto Sánchez, 57enne, condannato a 11 anni e mezzo per tentato Golpe, che propone invece una Costituente per archiviare il testo approvato da Fujimori nel 1993.
Al centro del dibattito resta quindi la “questione sicurezza”. Nel 2025 il Paese ha registrato sei omicidi al giorno per un totale di 2.248. Nello stesso periodo sono stati uccisi 239 autisti, vittime di estorsione mafiosa da parte di Los Titos, Los Mexicanos e altre gang. “Se la prendono con i poveri, che si alzano alle cinque del mattino per lavorare”, spiega a Ilfatto.it María Palacios, dipendente dell’azienda di trasporti Etuchisa. Pesa anche la crescita del narcotraffico e dell’attività miniera illegale. Nel 2025 il giro d’affari dell’export illegale di oro ha superato gli 11,5 miliardi di dollari.
Ma le promesse bizzarre dei candidati non bastano a risollevare l’entusiasmo degli elettori. “Qui non cambierà niente. Non puoi credere a nessuno”, commenta a Clarín Juan Gómez, 53 anni, muratore, spiegando l’ormai nota dinamica delle rapine: “Vengono in moto, pistola alla tempia. Nessun agente nei paraggi. Cos’altro puoi fare?”.
Si salva in parte l’economia: il Perù è in crescita costante, nonostante l’instabilità politica. La valuta peruviana, il Sol, è una delle più stabili della regione e la Banca centrale, che è autonoma, resta al di fuori della bagarre politica. “Non basta però un’economia zombie, in pilota automatico”, spiegano dall’Instituto peruano de economía. “La crescita, ora al 3%, potrebbe essere ben più alta con governi stabili e affidabili. Potevamo anche beneficiare dell’impennata dell’oro e del rame, che esportiamo. E invece siamo fermi”.
Il governo che verrà dovrà anche trovare un equilibrio fra Cina e Stati Uniti, che si contendono il Paese. La prima, socio commerciale numero uno di Lima, vanta l’egemonia sul megaporto di Chancay, su cui ha investito 3,5 miliardi di dollari. Nel frattempo, a ottanta chilometri da Chancay, gli Usa sosterranno, con oltre un miliardo di dollari, la costruzione della Base navale de El Callao. Spartizione silenziosa, che avviene in piena crisi politica.