il Fatto Quotidiano, 12 aprile 2026
Starmer riedita il “libro della guerra”
Ora il Regno Unito lavora a una nuova versione del Government War Book, il vecchio piano per mobilitare l’intera Nazione in caso di conflitto. Lo ha rivelato Air Chief Marshal Sir Richard Knighton, Chief of the Defence Staff, in un’intervista esclusiva a Sky News durante la London Defence Conference al King’s College.
Il documento, coordinato dal Cabinet Office, aggiorna un sistema nato nella Prima guerra mondiale e abbandonato gradualmente dopo la Guerra fredda, sostituito formalmente dal Civil Contingencies Act. Knighton ha parlato della necessità di “pensare diversamente alla resilienza”, coinvolgendo militari, ospedali, industria, trasporti, energia e popolazione civile nella cosiddetta “transizione bellica”. Si torna a parlare di misure come chiusura delle scuole, evacuazione degli ospedali, razionamento del cibo, evocate come possibili modelli per difendersi da minacce ibride e attacchi cyber. L’annuncio si inserisce nello Strategic Defence Review 2025, la revisione della difesa strategica rilanciata dal governo laburista di Keir Starmer, che da mesi spinge per preparare alla guerra l’intera popolazione. Già a dicembre 2025, il ministro Al Carns aveva parlato di piani da attivare rapidamente per coinvolgere civili e industrie. Il mantra dei vertici militari britannici è sempre lo stesso e Knighton lo ha reiterato durante la conferenza: è finita la parentesi trentennale di pace relativa post-fine Guerra fredda. Ora bisogna recuperare decenni di sotto-finanziamento.
Pressioni del comparto militare su Starmer e sul segretario alla Difesa John Healey, che fin dal loro insediamento quasi due anni fa promettono di portare la spesa militare al 2,5% del Pil entro il 2027 (2,6% con intelligence), con ambizioni al 3% nella prossima legislatura se le condizioni economiche del paese lo consentiranno. Promettono, ma non mantengono: il ritardo cronico del Defence Investment Plan, il piano decennale di investimenti nella Difesa, genera incertezza nell’industria e dubbi sulla reale fattibilità, soprattutto con un governo che per trovare i soldi tagli ha già ridotto i fondi alla cooperazione internazionale e minaccia di tagliare ulteriormente il welfare.
Nel colloquio con Sky, Knighton ha citato l’effetto della minaccia contro la shadow fleet di Mosca: almeno 300 navi russe intercettate intorno alle coste britanniche scortate o deviate, con l’accortezza di evitare abbordaggi. “Non abbiate dubbi, siamo pronti”. Sarà, ma i dati ci dicono che perfino la gloriosa Navy britannica ha mezzi limitati e obsoleti mentre crescono le critiche alla gestione interna delle Forze armate. L’impressione è che le dichiarazioni cicliche a favore di una mobilitazione di massa servano a sondare una popolazione molto scettica. Malgrado la retorica patriottica, ben pochi nella società britannica sembrano pronti o anche solo interessati a ritrovare lo Spirito del Blitz: il reclutamento nelle forze armate resta in crisi e, a poche settimane dal test elettorale delle elezioni amministrative, l’opinione pubblica dà la priorità a welfare, sanità e costo della vita rispetto all’ipotesi di un riarmo massiccio.
Del resto il pericolo di un’invasione diretta del suolo britannico appare decisamente remoto: la Russia è impantanata in Ucraina, le minacce più concrete restano ibride e non convenzionali. Il segnale è chiaro: i vertici delle Forze armate spingono per preparare la Nazione a forme di antagonismo bellico. Il messaggio è che, in un mondo instabile, la difesa non è più solo affare dei militari. Ma in molti ormai vedono in questi annunci un esercizio di propaganda bellica: un modo per giustificare aumenti di spesa in tempi di ristrettezze economiche, creando un clima di allarme utile a legittimare scelte politiche.