il Fatto Quotidiano, 12 aprile 2026
Troppa grazia
La grazia concessa dal presidente Mattarella a Nicole Minetti in gran segreto a febbraio e rivelata ieri dal Fatto e da Mi manda Rai3 dimostra due cose. 1) Per il capo dello Stato basta e avanza un mandato di 7 anni: meglio evitare il secondo. 2) La legge, checché abbiano deciso gli italiani al referendum, non è uguale per tutti. Per i politici (anche defunti) e le loro igieniste dentali che li chiamano “love of my life”, li riforniscono di prostitute, partecipano alle loro orge, poi si fanno eleggere in Regione per accollare il conto ai cittadini e rubano pure rimborsi pubblici per farci pagare le loro spese private, la legge è più uguale. La velina del Quirinale che, appena uscita la notizia, evoca “le gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati” è una toppa peggiore del buco. Sia perché, condannata per favoreggiamento della prostituzione e peculato a 3 anni e 11 mesi, la Minetti sarebbe rimasta a piede libero per la solita barzelletta dei “servizi sociali”, con tutto il tempo per accudire in ospedale il misterioso “stretto familiare minore”. Sia perché, fra le decine di migliaia di condannati in espiazione pena, saranno centinaia quelli con un familiare minore in ospedale: eppure, giustamente, continuano a scontare la propria condanna.
Se poi – ma qui il Colle invoca la privacy che “non consente di rendere noti ulteriori dettagli” – ci fosse di mezzo un figlio adottivo, sarebbe curioso che un minore sia stato dato in adozione a una tizia che partecipava ai bunga-bunga vestita da suora con squillo anche e minorenni. Infine c’è un problemino giuridico: la doppia condanna della Minetti è definitiva dal 2022, ma per tre anni è rimasta sospesa in attesa che a dicembre 2025 il giudice di sorveglianza esaminasse la richiesta di servizi sociali. E anche lì s’è bloccato tutto con la richiesta di grazia, poi accolta dal Colle. Quindi la Minetti non ha ancora scontato un solo giorno di pena. E la Consulta, con la sentenza del 2006 sulla grazia a Bompressi che vedeva il ministro Castelli e il presidente Ciampi l’un contro l’altro armati, ha stabilito che la grazia spetta al capo dello Stato perché non solo deve giungere a debita distanza dalla sentenza definitiva, quando il condannato ha già scontato una congrua parte della pena, per evitare di sconfessare i giudici e di violare il “principio di eguaglianza”. Ma dev’essere anche un atto non “politico”, bensì “eccezionale” e “umanitario”, per “mitigare” e “attenuare l’applicazione della legge penale” quando “confligge col più alto sentimento della giustizia sostanziale”. Ma qui la Minetti non sarebbe finita in carcere, dunque non c’era nulla da mitigare e attenuare. Salvo l’idea abominevole che la legge sia uguale per tutti.