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 2026  aprile 12 Domenica calendario

Intervista a Mariano Rigillo

Carta d’identità artistica. “Ho debuttato sul palcoscenico, a Napoli, nel febbraio del 1959. Non avevo ancora vent’anni”. E? “Fu molto divertente”. Da lì “ho recitato in più di duecento spettacoli”.
Mariano Rigillo è uno dei grandi, grandissimi, del teatro. È arte e memoria, arte e vita, arte e Napoli, arte ed Eduardo. È disciplina, dizione, condivisione, passione. È il sodalizio artistico e di vita con Anna Teresa Rossini.
Ed è lui che interpreta Eduardo nel primo film da regista di Massimiliano Gallo, La salita, storia vera, lievemente romanzata, ambientata nel carcere di Nisida nei primi anni 80, con l’arrivo del maestro del teatro, e di un gruppo di giovani e donne carcerati che scopre la bellezza, la poesia del palco.
All’Accademia Silvio D’Amico è stato allievo di Orazio Costa…
Non c’è mai stato e mai più ci sarà un maestro come lui; e pensare che alcuni lo prendevano anche in giro ed era pure semplice cadere nell’errore: parlava con la erre moscia, aveva un atteggiamento particolare, ascetico, altero; per la prima lezione mi chiamò in pedana per recitare Le ricordanze di Leopardi. Salgo, inizio. Alla fine mi guarda e fa: “Non male, Mariano. Ma se avessi indossato la tuta, l’avresti detta meglio, senza questa voce così seduta in gola”. La tuta era la divisa dell’Accademia, la odiavamo tutti, in pochi la indossavano.
Tecnico…
Come nessun altro. Ancora oggi lo ringrazio; durante il mio secondo anno di Accademia, Orazio decise di partire per l’India: era un francescano laico, quindi avvolto da una forte curiosità religiosa, con voto di castità; (sorride) in quegli anni ho abitato con Giorgio Pressburger, anzi, proprio in Accademia decisero che dovevo vivere con lui, perché venivo giudicato come un ragazzo perbene. Fu Orazio a portarlo a Roma, salvato da un campo profughi: parlava un italiano perfetto, meglio di tutti noi.
Due ragazzi a Roma: solo studio o anche goliardia?
Giorgio era più avanti di me: aveva già capito qual era la sua strada, usava la sua grande creatività, amava Cechov; (pausa) a entrambi non fregava nulla della notte romana, della Dolce Vita, eravamo tesi verso altro. Io, l’attore.
Attore pure di sceneggiati.
Quello anni dopo; l’ultima puntata di Dov’è Anna? ha segnato un record di ascolti ancora imbattuto, con un finale sconosciuto a tutti, neanche noi attori sapevamo cosa sarebbe successo e il pubblico era impazzito; (cambia tono, sorride) fui costretto a togliermi dall’elenco del telefono.
Cioè?
Mi rompevano le palle a tutte le ore: i fan trovavano il mio numero e chiamavano per domandarmi: “Come finisce?”. Ogni volta rispondevo “mi scusi, non lo so”. E dall’altra parte si scocciavano, increduli. Il finale ce lo spiegarono solo l’ultimo giorno di set.

Lo sceneggiato era una deminutio rispetto al teatro?
Era fondamentale: ci vedevano in tv e ci seguivano in tournée.
Torniamo agli inizi: i suoi genitori erano solidali rispetto alle sue scelte artistiche?
Soprattutto mio padre: ero l’ultimo di quattro maschi, i primi due architetti, il terzo magistrato, a sessant’anni già presidente della Corte d’Appello e uno dei pochi a contrastare il caso Tortora. Caso volle che per due volte ho recitato in pellicole dedicate proprio a Tortora.

Dicevamo: suo padre.
Rispetto ai miei fratelli, papà era felice di avere un figlio con dentro un estro artistico, anche perché da piccolo mi portava in un teatro al Vomero (pausa) nel passato il Vomero era un luogo di villeggiatura, dove si coltivavano i broccoli, chi nasceva lì veniva chiamato per’e vruocci, mentre noi eravamo della Napoli storica. Però la domenica c’era il teatro e lì scoprii la maschera di Pulcinella, con l’ultimo grande interprete, Salvatore De Muto, poi vidi il suo O Munaciello e tutta la meraviglia del teatro napoletano.
Lei?
Felice, divertito; papà una volta mi portò a conoscere proprio Salvatore De Muto: a fine spettacolo lo trovai distrutto, sfinito, in poltrona; senza neanche la forza di parlare, riusciva solo a muovere stancamente la mano. Aveva 70 anni; (cambia tono) nel 2012 mi hanno proposto di diventare Pulcinella, sempre a Napoli, per me un sogno nonostante non abbia il fisico giusto (è alto, ndr). Dopo lo spettacolo mi è tornata l’immagine distrutta di De Muto, così quando in camerino sono arrivati i miei nipoti, mi sono drizzato, con la mezza sola (la “mascherina”) messa bene. Ho sorriso. In realtà ero a pezzi.
Dopo De Muto, niente più Pulcinella…
C’è stato solo Gianni Crosio con la sua trasmissione radiofonica. Bravissimo. Così decido di andarlo a conoscere e scopro che abita in via Tarsia: ci sono rimasto malissimo, viveva in un basso, in una situazione difficile e ho capito che la tradizione di Pulcinella non era più “alta”. È grazie a Eduardo se Napoli e l’Italia hanno riscoperto la bellezza di questa maschera.
Quindi i suoi d’accordo.
Presi la borsa di studio, 40 mila lire al mese con papà che integrava. I problemi arrivarono quando mio padre morì durante il secondo anno di studi: non è riuscito a vedermi attore, neanche nel Masaniello. Sarebbe impazzito.
Masaniello, un successone.
Inaspettato, ancora oggi mi fermano per dirmi: ti ho visto. A quel tempo, pur di rivederlo, alcuni ragazzi iniziarono a seguirci di città in città, come tifosi. Uno di loro, disoccupato, di Napoli, divenne una sorta di guardia del corpo.
Personaggio chiave della sua vita: Giuseppe Patroni Griffi.
Conosciuto nel 1966 quando a Siracusa ero impegnato con l’Antigone; interpretavo il capo dei pretoriani,
ma pure in questo caso non avevo il fisico giusto, eccessivamente magro. Allora un costumista geniale, Alberto Verso, trovò la soluzione: “Non ti preoccupare, lo ambientiamo in inverno, così non se ne accorge nessuno”. Alla fine dello spettacolo venne Peppino, me lo trovai davanti e senza neanche presentarsi mi disse: “Noi due lavoreremo insieme”. Per lui ho recitato dodici volte, più di ogni altro attore.

Un sodalizio.
Aveva una cotta artistica.
Solo artistica.
Lui l’avrebbe trasformata in altro, me lo ha confessato una sera, a Trieste, nel 1988, ma da subito ha capito che non c’era spazio.

Patroni Griffi era un uomo che intimoriva.
Un omosessuale per scelta, da giovane aveva avuto pure una storia con Rossella Falk e questa scelta gli dava un atteggiamento a volte duro, a volte pure sgradevole.

Cosa lo infastidiva?
Anche un giornalista che gli chiedeva un’intervista: non amava parlare in pubblico.
Arriviamo a Eduardo De Filippo e La salita.
Quando la capa del casting mi ha parlato del film, ancora in divenire, le ho detto: “Non consultare più nessuno, la parte è mia, anche gratis”. Da quel momento ho eliminato tutto quello che avevo di Eduardo in casa: dalle cassette ai libri. Dovevo togliere ogni condizionamento, temevo la retorica e l’imitazione.
Eduardo è comunque nelle sue orecchie.
Al Teatro Nazionale del Cairo ho diretto una Filumena Marturano, in arabo, e doveva stare in scena due o tre settimane: è rimasta da ottobre ad aprile; eppure all’inizio mi avevano avvertito: “In Egitto non esiste il problema della paternità, non è una commedia per noi”.
Come ha conosciuto Eduardo?
Nei primissimi anni 80 ero in scena con le commedie di Viviani, compresa Zingari, testo poco rappresentato dallo stesso Viviani, perché erano previsti degli asini in scena e una volta uno di loro cagò sul palco. In quel periodo, durante un premio, a Napoli, mi ritrovai tra Eduardo e Giorgio Albertazzi e lo stesso Eduardo mi fece dei complimenti all’orecchio: “Bello il vostro spettacolo di Viviani: Pescatori”. “Direttore – pretendeva di venir chiamato così e utilizzava solo il ‘voi’ – come potete dirlo? Non lo avete visto”. “Che c’entra? Le voci corrono”. “Direttore, la settimana prossima sono a Roma con Zingari…”. “Chiamatemi”.
Quindi?
Arrivo a Roma, al Valle, con lo spettacolo e il giorno del debutto mi raggiunge il direttore del teatro: “Ha telefonato Eduardo”. “E… ?”. “Questa sera non può venire, però un giorno ci sarà”. Io affranto per la figura di merda. Invece una domenica si presenta e alla fine non viene nei camerini. Una settimana dopo incontro Ida Di Benedetto e la stessa Ida mi rivela: “Ho visto Eduardo e tutta la sera mi ha parlato degli Zingari: gli è piaciuto assai”.
Lei ha respirato.
No, l’ho chiamato immediatamente. “Direttore volevo parlarvi, chiedervi, sapere della regia”. E lui: “Venite a pranzo da me, domani”. Arrivo. Entro. E aspetto dieci minuti. Si presenta e si scusa per il ritardo: “’Sti guagliune nun sanno fa’ neanche o’ baule”. Suo figlio Luca doveva partire per una tournée. Da lì siamo rimasti a tavola per ore.
Lei davanti al mito.
Il mio sogno era portare in scena Napoli milionaria, ero sicuro che avrei realizzato un bel lavoro. Glielo chiesi. E lui: “Napoli milionaria, Natale in casa Cupiello e Sindaco del rione Sanità non li dovete toccare. Il giorno in cui vorrò lasciare le scene, intendo portare una di queste tre commedie. È inutile che fate quella faccia…”. “Direttore, che faccia?”. “Non vi preoccupate, io lo so, ma quando entro in scena, il pubblico mi crede. A qualsiasi età. Voi dovreste prendere Sabato, domenica e lunedì, è una commedia sicura, che non si può sbagliare”.
E lei?
Come uno stupido ho rifiutato. Se avessi accettato, con lui vivo, la mia carriera sarebbe stata un’altra. E già così non è andata male.
Quando si rese conto dell’errore?
Il giorno dopo gli scrissi una lettera con il no grazie; quello dopo ancora capii la stupidaggine.
Altro mito: Massimo Troisi.
Sul set de Il postino non aveva un camerino, ma un’unità coronarica; la maggior parte delle scene ha utilizzato una controfigura (si incupisce, silenzio).
Scaramantico?
Bisogna esserlo, devi trovare una sicurezza.
Lei chi è?
(Silenzio) Ricordo Mario Scaccia in una trasmissione televisiva. A un certo punto un ragazzo gli chiese: “Se lei non avesse fatto l’attore, cosa sarebbe stato?”. E Mario: “Lei mi pone una domanda alla quale non so rispondere precisamente, ma le dico che è comunque sbagliata. Mi doveva domandare: ‘Signor Scaccia, se lei non fosse stato l’attore che è, chi sarebbe stato?’”.
La morale?
Non so chi sono, so che nella mia vita sono stato tante personalità, a partire da quando ero ragazzo e uscivo dalla sala cinematografica immaginando di essere Gary Cooper.