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 2026  aprile 12 Domenica calendario

Intervista a Isabelle Huppert

«Non sono così stupida». Risponde con queste parole Isabelle Huppert quando le chiedo se oggi, a 73 anni, riesca finalmente a dirsi brava. Si affretta ad aggiungere: «È che non riesco a definirmi soddisfatta di me stessa». Dopo un istante di silenzio la pluripremiata diva francese corregge il tiro: «Non sono neanche insoddisfatta, solo felice di fare il mio lavoro e mi sento molto privilegiata a poterlo fare senza grandi difficoltà». Giura di non affaticarsi a lavorare, dividendosi tra set, palcoscenici e festival, né a viaggiare di continuo in giro per il mondo. Ha appena aperto il Rendez-Vous – Festival del Nuovo Cinema Francese a Roma con La donna più ricca del mondo di Thierry Klifa, al cinema dal 16 aprile, liberamente ispirato allo scandalo Bettencourt. La sua Liliane è una donna di potere a capo di un impero di cosmetici, che cede alle lusinghe del molto più giovane ed esuberante sedicente artista Pierre-Alain Fantin (Laurent Lafitte, premiato ai Cèsar per la sua istrionica performance). Lei ha fame di vita, lui di soldi, il loro incontro è fatale e verrà osteggiato da sua figlia (Marina Foïs), che finirà per trascinarla in tribunale per le sue ingenti donazioni. Più avanti vedremo Huppert in Parallel Tales dell’iraniano Asghar Farhadi, con Catherine Deneuve e Vincent Cassel, in programma al Festival di Cannes, e poi nel nuovo film di Dario Argento, remake di un titolo messicano.
Come approccia un personaggio ispirato a una donna realmente esistita e conosciuta?
«Lascio comunque che sia la mia immaginazione a fare tutto il lavoro. Non mi ispira la realtà, ma la sceneggiatura, specie quando come in questo caso i dialoghi sono irresistibili. Scritti benissimo, intelligenti, divertenti e anche taglienti».
Tuttavia il film si ispira a una vicenda realmente accaduta, lo scandalo Bettencourt.
«Raccontiamo solo una parte della vita di Liliane, quella meno conosciuta. L’immagine che abbiamo di lei è di una donna molto più anziana che sembrava star leggermente perdendo la testa, noi raccontiamo quando era in piena fioritura, bella, intelligente».
Ha avuto modo di conoscerla?
«Avrei potuto, ma non è mai successo, quindi ho dovuto immaginarla».
Sentiva una certa pressione o responsabilità nel portarla sullo schermo?
«Per niente. Ho rappresentato “la donna più ricca del mondo” cercando di trasmettere tutta la complessità della sua relazione con Fantin in cui i soldi erano molto importanti, ma anche i sentimenti».
Una relazione di dipendenza economica da una parte, forse affettiva dall’altra. Si può chiamare amore?
«Non è amore, e di sicuro non amore fisico. Ma è comunque un sentimento fortissimo che rischia di somigliarci. Per quanto riguarda i soldi, poi, nel film mostriamo quanto lei si sentisse lusingata a donarglieli come una principessa che partecipa alla crescita artistica del suo favorito. Non a caso è lei la prima a dirgli: «Voglio pagarti io per questa mostra, per i tuoi meriti da artista».
Non una vittima, insomma.
«No, non volevamo portare sullo schermo una povera piccola donna manipolata, non ci teneva nessuno a restituire questa immagine di lei, anche perché non ha mai ammesso di aver perso la testa. Nel film tendiamo a mostrare che forse è stata più un’interpretazione delle persone che aveva intorno a lei».
La vede più come una storia di manipolazione o di libertà?
«L’ambiguità della storia sta tutta qui. L’amore può essere manipolatorio, ma qui i confini tra sentimento e senso di impresa sono labili. Di certo non era una donna succube, aveva trovato il modo di aprire una porta che aveva sempre tenuto chiusa, dandosi alla gioia di vivere in un rapporto certo discutibile, ma basato anche moltissimo sull’umorismo e l’intelligenza».
Il successo e la ricchezza possono isolare?
«Apparentemente è quanto succede a Marianne, che sembra essere molto isolata, ma nel suo caso parliamo di un livello di ricchezza eccezionale».
Anche lei è una donna di potere e successo.
«Nulla di paragonabile a lei».
Si è mai sentita isolata o incompresa?
«No, ma ho imparato a essere consapevole di quello che rappresento per le persone senza perdere la libertà e la naturalezza. Quando sei un’attrice la gente ti conosce attraverso i tuoi ruoli e ti associa a quelli, il fraintendimento è sempre dietro l’angolo».
Lei viaggia tantissimo, sta continuando a portare in tournée Mary Said What She Said e Bérénice di Romeo Castellucci.
«Vado in Spagna domani, poi in Portogallo, qualche settimana fa ero in Australia, ma non mi lamento, anzi mi sento molto fortunata a poter viaggiare».
Dov’è “casa”?
«A casa mia. Non in giro per il mondo».
A Parigi? Nei suoi cinema?
«Sì, a Parigi. I cinema non sono miei in realtà, se ne occupano mio figlio e la mia famiglia, io ci vado quando posso, ma non voglio prendermi meriti al posto loro».
A proposito di figli, al Festival di Torino sua figlia Lolita Chammah, che era in giuria, ha detto che è lei il suo grande modello di vita.
«Lolita non ha bisogno di modelli, è un’attrice molto brava, quando mi è capitato di recitare con lei (ad esempio in Caravaggio di Michele Placido, ndr) mi ha fatto piacere».
Nel film è tutt’altro che una madre-modello.
«Decisamente, sono una madre durissima e poco amabile. Una che vede la figlia diversa da come se l’aspettava, si sente troppo diversa da lei, la vede troppo cupa e preoccupata mentre lei ha voglia di ridere e vivere, insomma non vede possibilità di riconciliazione. Mi ha ricordato certi personaggi shakesperiani, di sicuro non mi somiglia, sono tutt’altro tipo di madre, poi nessuno dei miei personaggi mi somiglia mai».
Le è pesato da madre pronunciare la battuta: «Non so se ti voglio bene?».
«È più difficile da ascoltare che da dire e in generale non trovo nessuna battuta difficile da pronunciare».
Non la spaventa nulla quando recita?
«Nulla. Perché dovrei avere paura?».
Quando non recita ha paura?
«No».
Di niente?
«No».
Neanche della guerra?
«Della guerra sì. Purtroppo il mondo non se la sta passando bene».
Colpa delle persone più ricche e potenti del mondo?
«Non saprei, ma so per certo che siamo tutti molto preoccupati del dove stiamo andando».
Cosa può fare il cinema in un momento tanto buio?
«Il cinema non salverà il mondo, ma non per questo va sottovalutato: può contribuire al senso di pace e di speranza. Può sollevare domande e questioni su cui riflettere, può scuoterci di emozioni, farci sognare, farci pensare, insomma resta un mezzo di comunicazione molto ampio e potente, ancora oggi».
La vedremo nel nuovo film di Dario Argento, che rapporto ha oggi con il cinema italiano?
«Ottimo, mi sento molto grata per l’affetto del pubblico e dei vostri registi. Sono molto fortunata, ho lavorato con grandi nomi. Penso a Marco Bellocchio, Marco Ferreri, i fratelli Taviani, Michele Placido...
Si sente più libera al cinema o a teatro?
«Amo entrambi in modi diversi. Mi sento libera. Non più libera, solo libera».